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(4 Novembre 2009) Enzo Apicella
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Un 20 marzo per l’autodeterminazione della popolazione irakena

Per il ritiro immediato delle truppe senza se e senza ma!

(6 Febbraio 2004)

Il movimento contro la guerra a scala mondiale, nonostante le indubbie difficoltà attraversate dopo lo scatenamento dell’attacco militare all’Iraq, non ha mai rinunciato a rivendicare la sua convinta condanna verso i responsabili di quella infame aggressione. In tutte le sedi dove ha avuto occasione di pronunciarsi, ha ribadito la giustezza di quella opposizione, e conseguentemente ha deliberato per la richiesta della fine immediata dell’occupazione militare dell’Iraq senza se e senza ma, per il diritto del popolo iracheno ad autodeterminarsi e a resistere contro l’occupazione coloniale. Una occupazione di cui venivano clamorosamente smentite tutte le menzognere affermazioni adottate per giustificare un’aggressione contro un paese ed un popolo già martoriati da un precedente distruttivo attacco, da un altrettanto infame decennale embargo, realizzato con il beneplacito dell’Onu, e da periodici bombardamenti.

Proprio nei due principali paesi responsabili dell’aggressione e dove l’opposizione alla guerra ha subito maggiormente attacchi repressivi e criminalizzanti, dietro una ossessiva campagna antiterroristica, il movimento ha dato i maggiori segni di vitalità e di continuità senza cedere di un millimetro nella sua più totale opposizione alla guerra di aggressione e alla successiva occupazione militare. Negli Usa ed in Gran Bretagna si sono tenute le più grandi mobilitazioni per richiedere il ritiro immediato delle truppe già in autunno. Quanto all’accusa agitata dai rispettivi governi di essere oggettivamente alleato con il terrorismo, il movimento ha duramente rigettato al mittente tale provocazione denunciando la completa falsità e strumentalità di quella campagna. Non solo nei propri comunicati e nei propri slogan, ma simbolicamente ha anche risposto a Londra con l’abbattimento della statua di Bush considerato il vero rappresentante del terrorismo internazionale, il vero dittatore del pianeta, rappresentante un pericolo per tutta l’umanità.

Dal movimento Usa è partito l’appello, come già in occasione del 15 febbraio, per una mobilitazione internazionale in occasione del 20 marzo, anniversario dell’attacco all’Iraq. Tale appello, non conteneva nessuna concessione e legittimazione alla campagna contro il terrorismo, ma anzi ne denunciava ancora una volta la provocatorietà da parte di un governo che aveva attuato i più spaventosi atti di terrorismo contro un popolo sostanzialmente disarmato utilizzando le più sofisticate e distruttive armi di distruzione di massa, arrivando ad ipotizzare, nel caso di una maggiore resistenza, l’utilizzo della bomba atomica.

La rivendicazione secca alla base di quell’appello rimaneva il ritiro immediato delle truppe di occupazione dall’Iraq senza nessuna condizione che anche lontanamente potesse giustificare la permanenza degli eserciti occupanti, o la loro sostituzione con truppe di altra nazionalità, con o senza le insegne dell’Onu ritenuto nella migliore delle ipotesi corresponsabile di un decennio di affamamento e bombardamento di un intero popolo ed uno strumento inutile, ammesso che ne avesse avuto la volontà, a fermare la politica terroristica dei governi Usa ed inglese.

L’appello veniva ripreso ancora una volta dal movimento no global e no war internazionale in occasione del Social Forum europeo di Parigi a novembre, senza modificarne i contenuti e definitivamente assunto dal Forum Mondiale di Mumbai di gennaio.

