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Prigionieri politici palestinesi. Chi sono e che ruolo hanno

(3 Luglio 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.caunapoli.org

Prigionieri politici palestinesi. Chi sono e che ruolo hanno

foto: www.caunapoli.org

Cominciamo oggi la pubblicazione delle biografie dei detenuti politici palestinesi rinchiusi da più tempo nelle carceri sioniste. Si tratta di brevi affreschi che vogliono innanzitutto rompere quell’anonimato che circonda i prigionieri palestinesi, destinati, nel migliore dei casi, ad essere un numero nelle statistiche; sempre, in ogni caso, a rimanere senza nome e senza volto.

Dedicare un piccolo spazio a loro significa anche cercare di riannodare il filo della memoria: la lotta del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana va avanti da più di sessant’anni e i prigionieri di cui parliamo sono stati tratti in arresto quando le condizioni generali nel conflitto arabo-israeliano erano molto diverse rispetto ad oggi. Basterà leggere alcune di queste biografie per rendersene conto. Ma, al contempo, ci si accorgerà anche della sostanziale continuità delle politiche sioniste nei confronti del popolo palestinese e dei prigionieri in particolare.

Al momento, secondo i dati di Addameer, ong palestinese che si occupa dei diritti dei prigionieri palestinesi, i detenuti sono circa 6800, di cui più di 300 minorenni, 34 donne e 18 rappresentanti eletti. Subiscono vessazioni, umiliazioni e torture che in alcuni casi portano alla morte. Versare acqua calda e fredda sulle teste dei detenuti durante gli interrogatori, negare medicine e assistenza sanitaria, esporli per ore alla luce artificiale, impedire il sonno, spegnere sigarette sulla pelle sono solo alcune delle forme in cui la tortura ha luogo. Israele prevede per di più un regime differenziato per palestinesi ed israeliani, decisamente discriminatorio per i primi: ad esempio, un palestinese può essere detenuto senza l’intervento di un giudice per ben 26 giorni contro le 48 ore previste per un israeliano.

E in questi giorni sono arrivate anche le parole del primo ministro Netanyahu che ha sostenuto di voler modificare l’attuale trattamento dei prigionieri palestinesi. Naturalmente in peggio. In particolare si è espresso contro “l’assurda pratica secondo cui i prigionieri possono iscriversi e studiare all’università”.

L’ulteriore inasprimento non farebbe altro che contribuire al peggioramento delle condizioni di prigionia dei detenuti, nel tentativo di fiaccare la loro resistenza. Tentativi del genere sono stati portati avanti con continuità negli ultimi sessant’anni, ma senza ottenere alcun risultato. Malgrado Israele abbia fatto passare per le proprie carceri addirittura il 40% della popolazione maschile della Cisgiordania dal 1967 ad oggi (il 20% del totale) non è riuscito ad annientare la resistenza del popolo palestinese né tanto meno quella dei prigionieri. I detenuti palestinesi, infatti, sono stati e continuano ad essere un attore fondamentale nel conflitto arabo-israeliano. Oltre che un esempio di determinazione e dignità agli occhi non solo dei palestinesi ma anche di tutti i popoli del mondo, negli anni hanno contribuito all’elaborazione e messa in pratica di soluzioni per mettere fine all’occupazione sionista. Essi sono un simbolo della resistenza palestinese e, con la loro ostinazione a perseguire nel cammino intrapreso, indicano la strada a chi è fuori dalle galere. Ma sono anche un esempio importante di quanto l'unità nel campo palestinese sia raggiungibile, proprio a partire da alcuni principi di base, riconducibili in fin dei conti ad uno solo: le contraddizioni interne alla resistenza sono secondarie rispetto alla contraddizione principale, alla lotta contro l'occupazione israeliana.

Libertà per Sa’adat! Libertà per tutti i prigionieri politici palestinesi! Palestina libera!

