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15 ottobre

15 ottobre

(19 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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Il 15 ottobre “indignato” a Roma

LA NOSTRA CRONACA DALL’INTERNO DELLA MANIFESTAZIONE

(7 Novembre 2011)

crash roma

Quella che segue è la cronaca, la nostra cronaca ragionata secondo il nostro metodo, della giornata del 15 ottobre a Roma nella quale siamo stati presenti impegnando le modeste forze di cui disponiamo nella diffusione della nostra stampa, nella discussione e nel contraddittorio col maggior numero di partecipanti che ci è stato possibile toccare.

Prima però una notazione: lo stesso giorno, 15 di ottobre, alcuni giornali danno ufficialmente la notizia – qualche articoletto nelle pagine interne of course – della partecipazione di truppe italiane nei combattimenti di terra in Libia al fianco dei tagliagole “democratici” e “islamici” indigeni la cui alta e principale specializzazione è la caccia ai lavoratori africani che rappresentavano il nerbo del proletariato di Libia. La Repubblica democratica italiana nata dalla Resistenza con tanto di Costituzione progressiva e bla bla bla è in guerra al fianco dei ribelli-tagliagole contro il proletariato di Libia! Questo è il dato di fatto e non c’è mistificazione o ipocrita mascheratura della cosa che tenga: qualcuno fiata, qualcuno “si indigna”? Pochi, pochissimi. Qualche piccolo e sparuto organismo politico. Pochi, pochissimi fra “il popolo degli indignati”, e adesso ne parleremo.

Ma, si dirà, che c’entra adesso la guerra di Libia, la guerra del nostro imperialismo democratico in Libia (e quelle che le cancellerie democratiche occidentali preparano in Siria piuttosto che in Iran) con il tema in questione che è la scesa in campo di una massa di giovani e di lavoratori contro l’invadenza della finanza, contro le manovre di politicanti al governo od anche di “opposizione” prostrati ai suoi diktat che devastano le nostre vite e “ci tolgono il futuro”? E invece c’entra eccome.

Non solo e non tanto perché occorrerebbe ricordare ai borghesi – dai sommi vertici dello Stato democratico fino alle sue propaggini ciarlatanesche à la Vendola – indignati per “il sacco di Roma” la “nostra” guerra democratica e imperialista tuttora in corso persino con l’applicazione impietosa ed impunita di forme di violenza barbariche come per l’assedio delle popolazioni di numerose città libiche. Essi esecrano e condannano lo scatenarsi della violenza per le strade di Roma, le devastazioni, le “azioni criminali che turbano la pacifica convivenza” ecc. ecc. intanto che conducono e pretendono di portare a termine la guerra all’esterno del paese ...in santa pace.

Ma c’entra soprattutto perché occorre suonare la sveglia e ricordare alla massa “degli indignati” che lo Stato democratico italiano come partecipa alla guerra di rapina al suo esterno così attacca ed aggredisce le masse al proprio interno. La stessa medesima macchina al servizio del capitale è all’opera, non altra! In opposizione ad essa quindi occorre mettere in campo ed organizzare una linea di difesa adeguata ai tempi, entro cui certamente porre e risolvere la questione delle forme di violenza gratuite e dementi che si sono espresse nella piazza romana ossia saperle quando è il caso stroncare con le buone o con le cattive. Lo diciamo subito perché tale questione sembrerebbe essere la pietra dello scandalo ed è presa a pretesto dalle forze della borghesia per blindare ulteriormente gli apparati del potere capitalistico, per fronteggiare non certo gli sventurati ’er pelliccia del momento cioè i movimenti di una frangia di piccola borghesia esagitata bensì argine preventivo contro la massa profonda del proletariato per quanto prostrata e schiava sia la sua attuale situazione.

Ed ora veniamo a noi.

La manifestazione era quantitativamente imponente, ma a dispetto della compattezza numerica del fiume umano che scendeva, a tenere il campo non era purtroppo una credibile presa in carico della denuncia e della battaglia politica contro la morsa opprimente del capitalismo in crisi sul cosiddetto 99% della popolazione (proprio per questo diamo subito merito particolare, per capirci, a un lavoratore della CUB che questa volta, attitudine e voce più che rara nel corteo, introduceva il suo spezzone con una articolata e vibrata denuncia dei diversi aspetti dell’attacco padronale e governativo contro i lavoratori nello scenario di crisi del capitalismo).