Nel documento finale varato dal Forum, con estrema decisione nella parte dedicata alla lotta alla guerra, viene denunciata la natura della campagna di lotta al terrorismo con queste parole: “La lotta al terrorismo” non solo agisce come pretesto per mantenere la guerra e l’occupazione in Iraq ed in Afghanistan, ma viene altresì usata per minacciare ed aggredire altri popoli. Si ritorna a ribadire perciò la richiesta del ritiro immediato delle truppe dall’Iraq e il proprio appoggio al diritto del popolo iracheno alla libera autodeterminazione senza richiedere pelosi interventi di agenti esterni, in qualsiasi modo travestiti, per “aiutarlo” nell’esercizio di questo sacrosanto diritto.

Anzi, giustamente si chiede che gli aggressori riparino e rimborsino i danni prodotti dall’embargo prima e dalla guerra poi.

Quanto poi alle cause vere delle guerre ed al crescente utilizzo della forza da parte delle grandi potenze, si individua nel capitalismo e nella sua crisi di legittimità il responsabile di tale barbarie nel tentativo di mantenere un ordine economico antipopolare.

Si badi che stiamo citando il comunicato del Forum ufficiale e non di quello alternativo e più radicale che pure ha visto la partecipazione di numerosissime organizzazioni ed ha concluso i suoi lavori con un documento molto più netto ed antimperialista.

Nonostante il chiaro pronunciamento di quelli che possono essere considerati i massimi organismi e le principali assisi del movimento, in Italia si è assistito ad una indecorosa corsa all’”arricchimento” della piattaforma da parte di alcune organizzazioni presenti nel gruppo di continuità del Social Forum italiano nonostante i loro precedenti tentativi di agire in tal senso in sede internazionale fossero miseramente falliti.

Si trattava di “arricchimenti” che in realtà avevano l’effetto di rendere meno netta ed incondizionata la richiesta di ritiro delle truppe, la condanna dell’occupazione militare, il riconoscimento della legittimità della resistenza messa in atto dal popolo iracheno contro l’invasione coloniale ed suo diritto ad autodeterminarsi.

I due punti di attacco attraverso cui si è cercato di far passare questo attutimento della drastica opposizione all’occupazione dell’Iraq e della forte rivendicazione del ritiro immediato delle truppe, sono stati l’ossessiva richiesta di inserire una generica quanto indistinta condanna del terrorismo e la necessità di prevedere un intervento dell’Onu per avviare e favorire un processo di vera democratizzazione del paese.

Come compagni di red link, così come hanno fatto altre componenti del movimento, abbiamo avuto già occasione di spiegare in maniera dettagliata la strumentalità di richieste di tal tipo, sostanzialmente mirate a coprire pietosamente una opposizione all’occupazione militare dell’Iraq con molti se e molti ma, e implicanti la conseguenza di devitalizzare la mobilitazione e la richiesta del ritiro immediato delle truppe.

Rimandiamo perciò a questi testi che potremo fornire a chiunque ce ne farà richiesta e che già hanno avuto una certa circolazione nel movimento.

Quello che ci interessa rimarcare qui è la pretesa di imporre questi “arricchimenti” ben sapendo che oltre ad essere stati rifiutati nelle sedi internazionali del movimento, essi trovavano la netta opposizione di componenti decisive del movimento anche in Italia.

Si è venuti meno a quello che è stato uno dei criteri guida del movimento da Seattle in poi, secondo cui bisognava sempre operare per il massimo di unità cercando di valorizzare gli elementi di unità senza pretendere di imporre dei punti di vista e degli obiettivi condivisi da una sola parte del movimento.

E questo riteniamo sia un punto della massima importanza poiché rappresenta una novità negativa che rischia di essere deleteria per le future sorti del movimento stesso, almeno in Italia.

In pratica, si può fare l’unità su dei punti che sono condivisi o su punti che, pur facendo parte di un particolare patrimonio di sensibilità, non rappresentino però la negazione o la contrapposizione di posizioni o punti di vista espressi da altre componenti del movimento.