Nael Al Barghouthi – Il decano dei prigionieri palestinesi

Traduzione a cura del Collettivo Politico Fanon – Napoli

fonte: middleeastmonitor.org.uk

Nato il 23 ottobre 1957, Nael Al Barghouthi ha trascorso 33 anni in prigione ed è, in assoluto, il prigioniero politico detenuto da più tempo in carcere in tutto il mondo. Fu arrestato il 4 aprile 1978 dopo aver condotto un’operazione in cui fu ucciso un israeliano. Al Barghouthi è stato sottoposto a pesanti torture ed è sopravvissuto ad almeno un tentativo di stroncare la sua vita durante gli interrogatori. Ultimamente è stato costretto all’isolamento per essersi rifiutato di denudarsi per sottoporsi ad una perquisizione delle autorità israeliane, una pratica che, secondo organizzazioni per la difesa dei diritti umani, dà copertura legale e politica per continuare ad umiliare e torturare i prigionieri palestinesi.
In questi lunghi anni di prigionia ha affrontato i suoi carcerieri con incredibile forza e determinazione, malgrado lo abbiano spostato di continuo da un carcere all’altro.
In prigione è stato fonte di ispirazione, conoscenza e formazione. Ha cresciuto generazioni di prigionieri; alcuni sono usciti, altri sono ancora dietro le sbarre.
A Nael Al Barghouthi piace essere chiamato “Abu An Nur” (padre della luce). È stato testimone di diversi accordi per lo scambio di prigionieri, ma in ogni occasione è stato tenuto fuori dalle liste perché i carcerieri israeliani lo considerano un soggetto pericoloso per la sicurezza.
Gli anni di prigionia hanno avuto un duro impatto sulla sua famiglia. Spesso sono state negate le visite e i parenti hanno appreso della sua malattia da fonti secondarie. Per anni la madre ha portato avanti una veglia dinanzi agli uffici delle organizzazioni per i diritti umani, che erano incapaci di assisterlo. Il padre di Nael, Hajj Saleh, è morto all’età di 88 anni, seguito a poca distanza di tempo dalla madre, Hajja Farha. Il sogno di libertà e di abbracciare i genitori si è ora ridotto al desiderio di poter visitare le loro tombe e di pregare per loro. Nael nasconde la sua tristezza per la loro perdita con una fermezza stoica.
Ma Nael non è l’unico membro della sua famiglia ad esser passato per le carceri israeliane negli ultimi due decenni. Suo fratello, Omar Barghouti – Abu Asif – ha trascorso più di 23 anni tra una prigione e l’altra. Il suo collega – Fakhri Barghouti – è il secondo prigioniero per lunghezza della detenzione nelle galere dell’occupazione.
Oggi Nael Al Barghouthi è una delle principali figure all’interno del sistema carcerario israeliano. È un simbolo dell’unità nazionale ed è consultato da tutte le fazioni. Sebbene sia dispensato da certi compiti, passa gran parte del suo tempo al servizio dei suoi compagni prigionieri: prepara i pasti, pulisce e insegna loro l’ebraico. La sua speranza è quella di contribuire alla formazione di una generazione speciale di prigionieri che possano, un giorno, diventare leader della lotta nazionale palestinese.

