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Bertinotti contro la "violenza" partigiana

(12 Gennaio 2004)

Le recenti dichiarazioni del segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti in materia di resistenza, violenza politica e “foibe” hanno aperto un dibattito non solo all’interno del partito di Bertinotti, ma che coinvolge tutti coloro che si identificano ancora con i valori dell’antifascismo e di un’ideologia di sinistra. Prima di esprimere la nostra opinione, riteniamo sia il caso di sintetizzare quanto detto da Bertinotti a Venezia il 13 dicembre.

SINTESI DELL’INTERVENTO DI BERTINOTTI.

Tra le varie cose Bertinotti ha sostenuto che quando si parla di foibe non ha senso parlare dei crimini del fascismo né fare la contabilità dei morti perché non è che noi (sottintendendo il movimento comunista) siamo migliori perché abbiamo ammazzato meno dei fascisti, ma perché abbiamo un’altra visione del mondo, che abbiamo sbagliato nell’assumere una posizione negazionista sulle nostre violenze con l’angelizzazione e la retorica della resistenza.
Che oggidì non è più valido il Brecht di “noi che avremmo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili”, ma soltanto il Brecht di “felice il popolo che non ha bisogno di eroi”.
Che il nostro nemico di oggi non è il fascismo, ma sono la guerra ed il terrorismo.
In merito allo specifico delle “foibe”, le ha definite come un fenomeno che investe la Venezia Giulia nel passaggio da guerra a pace.
Non servono a nulla i numeri, perché non ci sono dubbi sul fenomeno.
Ci sono due tesi manipolatorie delle cifre: quella che alza i numeri parla di genocidio, quella che li diminuisce vuole dimostrare che si è trattato soltanto di fascisti puniti giustamente.
Invece Bertinotti assume le tesi di Pupo e Spazzali, che contestano le due precedenti, dicendo che si è trattato di un tipo di violenza concentratasi a Trieste nel trapasso cruento del potere.
Ma al di là del furore popolare, si è trattato di una violenza politica organizzata legata alla storica idea della conquista del potere tramite la distruzione dei nemici.
Se questa interpretazione è giusta non si devono trovare giustificazioni analizzando gli orrori del fascismo, perché un orrore non ne giustifica un altro.
Il terrorismo non è giustificabile neppure in caso di guerra.
Il movimento deve scegliere la strada della non violenza e non giustificare la violenza.

Queste dichiarazioni di Bertinotti, che sono già di per se stesse di una certa gravità (e le analizzeremo in seguito nei particolari), assumono una valenza diversa se teniamo conto di altri interventi che le hanno precedute.
Ma sono gravi soprattutto perché Bertinotti ha dato per scontati certi fatti che scontati non sono, fidandosi esclusivamente di quanto scritto da Pupo e Spazzali e non accettando di considerare altre posizioni e chiarimenti di tipo storico.

“OFFENSIVA MEDIATICA”.