Ancora una volta purtroppo il campo era tenuto dall’assordante rumore della musica sparata dai camions a coagulare sul vuoto di contenuti minimamente visibili e apprezzabili l’“unità” dei singoli spezzoni. Se dagli Stati Uniti d’America rimbalzano immagini di una piazza che, intrisa di tutte le illusioni del caso e lontanissima dalla stessa necessità di darsi un programma (figuriamoci poi il programma di lotta contro il capitalismo), almeno però sembra mostrare un’attitudine seria, lanciando slogans per farsi sentire e non rimbambendosi di rumori che coprono ogni voce, usando maschere e cartelli anche goliardici ma non disgiunti da contenuti di denuncia che mettono a nudo il disagio dei settori sociali sfruttati; invece nella piazza italiana del 15 ottobre, come in molte altre che l’hanno preceduta, l’allegorico e il travestimento (tranne qualche eccezione, tipo un cartello che mimava l’icona del computer con su scritto “Capitalism has crashed. Exchange the system? Ok”) sono fine a se stessi, inane presunzione di un supposto modo “nuovo” di “rivendicare la democrazia dal basso”, presa di distanza e negazione ostentata della politica militante, non – si badi – della cosiddetta “vecchia politica”, come pur si sente dire, ma della politica tout court (gratta gratta in quanto politica di classe presa in carico dalla massa).

Ancora una volta e per capirci, ricorriamo a un esempio: due scemi se ne andavano in giro totalmente nudi, rivendicando, contro i pochi che giustamente gli gridavano contro (noi tra questi) la propria disinvoltura e il proprio “messaggio” (quale?). La sola presenza di simile demenza in una manifestazione politica ne connota il carattere e la dice lunga, senza che le guerriglie urbane esplose a qualche centinaio di metri possano mutare il segno di una giornata purtroppo vuota di lotta politica vera.

Per quel che abbiamo visto e ci sembra interessante rilevare, a dispetto di quanti concentrano l’attenzione esclusivamente sugli scontri, noi in tutt’altro senso abbiamo visto scorrere quasi “due cortei”: da un lato ampi spezzoni, prevalentemente ma non esclusivamente giovanili, dove a farla da padrone erano gli pseudo-contenuti della cosiddetta anti-politica (o “nuova” politica, secondo chi se ne fa portavoce), e dall’altra, sufficientemente demarcati dai primi e, diremmo, scarsamente comunicanti con essi, gli spezzoni, alcuni anche cospicui, di partiti ed organizzazioni (tra questi rilevante quello della Fiom presente non solo con i quadri d’organizzazione ma con un discreto numero di lavoratori).

Tra i primi annoveriamo ad esempio quelli del Teatro Valle occupato, artisti che hanno rivendicato la propria “creatività” ringhiando ad esempio con veemenza inusitata contro un militante di Rifondazione Comunista reo di portare la sua bandiera, laddove contenuti anche giusti (“vi abbiamo visto all’opera al governo e per questo vi diciamo che non ci rappresentate”) si mischiavano al prevalente rifiuto di qualsiasi idea di partito e di programma politico ideologicamente connotato (ovvero, quando dal giusto rifiuto di una certa politica fallimentare, quella degli ex-supporters “radicali” del governo Prodi, si passa a ritenere superata e negativa ogni connotazione politica e innanzitutto quella che si richiami al comunismo e all’organizzazione a tal fine).

Ma, dopo gli artisti, anche dai ranghi dei cosiddetti “indignati”, e quindi degli studenti, si respirava più che in altre occasioni ironia (se non ostilità) anche verso la falce e martello dei nostri opuscoli, e i contenuti che emergevano erano quelli di un certo grillismo anti-tutto e soprattutto determinato a far rispettare la propria opzione, quella che voleva i partiti, le loro bandiere, i loro simboli e quindi ogni falce e martello assenti o confinati alla fine del corteo (questi determinatissimi organizzatori di piazze anti-partitiche hanno poi potuto godersi il seguito e andarsi ad “accampare” sulle nuvole delle proprie fantasie).