Fakhri Barghouti – Prigioniero politico palestinese

Traduzione a cura del Collettivo Politico Fanon – Napoli

Fonte: middleeastmonitor.org.uk

Nato nel 1954 nel villaggio di Cooper, nei pressi di Ramallah, nella West Bank, Fakhri Barghouti è stato testimone di numerose atrocità israeliane commesse contro il suo popolo. Si è sposato all’età di vent’anni e due anni dopo, il 23 giugno 1978, è stato arrestato.
Parlare dei problemi in più che affrontano i prigionieri sposati non è facile, ma Barghouti ha una moglie molto paziente, Samira Rifai, e due figli che sono stati educati in modo da comprendere che il loro padre è un eroe che lotta per la liberazione del loro paese. Tutti loro chiedono a Dio di riunire presto la famiglia.
Fakhri Barghouti ha visto molti dei suoi compagni prigionieri lasciare il carcere mentre lui e altri compagni continuano a languire nelle loro celle. I suoi figli si sono uniti ad un gruppo armato, sono stati anche arrestati e hanno vissuto sulla loro pelle l’asprezza della vita carceraria e diviso in parte il dolore e la sofferenza che il loro padre ha sopportato per così tanti anni.
Padre e figli si sono potuti incontrare, sebbene sia avvenuto nella prigione di Ashkelon, dopo 27 anni. È stato un momento di gioia per Fakhri e per i suoi figli Hadi e Shadi. La contentezza è stata condivisa da altri prigionieri, molti dei quali avevano condiviso anche i lunghi anni della prigionia di Fakhri.
Fakhri Barghouti ha passato il suo tempo in prigioni e in centri detentivi e in ognuno di essi ha incontrato prigionieri che gli chiedevano di raccontare storie sui combattenti palestinesi per la libertà e sulle loro lotte; la sua mente è piena di questo tipo di episodi.
Nei molti anni della carcerazione, Fakhri ha sofferto malattie e infermità a causa delle pessime condizioni e dell’abbandono che si vivono in carcere. Ha perso i suoi genitori, zii, zie e suo fratello, Abu Khaldun; le loro case sono ormai vuote e a Fakhri, come ad altri prigionieri che hanno perso i loro cari durante la propria detenzione, rimangono solo i ricordi.
La famiglia di Fakhri Barghouti vive in una modesta abitazione nel villaggio di Cooper. Umm Shadi (la madre di Shadi) continua ad ascoltare le ultime notizie, sperando di sentire qualcosa sulla data di rilascio di suo marito. Contribuisce ai programmi della radio locale realizzati soprattutto per i prigionieri, per fare in modo che suo marito e suo figlio sappiano come sta. Ha anche utilizzato queste opportunità per mandare un messaggio ai rapitori del soldato israeliano Gilad Shalit a Gaza, per dir loro che dovrebbero “acconsentire alle loro richieste perché non abbiamo speranza, oltre a Dio, se non voi”, un riferimento alla possibilità che suo marito e suo figlio possano ottenere la libertà in uno scambio di prigionieri con Israele.