Se ad esempio una parte del movimento critica il ruolo dell’Onu per il modo in cui si è concretamente manifestata nella vicenda irachena e non crede alla possibilità di una sua ipotetica riformabilità, non si può pretendere come condizione sine qua non, l’inserimento in una piattaforma comune della richiesta di un intervento dell’Onu per garantire il ritorno alla democrazia

Stesso discorso vale per la condanna del terrorismo. Se una parte del movimento denunzia l’uso strumentale della campagna della “lotta al terrorismo” come pretesto per mantenere la guerra e l’occupazione in Iraq, non si può pretendere di imporre ad ogni costo l’inserimento del rifiuto del terrorismo, che tra l’altro manifestamente nessuno rivendica nel movimento, in una piattaforma comune che ha come dichiarato obiettivo prioritario quello di rilanciare la mobilitazione contro l’occupazione militare.

Questi suonano obiettivamente come dei ricatti che si cerca di imporre a tutto il movimento provenienti di fatto da componenti politiche che per altro nel migliore dei casi sono state ambigue sulle aggressioni neocoloniali.

Si tratta in buona parte di quei settori che hanno guardato al movimento prima con distacco e diffidenza (vedi Genova 2001 e precedenti) e poi come una tigre da cavalcare, per cui è dubbia anche la loro legittimità a far pesare la loro forza nella formulazione degli appelli .

In questo modo si rischia di dare un colpo decisivo all’autonomia del movimento, alla sua irriducibile radicalità, di farne un docile soggetto al servizio del “realismo” politico.

Non potendo sottrarsi a delle scadenze di lotta dettate dallo scontro in atto e dall’agenda del movimento a scala internazionale si punta ad offuscarne la nettezza degli obiettivi cercando di predeterminare a tavolino una piattaforma in cui si sviliscono i contenuti radicali di opposizione al neocolonialismo e di ridurre le stesse potenzialità di mobilitazione, inserendo elementi di divisione e di confusione.

Se infatti si mette sullo stesso piano la lotta contro la guerra e contro il terrorismo (che poi è sempre solo quello di chi si ribella), si finisce per dare legittimità e credibilità a coloro che proprio in nome della lotta al terrorismo sostengono di aver scatenato l’attacco all’Iraq.

Non a caso spesso si sente il bisogno di sottolineare che la guerra non basta, che essa non è un mezzo efficace di lotta al terrorismo, lasciando intendere che l’obiettivo di chi ha scatenato l’aggressione sarebbe anche meritorio, ma sarebbe controproducente la strategia utilizzata per realizzarlo (una volta si sarebbe detto che si tratta di “compagni che sbagliano”). Ancora più pericoloso si rivela tale punto quanto si accetta in maniera implicita o esplicita l’identificazione del terrorismo con la resistenza condotta dagli iracheni contro l’occupazione di cui sono vittime. Quando non si tratta degli iracheni si ricorre allo spauracchio degli stranieri infiltratisi nel paese al servizio di chissà quali strategie geopolitiche e di chissà quali oscure potenze, senza avere nemmeno il senso del ridicolo (come ha ricordato di recente Tariq Ali) di fronte ad un paese occupato da enormi contingenti di truppe di invasione straniera al servizio di fin troppo evidenti interessi imperialistici.

Quando si insiste sullo sfascio esistente in Iraq, sulle divisioni tra le varie etnie, confessioni e tribù per evidenziare la necessità dell’intervento dell’Onu, atto a garantire una transizione verso la democrazia e la pacifica convivenza nel paese, si tralascia di dire che tale deriva è fomentata proprio dalla politica degli occupanti che hanno realizzato un governo fantoccio fondato su basi etniche, religiose e tribali. Si dimentica di ricordare la politica attuata dall’Onu nella ex-Jugoslavia dove, mettendo in pratica i diktat delle potenze occidentali, essa ha soffiato sul fuoco delle divisioni etniche e religiose allo scopo di frantumare definitivamente l’unità del paese per meglio poterne controllare e sottomettere le varie aree.