Nondimeno abbiamo preso la palla al balzo, rintuzzato gli scambi di quanti mostravano sufficienza verso la nostra inequivoca visibilità e proprio in questa parte di corteo, tra un capannello e una discussione, abbiamo raccolto la migliore attenzione di quei giovani che si sono invece fermati a considerare che la politica è necessaria, che senza una prospettiva non si va da nessuna parte, che la falce e martello non è un look alla moda buono solo se indossato con la maglietta del Che perché esprime invece la necessità del nostro programma politico, etc. etc. (è soprattutto da questi ranghi che alcune decine di giovani manifestanti hanno raccolto il nostro invito prendendo gli opuscoli e dando la modesta sottoscrizione).

L’altra parte del corteo, quella di organizzazioni politiche e partiti, francamente appariva più spenta, e, nella contingenza data, non così dispiaciuta di starsene alla coda. Il dispendio di bandiere e supporti servivano a sostanziare poco più che qualche slogan sfiatato e generico. Qua e là non mancava una presenza giovanile anche nei ranghi organizzati e “di partito”, ma il nostro riscontro è quello, contraddittorio, di una maggior vitalità e ricettività tra i giovani studenti iperconfusi e sciolti che non negli apparati, che sono stati presenti in piazza senza riuscire a svolgervi alcun ruolo politico consono alla propria funzione.

Sia chiaro, non ci riferiamo all’assenza di servizi d’ordine che dissuadessero i cattivoni (mentre è sempre più necessario recuperare la capacità dell’organizzazione di piazza contro il nemico vero della protesta degli sfruttati, che è e resta lo Stato con i suoi apparati di repressione). Ci riferiamo alla azione politica, certo non da inventare all’istante – e, permettano i casseurs, mancata in assoluto il 15 –, volta a connotare efficacemente il corteo come azione di piazza e di massa con contenuti e prospettiva classisti. Sicché il vuoto di politica nostra si è sommato alla generale confusione di lingue, dove poi ciascuno ha giocato le proprie carte spaiate, fossero queste di tipo sostanzialmente elettoralistico (con i giovani del PD senza simboli di partito ma camuffati di giallo, e poi con SEL, ma anche con tutti gli altri “più a sinistra”...) o di altro genere.

Tutto questo ed altro ancora a noi presente, nondimeno registriamo il dato, niente affatto scontato alla partenza, di una risposta ampia alla chiamata – di carattere internazionale, peraltro – alla mobilitazione nella giornata del 15. Mentre le “ondate travolgenti di movimenti” che avrebbero percorso in lungo e in largo l’Italia negli ultimi tempi con “maggioranze già schierate dalla nostra parte” (questo testimonierebbero gli esiti referendari) appartengono all’abitudine bugiarda di un’enfasi poco seria che annacqua e confonde la necessità di un vero movimento di lotta contro l’attacco capitalistico e il governo di centro-destra con (purtroppo) debolissime difensive della classe operaia pesantemente attaccata, quando non con mere testimonianze di opinione ed effettive “mobilitazioni”... di pure schede referendarie, noi diciamo che le svariate decine di migliaia di giovani e anche di lavoratori presenti nella piazza del 15, per una giornata che tutti comunque sapevano non essere facile, è un incoraggiante dato di inizio (non la prosecuzione di un’ “onda in piena” di cui altri, vedi anche l’appello “Dobbiamo fermarli”, hanno inteso farneticare).

Non è secondario poi che le manifestazioni si siano svolte in molti paesi. Certo con diversa partecipazione e intensità, ma anche con la premessa oggettiva di una potenziale unificazione che muove dalla medesima dichiarata radice dei problemi emersi da un capo all’altro del pianeta. Il che non ci fa dire che sia risorto il movimento nato a Seattle e poi proseguito con le giornate di Genova e con le mobilitazioni contro le aggressioni imperialiste all’Afghanistan e poi all’Iraq.