Akram Mansour – Prigioniero politico palestinese

traduzione a cura del Collettivo Politico Fanon – Napoli

“Se ti chiedessero di scegliere tra libertà per te o la libertà per un altro prigioniero condannato all’ergastolo, quale sceglieresti? Sceglierei la libertà per l’altro prigioniero, visto che mi rimane ancora poco da scontare e ci sono altri che hanno bisogno di uscire dalle tenebre del carcere”.
Queste forti parole riflettono il coraggio di chi parla; un uomo che saputo conservare i propri ideali malgrado abbia trascorso la maggior parte della sua vita in prigione. Non gli resta molto da scontare ma ha passato più di trent’anni in una cella e gliene rimangono ancora alcuni davanti, prima di poter assaporare la libertà. Dopo potrà andare a casa, ma quanto saranno diverse ora le cose rispetto al giorno in cui dovette abbandonarla; non potrà abbracciare i suoi genitori perché sono morti entrambi mentre era in carcere e troverà quindi una casa vuota.
Akram Mansour è nato nel 1962 nella città di Qalqilya, in una famiglia formata da quindici persone. Ebbe la sua educazione nei collegi dell’UNRWA, ma fu costretto ad abbandonare ben presto gli studi a causa delle dure condizioni di vita e per andare a lavorare col padre nel settore delle costruzioni. Col passare degli anni, il prigioniero Akram si è andato distinguendo per le sue eccellenti qualità umane; è una persona amabile, compassionevole e sempre pronta ad aiutare gli altri. La passione per la sua patria lo spinse ad unirsi al movimento della resistenza palestinese quand’era giovanissimo, senza che nessuno della sua famiglia o dei suoi amici lo sapesse.
Il 2 agosto 1979 gli israeliani lo arrestarono per la sua partecipazione al sequestro di un autobus israeliano, operazione eseguita in risposta ad un’imponente incursione perpetrata dall’esercito israeliano. Fu detenuto per otto mesi, nei quali dovette affrontare duri interrogatori e continui trasferimenti da un carcere all’altro, fino a quando, nel marzo del 1980, si celebrò il processo in cui lo condannarono ad una pena di 35 anni di prigione.
Da allora le autorità israeliane hanno utilizzato molti metodi per minare la sua determinazione; lo hanno messo con criminali comuni, in isolamento per lunghi periodi, e lo hanno trasferito frequentemente. Nonostante tutto questo, il prigioniero Akram non si è lasciato abbattere. Ha studiato anche per la laurea e ha conseguito il titolo.
La madre di Akram Mansour è morta nel 1988, seguita presto da suo padre. Una delle sorelle è morta in Giordania senza poter vedere il fratello in prigione.
Le dure condizioni carcerarie hanno inciso pesantemente sulla salute di Akram. Ha un tumore alla testa che gli provoca svenimenti; il suo udito è stato danneggiato dalle torture cui è stato sottoposto; ha perso anche la maggior parte dei denti a causa delle torture e delle percosse; ha un dito completamente fuori uso. Malgrado tante sofferenze, non ha quasi ricevuto assistenza medica nelle carceri israeliane.
I prigionieri devono sopportare numerose umiliazioni e il prigioniero Akram Mansour non fa eccezione. Ad una sorella che poté fargli visita in carcere ha raccontato che in un’occasione lo obbligarono a mangiare pasta da terra quando le guardie gli fecero cadere il pasto dal piatto, colpendolo e insultandolo mentre lo costringevano a farlo. In un’altra occasione, le guardie gli versarono sulla testa un secchio di urina; quando presentò un reclamo, fu obbligato a rimanere nudo insieme ad altri prigionieri mentre sui loro corpi veniva gettata acqua gelida.
I fratelli del prigioniero Akram non hanno potuto fargli visita in carcere perché non sono in possesso di documenti di identità palestinesi o di altri documenti necessari. Gli israeliani utilizzano anche la scusa della “sicurezza” per privarlo delle visite familiari. La gente che lo conosce ne parla come dell’incarnazione della pazienza dinanzi a qualsiasi avversità.
Akram Mansour vive i suoi giorni in uno stato di incredibile ottimismo a causa dell’imminente liberazione. È preparato per aspettare e ha sollecitato i responsabili della questione dello scambio di prigionieri affinché mantengano saldi i loro principi e non cedano alle pressioni israeliane.

Fuad Kasim Al Razim – Prigioniero politico palestinese

traduzione a cura del Collettivo Politico Fanon

Fuad Al Razim è il più vecchio dei prigionieri palestinesi provenienti da Gerusalemme. È un uomo forte che resiste alla tortura e rimane fedele al Nobile Santuario di Al-Aqsa, dove è cresciuto. Fu incarcerato il 30 gennaio 1981 per aver portato a termine due operazioni militari conclusesi con la morte di due soldati israeliani nella Gerusalemme occupata.
Fuad non ha mai perso la speranza e non ha mai confessato nulla, malgrado le inenarrabili torture che ha dovuto affrontare per mano dei suoi carcerieri israeliani. Proprio per il suo afflato religioso e per l’amore per la patria è stato sempre considerato un obiettivo chiave, da tenere in una cella a tutti i costi. La sua identità gli ha permesso di coltivare il rispetto di sé, di mantenere sempre i suoi principi, anche in carcere. D’altra parte – e come è logico che sia – desidera ardentemente la libertà, nonostante abbia perso i suoi cari.
Fuad Qasim Arafat Al Razim è nato nel 1957, nel distretto di Sloan (Gerusalemme), diventando uno dei più grandi eroi della città. Ha trascorso molti anni della sua infanzia ed adolescenza tra gli angoli più reconditi della Moschea di Al Aqsa e, crescendo, si è sentito sempre molto legato alla Città Santa di Gerusalemme ed al Nobile Santuario. Sviluppò un forte sentimento di giustizia che non gli permetteva di rimanere tranquillo davanti ad alcuna ingiustizia nella sua città natale. Il massacro israeliano di palestinesi a Tel Al-Za’atar ha giocato un ruolo chiave nella formazione del suo pensiero; in quegli anni era studente e prese parte alle azioni e alle proteste studentesche.
Fu molto attivo nel movimento nazionale e quando era alla Scuola Al Ummah giocò un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle attività studentesche, incluse le marce di protesta. È una persona molto impegnata sul versante dell’etica e della religione; in quegli anni riuscì a memorizzare il Santo Corano. Terminati gli studi con una media dell’87%, si iscrisse alla Facoltà di Da’wa e Fondamenti della Religione presso il campus di Beit Hanina dell’Università di Gerusalemme. Nello stesso periodo fu imam presso una moschea locale.