Ma, a parte tali ovvie considerazioni, il mettere avanti la necessità di un intervento sostitutivo delle attuali truppe di occupazione, finisce per instillare la convinzione che non si può semplicemente rivendicare il ritiro immediato delle truppe occupanti e che quindi, in attesa di una soluzione “alternativa” è meglio mantenere lo status quo, sia pure frutto di una politica ingiusta, per evitare un caos ancora peggiore.

Tale insistenza è sbagliata da tutti i punti di vista.

Innanzitutto perché non tiene conto del ruolo effettivo giocato dall’Onu, non solo in Iraq, ma in tutte le vicende dove esso è intervenuto direttamente o ha fornito copertura all’azione “pacificatrice” ed “umanitaria” delle potenze occidentali.

In secondo luogo perché tali argomenti sono utilizzati come copertura particolarmente da quei paesi che sono stati tagliati fuori dall’iniziativa statunitense per rientrare dalla finestra nell’area irachena. Questi paesi cercano di utilizzare lo schermo dell’Onu per contrattare con gli Usa, sempre più impantanati in Iraq a causa della resistenza, una spartizione più “equa” del bottino di guerra.

In ultimo, ma non per importanza, va sottolineata l’obiettiva ideologia razzista e colonialista che traspare dietro queste “preoccupazioni umanitarie”. In pratica si ripropone in maniera aggiornata l’ideologia coloniale del XIX e del XX secolo quando si cercava di giustificare la politica estera delle grandi potenze con la necessità di portare dall’esterno la civiltà e la democrazia a quei popoli barbari e selvaggi non in grado di governarsi da soli.

Se prima ci si giustificava con le stragi dei missionari o lo stupro delle donne bianche, oggi ci si nasconde dietro il pericolo terrorista, dietro il caos (di cui si è i principali responsabili), per giustificare la necessità di un intervento “che sappia favorire” quel popolo nel proprio processo di autogoverno, ma la sostanza non cambia.

Come si vede gli “arricchimenti” proposti alla piattaforma non hanno assolutamente l’effetto di rendere più efficace ed incisiva la mobilitazione contro il prosieguo dell’occupazione in Iraq, ma quello di rafforzare le difficoltà che già attraversano il movimento, di rafforzare le incertezze tra coloro che quotidianamente sono bombardati dalle ossessive campagne dei media.

Tanto è vero che proprio queste “preoccupazioni” hanno nei fatti impedito a coloro che se ne fanno portatori di continuare l’iniziativa e le mobilitazioni fino ad oggi, quando si è costretti a muoversi a seguito di una scadenza lanciata dal movimento internazionale; al punto di dare l’impressione di averla più subita che desiderata.

La Cgil che già a Napoli aveva posto queste pregiudiziali per una sua eventuale adesione alla manifestazione del 20 dicembre, non solo si è tenuta fuori come sigla dalla mobilitazione (anche se diverse categorie e quadri sindacali hanno voluto partecipare comunque all’iniziativa proposta unitariamente dal comitato contro la guerra locale), ma non ha preso nessuna iniziativa in proprio per esplicitare, sia pure sulla base delle proprie sensibilità, la sua opposizione alla guerra.

L’ulteriore elemento su cui si è voluto insistere affinché fosse inserito ad ogni costo nella piattaforma è stata la sottolineatura del ricorso ai soli metodi della lotta pacifica per contrastare la logica e la pratica della guerra infinita.

Preceduta da una campagna ossessiva in cui si è distinto Bertinotti come apripista di un’offensiva tesa al ripudio e alla criminalizzazione di ogni forma di lotta non pacifica, la questione delle forme di lotta - posta su di un terreno quanto mai astratto ed ideologizzante- è stata catapultata sul movimento cercando di imporgli una camicia di forza paralizzante.