Quand’anche le ragioni oggettive di una mobilitazione internazionale delle classi sfruttate del mondo intero siano oggi ancora più forti, noi vediamo che, di fronte alla conclamata crisi del capitalismo, difetta finanche l’idea (figuriamoci l’istanza) di un’alternativa al sistema dato, idea che invece nel cosiddetto movimento di Seattle era, sia pur confusamente, evocata. Si diceva allora “un altro mondo è possibile” e su queste basi noi comunisti potevamo dire: “un altro mondo è possibile senza e contro il capitalismo”. Oggi – sottolineato: oggi – non di questo si tratta. Anche gli appelli più “sinistri”, e siamo all’intensità del rosa pallido, accennano vagamente a “un altro modello di sviluppo”, non puntano il dito contro il capitalismo ma contro la sua componente che esclusivamente sarebbe malata – le banche e la finanza – reclamano a note chiare la riforma del capitalismo enunciando in nuovi improbabili keyesismi il programma della riforma possibile, condiscono il tutto con l’imbelle lamentosa petizione di restituzione della democrazia violata.

Cartina al tornasole di tutto questo è la questione decisiva dell’aggressione imperialista alla Libia. Dopo le giornate di Genova, nel settembre del 2001 si scendeva in piazza contro la minacciata (e poi scatenata) aggressione all’Afghanistan e ancora poi negli anni successivi le piazze si sono riempite contro l’inizio della nuova invasione dell’Iraq. Una mobilitazione che non fu in grado di contrastare l’imperialismo (e questo poteva purtroppo stare nel conto delle possibilità date), ma neanche capace di sedimentare l’organizzazione di un’avanguardia in grado di trasmettere le acquisizioni fatte insieme al necessario bilancio dei limiti che avevano precluso i passi ulteriori.

Oggi l’arretramento generale è più che evidente. La piazza del 15 (permettano ancora i rivoluzionarissimi casseurs) non ha spina dorsale da opporre all’attacco che muove dal capitalismo in crisi in quanto tre quarti dei suoi organizzatori si sono semplicemente lavati le mani, quando non hanno convintamente plaudito, davanti allo scempio che il proprio imperialismo sta conducendo da mesi, e ancora in questi giorni, in Libia.

Vogliamo “non pagare” la crisi del capitalismo? Ebbene non possiamo dimenticare che le guerre scatenate dall’imperialismo contro la Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia sono l’altra faccia dell’attacco che ci viene portato direttamente. Se negli anni passati abbiamo visto in campo un accenno di mobilitazione internazionale contro gli effetti nefasti del capitalismo non disgiunta da un inizio di presa in carico della sofferenza e della lotta degli sfruttati dei paesi oppressi dal nostro imperialismo, adesso invece vediamo in ampi settori di sinistra, anche “estrema”, il disinteresse e la passività di fronte all’aggressione imperialista in Libia, e, necessario pendant di ciò sul fronte interno, un ridicolo lamento di riforma e di democrazia “dal basso”, mentre la vera e unica democrazia del capitale affila gli artigli per piantarli nelle carni di quel 99% che resta in tal modo totalmente disarmato di efficaci armi di battaglia politica e quindi privo di difese.

Non a caso, proprio a causa delle ambiguità e delle omissioni della cosiddetta sinistra, che ne rendono poco credibile e francamente fasullo il lamento solidaristico “a difesa dei più deboli”, stentiamo a vedere in campo quella partecipazione di settori cattolici che invece fu possibile negli anni passati sulle basi più avanzate di un’almeno iniziale proiezione, se non proprio schieramento, dalla parte degli sfruttati del mondo intero.

Sono queste e altre le magagne del 15 ottobre, irrecuperabili sulle basi date (da sbaraccare e rifare con tutt’altri mattoni). Quale coordinamento è possibile con quelle forze che non hanno mosso un dito né detto una parola (e peggio ancora quando l’hanno fatto) contro l’aggressione alla Libia? Su queste basi l’unico coordinamento possibile sarebbe, e nei fatti è, quello dato su appelli e pronunciamenti omissivi. Come possiamo stare insieme per insieme difenderci contro l’attacco del capitalismo in crisi, se intanto non è possibile parlare di Libia, figuriamoci poi prendere in carico la denuncia e la lotta contro l’ennesima criminale aggressione del nostro imperialismo?