Una lettera del compagno Sa’adat caratterizza la Giornata del Prigioniero a Gaza - 17 aprile 2011

traduzione a cura del Collettivo Politico Fanon
da pflp.ps/english/

Il compagno Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), ha fatto pervenire, tramite il suo avvocato, una lettera dalle celle dell’occupazione in cui è tenuto in stato di isolamento, nella quale parla del suo stato e di quello dei suoi compagni e fratelli nelle prigioni, facendo appello all’unificazione di tutti gli sforzi delle forze politiche e sociali e delle istituzioni nazionali per gestire ed organizzare un movimento unitario in sostegno ai prigionieri. Nella lettera si sostiene che la spinta dei prigionieri è un fattore che mira all’unificazione ed è una nuova leva per superare le divisioni e costruire un’unità d’azione per fare insieme tutti i sinceri sforzi nazionali per i prigionieri.

Tutte le opzioni, i metodi e le tattiche sono utili per ottenere la libertà dei prigionieri e questo obiettivo deve essere una priorità nell’agenda di tutte le forze nazionali ed islamiche.
Quest’anno la giornata del prigioniero coincide con la primavera di cambiamento dei popoli del mondo arabo, resa possibile dall’onda lunga delle azioni dei combattenti per la libertà e rivoluzionari di Tunisia ed Egitto, così come dalla mobilitazione dei giovani per la fine delle divisioni e dell’occupazione e per la ricostruzione delle fondamenta della causa nazionale palestinese. Sa’adat ha salutato il valoroso popolo palestinese, ovunque si trovi, e ha fatto appello affinché rimanga sullo stesso sentiero, verso la liberazione.

Il compagno Atiyeh Bassiouni ha presentato la lettera del compagno Sa’adat durante il suo discorso al raduno per la Giornata dei Prigionieri, tenutosi a Gaza il 17 aprile, organizzato dalle forze nazionali ed islamiche. La restaurazione dell’unità nazionale è la priorità del movimento dei prigionieri, presente in ogni loro azione, anche nei documenti, come, ad esempio, il cosiddetto documento sull’Accordo Nazionale che presenta una cornice per mettere fine alle divisioni sulla base di una lotta unitaria contro l’occupazione. Ha poi messo in risalto l’impegno per raggiungere i principi e gli obiettivi palestinesi espressi dai prigionieri palestinesi dalle più buie celle dell’occupazione; i prigionieri incarnano il trionfo di uno spirito di libertà capace, nelle prigioni, nei centri per gli interrogatori e nelle celle di tortura, di vincere sul carnefice.

Il sempre crescente razzismo dello stato sionista è evidente nelle sue pratiche contro i prigionieri palestinesi, da repressione e persecuzioni agli “obiettivi mirati”, dalla minaccia alle vite dei prigionieri ai sistematici e risoluti attacchi ai diritti dei prigionieri. Questa minaccia richiede una sempre maggiore attenzione e capacità difensiva a livello palestinese, arabo ed internazionale, e c’è necessità di una forte campagna mediatica per permettere che le voci dei prigionieri si esprimano in coordinamento con i medi attivisti e le organizzazioni arabe, palestinesi ed internazionali.

Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

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