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SI CHIAMAVA HASSAN SHARAF

(4 Agosto 2018)

viterbo mammagialla

Si chiamava Hassan Sharaf.
Ne leggo la vicenda sui giornali.
Era un ragazzo egiziano di ventuno anni detenuto nel carcere di Viterbo.
Aveva detto poche settimane fa di essere stato vittima di abusi e di temere per la propria vita.
E' morto dopo una settimana di agonia dopo aver tentato il suicidio impiccandosi alle sbarre della cella.
Era giunto in Italia minorenne, doveva tornare libero tra poche settimane.
Indaga ora la magistratura italiana, e l'ambasciata egiziana segue il caso.
Non tornerà in vita.
E' la terza persona che muore nel carcere di Viterbo dall'inizio dell'anno.
Si chiamava Hassan Sharaf.
*
Io so che nessuno dovrebbe morire a vent'anni.
Io so che da tempo è giunto il tempo che l'umanità si liberi della necessità del carcere.
Io so che nessun uomo è straniero in quest'unico pianeta casa comune dell'umanità.
Io so che salvare le vite è il primo dovere.
*
Non tornerà in vita Hassan Sharaf.
Ma in suo ricordo almeno si cominci ad abolire l'ideologia e le strutture che gli esseri umani chiudono in gabbia: una gabbia non è un luogo in cui si possa vivere.
Si cominci ad esempio abolendo l'ergastolo, incostituzionale follia.
Si cominci intensificando le alternative al carcere, in cui l'esecuzione della pena in attività socialmente utili sia vero risarcimento e vera restituzione di bene all'umanità da parte del reo, vera rinnovata e rinnovante educazione del reo al bene, riconquista personale e comune di umanità.
L'umanità puo' ben liberarsi del carcere, come si è liberata dei manicomi e di altre istituzioni totali; come si è liberata delle faide e di altre pratiche mostruose come il preteso diritto di vita e di morte del pater familias su moglie e figli, come il preteso diritto di stupro e saccheggio dei vincitori nei conflitti; come si è liberata degli spettacoli dei gladiatori e degli autodafè. Come può e deve liberarsi della guerra, della tortura e della schiavitù.
*
Non tornerà in vita Hassan Sharaf.
Ma in suo ricordo almeno si cominci a riconoscere che salvare le vite è la politica prima e il fondamento della legalità; si cominci a riconoscere che ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà; si cominci ad agire di conseguenza.
Si cominci ad esempio facendo cessare apartheid, persecuzioni razziste e schiavitù nel nostro paese.
Si cominci riconoscendo tutti i diritti - e tra essi ed in primo luogo il diritto di voto: "una persona, un voto" è il fondamento della democrazia - a tutte le persone che in Italia vivono.
Si cominci salvando le vite di tutti i naufraghi.
Si cominci facendo cessare l'immondo criminale traffico di esseri umani gestito dalle mafie schiaviste: semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani il diritto a salvare e migliorare la propria vita e per questo a muoversi liberamente, in modo legale e sicuro, con mezzi di trasporto legali e pubblici, per scampare alla morte e alle violenze, alle guerre e alla fame, e giungere dove una vita degna sia possibile.
Non tornerà in vita Hassan Sharaf, ma almeno adesso si agisca perché cessi la strage.
*
L'umanità è giunta sul crinale apocalittico di cui profeticamente parlava Ernesto Balducci, e deve scegliere tra la catastrofe comune e la comune salvezza, tra la violenza e la nonviolenza, tra l'orrore e la civiltà.
Abolire le guerre e le armi, le carceri e le frontiere: siamo una sola umanità di sorelle e fratelli, in un unico mondo vivente di cui siamo parte e custodi.
Cessare di uccidere, salvare le vite: è il primo dovere di ogni persona, è il primo dovere di ogni umano istituto.


Viterbo, 4 agosto 2018

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo

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