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Una democrazia malata

(17 Giugno 2007)

La deposizione (sconvolgente? Forse per gli ingenui) deposizione del vicequestore Fournier sui fatti del G8 2001 mostra ancora una volta la faccia della crisi profonda della democrazia italiana.

Da un lato, infatti, siamo sulla linea di continuità di quel “doppio Stato” sul quale ci siamo già più volte soffermati nell'analisi (dalla polizia infarcita di fascisti nell'immediato dopoguerra, a “Gladio”, ai massacri degli operai in sciopero in difesa dei posti di lavoro e dei contadini che occupavano le terre, già, giù fino alla strategia della tensione e alla repressione violenta dei movimenti giovanili): uno Stato che ha coperto i grandi scandali e le grandi speculazioni (anche qui l'elenco sarebbe lungo da compilare: lo omettiamo, per ragioni di spazio).

La politica, la politica esercitata attraverso il forte radicamento di massa, la diffusione della cultura, la capacità di dare rappresentanza ai ceti più deboli ha rappresentato, per decenni, una speranza: certo, con grandi contraddizioni e difficoltà, in tempi di guerra fredda, facendo conto con i legami internazionali ed il moderatismo innato del PCI ed suoi storici errori strategici (pensiamo al “compromesso berlingueriano” degli anni'70); facendo conto anche del contrattualismo sindacale, arma potente di integrazione sociale positiva ma anche “freno” in momenti decisivi.

Ci furono grandi stagioni, altre fasi mediocri: ma, nel complesso, l'organizzazione politica e sociale del movimento operaio resse l'ondata d'urto del “doppio Stato”, allargando una realtà avanzata di potere locale, e rappresentando, sul piano generale, non solo un forte soggetto di opposizione, ma anche di alternativa, di prospettiva futura.

Sotto questo aspetto andrebbe, forse, riscritta anche una parte della storia del primo centrosinistra (o, almeno della sua prima fase).

A questo quadro parteciparono anche, con una incidenza limitata ma significativa forse più sul piano culturale che sul terreno politico, anche le piccole formazioni della nuova sinistra post- 68, che seppero anche ricercare, sia sul terreno della ricerca marxista (soprattutto innestando filoni di ricerca nuovi sul terreno sociologico, proprio nell'identificazione del mutare delle identità sociali e nella definizione di una nuova qualità delle contraddizioni che,via, via, affiancavano emergenti quella principale dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, oltre nell'individuazione di un soggettivismo non nichilista), sia sul piano delle dinamiche internazionali (lo spazio alla dissidenza di “sinistra” dell'Est), sia al riguardo delle vicende politiche dirette (aver tenuto in piedi, comunque, l'idea dell'alternativa come fatto politico, in tempi di “compromesso” non fu, credetelo, cosa da poco).

Oggi, di fronte al “doppio Stato” che punta sulla repressione, sullo schiacciamento di tutte le espressioni della contraddizione antagonista cosa si contrappone? Accanto ai resoconti della “confessione” del vice questore Fournier si leggono le trascrizioni delle telefonate dei dirigenti della sinistra moderata di governo, che trattano l'acquisto di banche con quelli che sono stati definiti “furbetti del quartierino”.

Ridotta la politica alla governabilità, al personalismo dell'esposizione mediatica, all'autoreferenzialità, al confinamento dell'opposizione al ruolo di mera protesta, non rimangono che le grandi operazioni economiche spartite, quelle sì, davvero con metodo “bipolare”.

Non è soltanto arroganza, pressapochismo, cinismo,incultura politica; non si tratta soltanto di non vedere quali sono le condizioni materiali di vita di gran parte della popolazione; non si tratta soltanto di avallare, a livello locale, una sinistra che copre speculazioni e fenomeni degenerativi di varia natura; non si tratta soltanto di cedere pezzi di sovranità dello Stato Laico al ritorno dello strapotere clericale (strapotere clericale che, dimenticavo, fu fattore fondamentale nella costruzione di quel “doppio stato” che ricordavo all'inizio): siamo di fronte, ormai, come accenna anche qualche autorevole commentatore su giornali fino a qualche tempo fa insospettabili, ad un “cedimento strutturale”, ma un “cedimento strutturale” sul piano delle idee, della moralità pubblica, della possibilità stessa di presenza politica, non semplicemente di un “cedimento strutturale” posto sul terreno della “forma politica”.

Facilmente la risposta dal basso sarà quella dell'espressione tangibile della disaffezione: come è avvenuto in Francia (una disaffezione favorita dall'assenza di controsoggetti, dall'acquiescenza totale al trend imposto dai grandi mezzi di comunicazione di massa): il vuoto in cui navigano i funzionari della “sinistra radicale di governo” appare emblematica visione di un futuro prossimo.

Bisogna pensarci in tempo, care compagne e cari compagni: mettersi al lavoro, prima di tutto sul piano della ricostruzione di una teoria politica, di una possibilità di affrontamento delle categorie marxiane ancora utili per definire una strategia per il futuro (non basta l'antiliberismo generico di cui parla oggi sul Manifesto, Marco Revelli), di una raccolta di forze in funzione di una proposta di identità, insieme sociale e politica.

Savona, li 16 Giugno 2007

Franco Astengo

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