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(16 Febbraio 2010) Enzo Apicella
Afghanistan. I droni Usa continuano a far strage di bambini

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Quattro alpini morti, fatalità? La domanda vietata ai giornalisti dai nostri generali

(10 Ottobre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

Quanto è avvenuto, oggi mettendo da parte sentimentalismi patriottici e dolorose constatazioni che si tratta di giovanissimi provenienti dal SUD, che continua a fornire carne da cannone, possiamo dire che si tratta di un normalissimo episodio militare, da manuale e che statisticamente, è possibile calcolare con largo anticipo la probabilità che esso succeda per numero di operazioni simili, la quantità di perdite umane e di materiale previste.

In Afghanistan operazioni di allargamento del controllo del territorio tramite FOB ( Basi Avanzate) sono normalissime, e americani ed inglesi sono degli specialisti in questo e calcolano anticipatamente quante perdite sono accettabili nel rifornire, mantenere una FOB e tenerla operativa attraverso operazioni di controllo di territorio remoto.

In poche parole, in nove anni di guerra afgana, è possibile ormai conoscere matematicamente lo scotto che c’è a pagare per ogni centimetro di territorio che si vuol strappare agli insorti e quanto in più c’è da versare, in sangue e denaro per mantenere nel tempo il controllo di quel centimetro conquistato.
Quello che in Italia i giornalisti non chiedono e che invece in America è anticipato dagli staff del public-relation del Pentagono.

Se ci fate caso, ad ogni conferenza stampa che segue l’inizio di una nuova operazione militare delle Forze armate USA, i portavoce del Pentagono rispondono con matematica precisione alle domande dei giornalisti sulle perdite che prevedono di avere, dei costi dell’operazione e dei risultati che si vuol conseguire.
Ebbene da quando gli USA hanno chiesto al nostro contingente di cambiare strategia nel territorio di competenza, tirare fuori il naso dai capisaldi e andare a contendere passo passo il terreno agli insorti, installando nuove basi sempre più remote e bisognose di rifornimenti continui in uomini e materiali, ebbene nessun giornalista italiano si è permesso di chiedere ai nostri generali quanto ci sarebbe costato tutto ciò.

Quelle cifre previsionali, morti, mezzi distrutti, ecc. sono da tempo sui tavoli degli analisti del nostro Stato Maggiore Difesa, come anche su quelle del ministro della Difesa on. La Russa, ma nessuno si permette di chiederlo, poiché sarebbe una bomba politico-militare.
Invece si preferisce contrabbandare il mito del buon italiano protetto dallo stellone e dall’amuleto che ci si è portati da casa e dal materiale di produzione nazionale che è sempre meglio di quello degli altri contingenti, per poter fare marketing alle imprese armiere nazionali.
Né troveremmo un giornalista deciso di esser messo alla porta, a vita, dagli ambienti ministeriali e dal suo giornale a causa di una domanda vietata in Italia.

Si preferisce invece lanciarsi nelle interviste falsamente pietistiche ai familiari e agli amici delle vittime, alle inquadrature di bare avvolte nel tricolore e nel riportare i bollettini di vittoria dal fronte afgano e pieni di indici di gradimento rilevati tra la popolazione locale verso i nostri militari.

Io speriamo me la cavo, l’importante è arrivare a questo benedetto fine 2011 …

Chissà se un giorno un nuovo filone di cinema neorealista italiano potrà sceneggiare un film con questo titolo sulla guerra afgana vista dai soldati italiani, quelli veri, come il caporalmaggiore che scriveva su facebook, “Io mi son rotto dell’Afghanistan e voglio ritornare a casa” o come il pugliese che diceva: “Qui fa un freddo cane e rimpiango il mare del Salento?”

9 ottobre 2010

Antonio Camuso

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