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La campagna referendaria, leva per la costruzione della sinistra alternativa

Relazione di Fausto Bertinotti alla direzione nazionale di Rifondazione comunista

(1 Giugno 2002)

«I referendum da noi sostenuti, soprattutto quelli che puntano ad estendere l'articolo 18, sono uno strumento di straordinaria potenzialità politica: se ne sono accorti anche gli opinionisti del Corriere della sera. Sono un'arma di lotta e di mobilitazione che può cambiare l'agenda nazionale. Su questa strada può crescere ed espandersi la sinistra alternativa». Lo ha detto Fausto Bertinotti, introducendo ieri i lavori della Direzione nazionale di Rifondazione, convocata per discutere delle recenti elezioni amministrative. Larghe parti della relazione - e della replica - del segretario del Prc hanno però, appunto, toccato i temi di maggiore attualità politica e sociale.

Bertinotti è partito dai tre dati principali del voto di domenica: la frenata dell'onda di destra (che però sarebbe sbagliato considerare davvero sconfitta o scompaginata), l'incidenza dei movimenti (che ha messo in moto una dinamica positiva per la sinistra e ha premiato soprattutto i Ds, in quanto partito "maggioritario" dello schieramento), il voto "promettente" per il Prc, relativamente alle elezioni più politiche, quelle provinciali (in controtendenza rispetto all'andamento storicamente negativo nelle consultazioni amministrative). Valutazioni sulle quali, tutto sommato, il dibattito della direzione si è largamente riconosciuto. Ribadito l'ossimoro che ci consegna questo risultato - "stallo di movimenti", vale a dire situazione dinamica, negli spostamenti ai quali prelude, ma anche politicamente bloccata nei suoi esiti - il segretario ha analizzato il voto nelle sue diverse articolazioni, soprattutto quelle sociali e geografiche: rilevante il caso del Mezzogiorno, dove non solo si ripropone una logica neocentrista, ma la crisi della politica si manifesta nella esasperazione del personalismo e nel ritorno a pratiche clientelari. A proposito del movimento, la sconfitta delle liste che si sono presentate come espressione diretta dei no-global era annunciata: «del resto, non esiste», secondo Bertinotti «alcun legame meccanico e necessario tra sviluppo del movimento e risultati elettorali». Ma da questi episodi non è corretto dedurre alcuna conclusione generale: non è il movimento, in quanto tale, che ha operato questo tentativo, è una sua scheggia, che ci ha provato senza fortuna. Punto e basta.

Appunto, dentro la discussione su questo risultato elettorale tornano, giocoforza, le questioni più complessive di questa fase. Torna, in particolare, il tema della costruzione della sinistra alternativa come massima "lezione" politica generale, come urgenza, cioè, legata alla necessità di uscire dal "risucchio" delle onde in conflitto, e dal pericolo della paralisi. Senza un forte progetto politico, insomma, non se ne esce: non ne può uscire, da solo, autarchicamente il movimento, non ne può uscire neppure il Prc, la cui riconoscibilità è pure una "precondizione" cruciale per la nascita di una soggettività politica più ampia e plurale. Non si tratta del classico "Uniti si vince", che è soprattutto una scorciatoia, ma di un processo di costruzione ricco e articolato che, a partire dalla persuasione della sconfitta strategica del riformismo, si dota di piattaforme sociali adeguate, di capacità vertenziali, di obiettivi concreti. In sede di replica, Bertinotti specificherà ulteriormente questo ragionamento, soffermandosi anche sui segnali di difficoltà e "affanno" del movimento antiglobalizzazione: in realtà, secondo il segretario di Rifondazione comunista, la questione è sempre il "che fare", cioè quale continuità dare al conflitto, quali esiti non politicistici possono e debbono essere perseguiti. Sia la lotta sull'articolo 18, che pure si è espressa nelle grandiose giornate del 23 marzo e dello sciopero generale, e che forse tornerà ad esprimersi in un nuovo prossimo sciopero generale, quanto la lotta no-global, non riescono davvero ad articolarsi: si esprimono - finora si sono espressi - in dimensioni molto generali e "simboliche", poco programmatiche, pochissimo vertenziali. Si colloca qui l'iniziativa referendaria sostenuta da Rifondazione: una battaglia non solo difensiva, ma anche offensiva, che mantiene la continuità della mobilitazione e propone un significativo elemento di piattaforma (l'estensione di diritti), sulla base del quale si delinea uno schieramento alternativo. Dalla Cgil viene l'opzione - centrale - dello sciopero, insieme a un ragionamento importante sull'area del lavoro precario: una linea diversa dalla nostra, criticabile soprattutto nel merito, ma certo una posizione di lotta. Ma dal centrosinistra, si è chiesto Bertinotti, che cosa viene se non la riproposizione degli stessi schemi? Se non, talora, manifestazioni di esplicita subalternità strategica al padronato, come la posizione sulla crisi della Fiat, interamente schiacciata sugli interessi degli Agnelli?

Da questo punto di vista, dobbiamo sapere - ha concluso il segretario del Prc - che oggi esistono sulla scena tre ipotesi possibili. La prima - la più politicistica - è quella del "centrosinistra allargato": lo stesso Ulivo, più Rifondazione e Di Pietro. La seconda è quella della ricostruzione dinamica della stessa alleanza, con un polo neosocialdemocratico - un nuovo "Partito del lavoro" guidato da Cofferati - e un polo liberale: è un'ipotesi diversa da quella precedente, radicalmente alternativa alla nostra. La terza, appunto, è la costruzione della sinistra alternativa, con il Prc che "non vi si scioglie", ma vi concorre a pieno titolo, con la sua piena soggettività politica e strategica, ma anche con la capacità di allargare il campo. Superfluo sottolineare per che cosa lavora Rifondazione comunista: il riferimento al congresso di Rimini, certo, non è un omaggio rituale.

Rina Gagliardi

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