Anche in questo caso l’obiettivo di tale campagna era duplice: da una parte una critica e quindi una presa di distanza dalla resistenza esercitata dai popoli oppressi dall’imperialismo (e di quella irachena in particolare) messe sullo stesso piano della violenza esercitata dagli oppressori, negando con ciò il diritto di questi popoli a difendersi di fronte ad eserciti occupanti dotati delle più sofisticate armi; dall’altro favorire una contrapposizione nelle file del movimento tra chi è convinto sostenitore della sola lotta nonviolenta e chi pensa di poter rivendicare tutti gli strumenti e forme di lotta storicamente utilizzati da chi si è opposto e si oppone alla barbarie scopertamente necrogena che il capitale scatena quando sente messi a rischio i propri interessi fondati sullo sfruttamento e l’oppressione.

Ancora una volta si tenta di prevaricare l’intero movimento imponendogli le posizioni caratteristiche di una sola sua componente e questo proprio da parte di coloro che si presentano come i più democratici e tolleranti, i più aperti, i più rispettosi e valorizzatori delle differenze, viste quale elemento di ricchezza, etc, etc, .

Contro tale campagna va levato un grande grido di allarme da parte di chi non si riconosce in queste posizioni che rappresentano un tentativo maldestro di trasformare il movimento in un esangue creatura docilmente sottomessa alla politica politicante della sinistra istituzionale.

Noi crediamo che tale protesta dovrebbe essere fatta propria anche da chi non condivide fino in fondo le nostre posizioni e quelle di altre aree del movimento per tutelare l’autonomia, la ricchezza, la pluralità e l’unitarietà del movimento stesso.

Va negato a chiunque il diritto di arrogarsi il potere di decidere quali posizioni hanno legittimità nelle file del movimento. Il tentativo attuato dalle tendenze moderate del Social Forum va rispedito al mittente, a cominciare dall’assemblea del movimento del 7/8 febbraio a Bologna.

Noi auspichiamo che tutte le realtà attive sul terreno della lotta alla guerra senza se e senza ma si impegnino per contrastare questa operazione tesa ad edulcorare la lotta contro l’occupazione militare e per il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, a delegittimare questo tentativo di criminalizzare qualsiasi reazione alla violenza poliziesca, qualsiasi forma di resistenza politica e sociale che non si limiti alle pacifiche sfilate previamente concordate.

Al di là della piattaforma e dei suoi ambigui equilibrismi imposti dal peso delle forze moderate e filo-uliviste del Social Forum, si tratta di lavorare da subito perché sui territori, negli organismi sindacali, nei luoghi di lavoro e nei comitati contro la guerra si affermi la rivendicazione del ritiro immediato e senza condizioni delle truppe occupanti dall’Iraq, nonché il diritto e la legittimità del popolo iracheno a resistere anche con le armi contro l’invasione coloniale del proprio paese.

Il 20 marzo, in sintonia con la stragrande maggioranza del movimento no global e no war mondiale, anche in Italia il movimento deve manifestare senza ambiguità perché si metta fine immediatamente all’occupazione militare, perché si denunci a gran voce la strumentalità della “lotta al terrorismo” agitata dagli aggressori dell’Iraq, perché sia evidente che la militarizzazione crescente è diretta a rafforzare gli apparati autoritari dello stato, a criminalizzare il dissenso sociale e politico, ad attaccare i diritti e le condizioni di vita e di lavoro anche nei paesi occidentali.

Noi speriamo che all’interno del corteo del 20 marzo si realizzi una significativa visibilità di tutte le realtà del movimento che si riconoscono in queste posizioni per ostacolare sul nascere il tentativo di affossare la vitalità, l’autonomia e la radicalità del movimento contro il capitalismo globalizzato che, oltre ad essere veicolo di sfruttamento ed oppressione, sempre più torna ad essere portatore di morte e distruzione, al punto da mettere in crisi i destini stessi dell’umanità pur di assecondare la sua insaziabile sete di profitto.

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