Su “Liberazione” del 1/11/03, un articolo di Rina Gagliardi risponde all’“offensiva mediatica” promossa dal “Riformista” e da “Repubblica” riguardo al problema del terrorismo e della lotta armata.
Leggiamo innanzitutto ciò che Giuseppe D’Avanzo ha scritto sulla Repubblica: “Il nodo della violenza politica come strumento legittimo di lotta, l’idea della politica come forza, non è stata ancora né sciolta né rimossa negli ambiti più radicali della sinistra”.
Gagliardi prosegue riferendosi sia a D’Avanzo sia al Riformista “entrambi chiedono abiura e pentimento, entrambi caricano il tema della violenza sulla sola sinistra radicale, entrambi, soprattutto, rappresentano la non violenza come rinuncia, moderatismo, rientro nell’ordine esistente e garantito delle cose”.
Alcune delle “risposte” di Gagliardi comunque non ci piacciono molto, ad esempio: “In verità non è mai stato vero che i gruppi armati che insanguinarono l’Italia negli anni ‘70 e ‘80 fossero una propaggine organica della sinistra, o una costola del PCI.
Nella cultura politica delle BR (…) il cattolicesimo ebbe per esempio un ruolo assai significativo.
Così come lo ebbe l’idea (di radice anarchica) del gesto esemplare, a partire dal quale il popolo si sarebbe sollevato contro il potere”.
Interpretazione questa che, oltre a non essere esatta storicamente, è anche di dubbia correttezza politica, in quanto tende a scaricare certo tipo di responsabilità esclusivamente su forze politiche estranee al passato dell’autrice dell’articolo.
Che ci sia una “offensiva mediatica” contro la sinistra in generale e contro la Resistenza in particolare, lo abbiamo visto anche in una recente trasmissione televisiva, dove, partendo dalla presentazione del recente libro di Pansa, si passava alla critica della Resistenza in quanto tale e non solo per gli eccessi che inevitabilmente una guerra porta con sé, fino ad arrivare all’intervista con uno degli organizzatori della manifestazione in sostegno alla resistenza irachena del 13 dicembre, inquietante esempio di connubio tra associazioni di destra e associazioni di sinistra che si schierano contro l’imperialismo.
L’intervento di un esponente di una delle associazioni organizzatrici (di sinistra, va precisato) si basava sul fatto che loro ritengono sempre validi i principi ed i valori della Resistenza italiana, e che pure il popolo iracheno, che si trova sotto un regime di occupazione militare straniera ha diritto alla propria lotta di liberazione; ma queste (giuste, a parer nostro) affermazioni sono state poi strumentalizzate dal conduttore e da alcuni degli ospiti in studio, che sono saltati alla conclusione che quelli che oggi riconoscono ancora i valori della Resistenza, sono quelli che legittimano i terroristi che ammazzano i nostri carabinieri in missione all’estero.
In questa “offensiva mediatica” riteniamo di inserire infine un’intervista rilasciata a “Repubblica” da Pietro Ingrao e ripresa da “Liberazione” il 5 novembre scorso, nella quale parte dalla condanna per le azioni delle Brigate Rosse e finisce col parlare di lotta armata e Resistenza.
Così ha dichiarato Ingrao: “Non mi è mai passato per la mente – anche quando agivo nel pieno della Resistenza italiana – di uccidere Agnelli e, nemmeno nel periodo della cospirazione, di attentare alla vita di Mussolini”.
Ed anche: “Durante decenni e decenni di militanza comunista non mi è mai passato in mente il progetto di assassinare Agnelli e nemmeno Mussolini o Hitler.
Non era per umanitarismo.
Hitler mi appariva un potere collettivo, l’espressione di una classe.
Bisognava contrapporre a ciò un altro potere collettivo e solo ciò poteva veramente sconfiggerlo”.

Purtroppo le posizioni di Bertinotti a Venezia ci sembrano quasi un cedimento di fronte all’offensiva mediatica denunciata da Gagliardi, che, accogliendo le posizioni di Ingrao, vuole dimostrare l’estraneità del partito da frange “terroristiche”, come le nuove Brigate Rosse.

NOSTRE VALUTAZIONI.

Abbiamo qui dunque alcuni punti da cui partire per le nostre valutazioni politiche.
Che oggi noi (e parlo come persona ancora legata ad ideali comunisti) si sia contrari alla violenza come metodo di lotta politica, è perfettamente condivisibile; che si condannino azioni violente come gli omicidi Biagi e D’Antona è pure fuori di dubbio; che ci si dichiari distanti dai metodi delle nuove Brigate Rosse, non ci piove sopra.
Però finisce qui: perché noi abbiamo il diritto di parlare per noi che facciamo politica oggi in questo paese con questo governo, che non sarà il massimo della democrazia ma non è ancora diventato dittatura.
Mentre non possiamo arrogarci il diritto di parlare, noi che viviamo tranquilli nelle nostre tiepide case, come avrebbe detto Primo Levi, di come avrebbero dovuto comportarsi i partigiani nel 1945, o anche di come dovrebbero comportarsi, oggi, altri popoli che vivono delle pesanti oppressioni.

