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Nel "giardino di casa" degli USA

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(5 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Elezioni presidenziali 2010. Il Brasile si sposta a sinistra.

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In Brasile la delfina di Lula dovrà aspettare il secondo turno. In Ecuador la situazione torna alla calma

(4 Ottobre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

04-10-2010/14:08 --- Dilma Roussef, la candidata del Partido dei lavoratori del Brasile, non ce l'ha fatta. Nonostante tutti i sondaggi la dessero vincitrice al primo turno, la delfina del presidente uscente Lula ha strappato solo una vittoria a metà nelle presidenziali di ieri, ottenendo il 46,7% dei voti. Il suo rivale, José Serra, del Partido socialdemocratico di centro destra, ha preso il 32,6%. Ottima affermazione per la battagliera Marina Silva dei Verdi, con il 19,4% dei suffragi. La Silva è la più famosa ambientalista del Paese. Ministro dell'Ambiente per Lula si dimise in polemica in quanto il primo governo di sinistra della storia brasiliana faceva troppe concessioni all'agribusiness e troppo poco per l'ecologia e il rispetto degli immensi territori dell'Amazzonia.
Nessun altro candidato alla presidenza, compresi quelli della sinistra radicale, ha ottenuto più dell’1%. Il secondo turno è previsto per il 31 ottobre prossimo. Nel frattempo l'ex guerrigliera, arrestata e torturata durante la dittatura militare degli anni '70, dovrà convincere l’elettorato verde, critico con la gestione moderata in economia e tiepida in tema di diritti sociali del suo predecessore Lula da Silva che ha fortemente sponsorizzato l'elezione della Roussef.
Nel frattempo in Ecuador la situazione ritorna lentamente alla calma.
Il tentativo di colpo di stato messo in atto in Ecuador la scorsa settimana è fallito. Si è trattato del quarto tentativo in pochi anni di togliere il potere a governi legittimi tutti, guarda caso, membri dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América): 2002 Venezuela, 2008 Bolivia, entrambi falliti, il golpe riuscito in Honduras nel 2009 ed ora l’Ecuador.
Anche questa volta molti media hanno cercato di tenere un “basso profilo” su quanto stava accadendo a Quito: si è parlato di crisi istituzionale e di rivendicazioni sindacali, ma la Polizia Nazionale in Ecuador ha 40.000 effettivi tutti armati e da molti anni i suoi uomini sono addestrati dalla polizia statunitense, cosa questa alla quale speriamo si ponga rimedio al più presto; certo gli Stati Uniti avranno il dente particolarmente avvelenato nei confronti del governo Correa visto che oltre al suo ingresso nell’Alba hanno dovuto mandar giù anche la smobilitazione della base militare di Manta e la revisione del debito estero del paese.
Dopo essere stato sequestrato per 12 ore all’interno dell’ospedale della Polizia Nazionale il Presidente Correa è stato liberato da un commando dell’esercito.
Correa ha decretato tre giorni di lutto nazionale per la morte di 8 persone durante gli scontri con la polizia. Tre persone sono morte a Quito (2 agenti ed uno studente di 24 anni) e cinque a Guayaquil (tra queste un ragazzo di 17 anni). I feriti sono 274.
Il colpo di stato è stato sventato grazie alla fermezza di Correa, ma soprattutto grazie alla rapida mobilitazione di vasti settori della popolazione e all’altrettanto rapida mobilitazione internazionale con l’immediata convocazione di una riunione straordinaria dell’Unasur e le prese di posizione di tanti governi dell’America Latina.
Proprio dalla riunione straordinaria dell’Unasur è uscita una dichiarazione che condanna “energicamente il tentato colpo di stato e il successivo sequestro di Rafael Correa” sottolineando la necessità che “i responsabili siano processati e condannati”; prosegue poi il documento: i paesi dell’Unasur “non tollereranno qualsiasi nuova sfida all’autorità costituzionale né tentativi di golpe contro il potere civile legittimamente eletto” avvertendo che “in caso di nuove rotture adotteranno misure concrete e immediate, come la chiusura delle frontiere, la sospensione del commercio, del traffico aereo, della somministrazione di energia e servizi”. Il colpo di stato in Honduras, ha dicharato il presidente venezuelano Hugo Chávez, “è rimasto impunito e questa impunità ci sta arrecando un grave danno”.

Grazia Orsati, Radio Città Aperta

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