Analizziamo ora la questione specifica della Resistenza e delle “foibe”.
Nella vecchia accezione che non si può gettare via il bambino con l’acqua sporca, diciamo che non possiamo rinnegare la Resistenza ed i suoi valori solo perché all’interno del movimento partigiano ci sono state persone che hanno commesso dei crimini o delle azioni comunque riprovevoli.
Per quanto riguarda la questione delle “foibe”, diciamo che un grossissimo danno lo hanno fatto certi storici (parliamo di Pupo e Spazzali, che pure sono stati citati da Bertinotti come suoi termini di riferimento) che, avallando la semplificazione divulgativa di autori come Oliva e Rumici, hanno sancito (non si sa in base a cosa si siano investiti del ruolo di riformatori della lingua italiana) che nel concetto di “foibe” si possono comprendere le “violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime” (“Foibe”, edito da Bruno Mondadori).
E che, di conseguenza, sono “negazionisti” e “riduzionisti” tutti coloro che invece ritengono che si possano definire “infoibati” soltanto coloro che letteralmente furono uccisi e gettati nelle foibe, in gran parte per vendette personali o nella jacquerie istriana del settembre ‘43, fenomeni che, per questo motivo, non possono essere addebitati al movimento partigiano o comunista nel suo insieme, dato che furono, appunto, iniziative di tipo individuale e non programmate.
Se non accettiamo il discorso generalizzatore delle “foibe” come un fenomeno unitario, ma analizziamo i vari modi di morte degli “scomparsi” (la maggior parte dei triestini e goriziani che furono arrestati e non rientrarono dalla prigionia erano militari internati nei campi e morti di tifo o di stenti, oppure processati come criminali di guerra e condannati a morte), cade anche il discorso di dover fare autocritica su questi fatti.
Perché come noi tutti condanniamo l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, ma non possiamo fare autocritica su questo, dato che è un episodio che non ci appartiene (sta a chi ha ucciso Moro fare -se lo credono- autocritica sul loro operato), così come il partigiano che ha ucciso per vendicare i torti subiti personalmente, ha operato come singolo, e la responsabilità dei suoi gesti non può ricadere su tutto il movimento, partigiano o comunista, che non può fare autocritica su qualcosa che non gli appartiene.
Poi andrebbe anche chiarita la questione dei “martiri” delle foibe.
Una morte ingiusta, per quanto deprecabile, non può in alcun caso riabilitare una persona che operò in modo criminale in vita.
Altrimenti ci troveremmo a dover considerare “martire” anche Mussolini, poiché la sua esposizione in piazzale Loreto non rappresenta certo una delle pagine migliori della Resistenza.
Ma questo discorso non può prescindere da un altro fatto che invece Bertinotti ha dichiarato che non si deve fare: la “contabilità” dei morti.
Come possiamo, se non proprio contabilizzando (orrenda espressione) i morti, comprendere quanto sia sbagliato parlare di martiri per gente che spesso si macchiò di crimini orrendi? Ma l’affermazione più grave tra tutte quelle fatte da Bertinotti a Venezia, è che oggi il nostro nemico non è più il fascismo, ma guerra e terrorismo.
Come se oggi non esistessero più i fascisti, come se il capitalismo non potesse ancora servirsi di loro per opprimere le classi inferiori nel momento in cui le leggi della democrazia non fossero più sufficienti.
Un’affermazione che appare ancora più grave se consideriamo che nello stesso giorno a Roma si svolgeva la manifestazione filoirachena bipartisan cui abbiamo accennato prima: e perché mai Rifondazione dovrebbe espellere i propri iscritti che hanno partecipato a quella manifestazione mista destra/sinistra, se il fascismo non è più nostro nemico? E poi, chi è che le scatena, le guerre? Nascono forse da sole, o è piuttosto la logica imperialista del capitale a scatenare le guerre, oggi come ieri?

Un’analisi corretta e sintetica della situazione c’è venuta invece dall’esponente dei Comunisti italiani Galante, nel corso di una conferenza tenutasi a Trieste il 10 dicembre.
Sintetizzando, ha detto che, avendo il movimento comunista perso la guerra fredda, adesso per distruggerlo definitivamente sono necessarie altre cose.
Fondamentali in questo la criminalizzazione della Resistenza e la distruzione dei valori portati avanti da essa.
Da qui le campagne sulle foibe, sul triangolo rosso; in quest’ottica rientrano i testi di Pansa e di Oliva.
Ma ci sembrerebbe terribilmente grave che in questa campagna s’inseriscano anche le posizioni del segretario di Rifondazione che, per dimostrare la propria estraneità alle attività delle nuove Brigate Rosse, vada a compiere quell’abiura chiesta dal “Riformista” e da “Repubblica”, giungendo al punto da inserirsi nell’operazione di demonizzazione della Resistenza e del movimento comunista portato avanti dalle persone indicate prima.

Infine un accenno polemico.
Perché la cosiddetta “autocritica” che Bertinotti intende portare avanti per “disangelizzare” la Resistenza, ripudiando il “negazionismo” delle violenze commesse dai suoi esponenti, parte dalla condanna delle “foibe” e non da quella del “triangolo rosso”, delle uccisioni sommarie di Milano e del Piemonte, eccetera? Forse perché condannando partigiani non italiani ma jugoslavi è più facile, per motivi etnici, scaricare la responsabilità dalle proprie spalle? Dato che Bertinotti si basa sui testi di Pupo e Spazzali e non ne considera altri, ignora però che proprio nelle nostre regioni, dato che l’esercito partigiano aveva preso in un certo qual senso il potere ed esercitava, quindi, un minimo di controllo, le esecuzioni sommarie furono di gran lunga inferiori che altrove, proprio perché i comandi jugoslavi non permisero quanto accadde invece in Italia, dove questo controllo da parte delle autorità non ci fu.

Ma perché prima di fare affermazioni di tale valenza politica, un segretario di partito non si informa meglio?

Claudia Cernigoj
Redazione de "La Nuova Alabarda" (Trieste)

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