A queste condizioni l’unico “denominatore comune” che possa mettere insieme i supporters del PD, dai “volontari” dell’Arci a quelli del nuovo associazionismo creativo e indignato, fino all’intero arco dei “sinistri” più radicali di tutte le correnti e componenti, politiche e sindacali, nessuno escluso, è quello SMOBILITANTE della difesa della democrazia e della costituzione antifascista nata dalla resistenza, messe in pericolo per tutti dal reprobo Berlusconi e per alcuni anche dalla BCE.

Su questo terreno di ambiguità, di omissioni, di arretramenti continui si è costruito passo dopo passo nei mesi trascorsi il nulla politico che le forze di cosiddetta “sinistra” hanno messo in campo il 15 ottobre, così lasciando terreno libero ai trasformismi elettoralistici del PD, il cui associazionismo, dopo aver disertato ogni trincea possibile (a cominciare da ormai lontane manovre di riflusso in omaggio al governo “amico”) e anzi essendosi collocato dall’altra parte, riscopre oggi, in prossimità di future elezioni, la vocazione alla mobilitazione, o a quelli di SEL con i cartelli di firme che gli si aggregano a codazzo “per l’alternativa”, e di altri ancora. Due esempi che in particolare ci indignano: la sostanziale rinuncia della Rete 28 aprile a dare battaglia in Cgil confluendo in un indecente documento congressuale che ha dato vita all’autentico aborto della cosiddetta “Cgil che vogliamo”; il recente improvviso voltafaccia di Landini/Rinaldini, che, con gli occhi alle future elezioni e relative alleanze di coalizione PD-SEL (peraltro tutte da verificare), hanno quasi “fatto la pace” con la Camusso proprio quando il vertice della Cgil, contro il quale avevano in precedenza sparato ogni sorta di anatema, ha sottoscritto e ri-sottoscritto accordi che svendono gli scioperi dei lavoratori.

Un vuoto di politica di classe, quello del 15 ottobre, e ci arriviamo infine, che i giovani andati allo scontro con la polizia non hanno contribuito a colmare pressoché in niente (eccezion fatta per la lezione di organizzazione di piazza data a tutti gli altri).

Siamo consapevoli che il nostro microbico nucleo ha scarso appeal da spendere verso costoro, cui non rinunciamo a rivolgerci. La via da essi intrapresa è figlia del sacrosanto disgusto per una fu –“sinistra” che con D’Alema ieri e Napolitano oggi (senza dimenticare tutti i supporters “radicali”) assume senza finzioni come proprio obbiettivo gli interessi interni ed esterni del capitalismo imperialista nazionale. E’ figlia delle indecenti ambiguità della “sinistra estrema” che non rinuncia mai a barattare pezzi di dignità politica per rincorrere l’illusione di maggiori visibilità, di cartelli più ampi, per potersi candidare a facitori di movimenti su basi sempre più sbracate (salvo poi concorrere a svuotare le piazze, come già fu per il “movimento dei movimenti”, o esprimere in piazza il nulla, come è stato il 15 ottobre).

Ma il rifiuto di tutto questo, che è sacrosanto, non può imboccare scorciatoie. Nella piazza del 15 ottobre, come in ogni altra, contro la fasullaggine di chi bela per la costituzione democratica (cominciamo a discutere di questo) e intriga in vista di vittorie o rilanci elettorali, occorre portare nella massa mobilitata la politica di classe, fatta di denuncia articolata del capitalismo, della rivendicata prospettiva di un exchange di sistema contro il capitalismo (prospettiva che per noi è il socialismo), di battaglia politica contro tutte le posizioni che deviano da queste consegne, di organizzazione delle forze finalizzata a questi compiti e a questi risultati. Troppo poco? Noi non lo crediamo. E’ ciò che da molto tempo è del tutto assente, e dopo la guerriglia urbana di sabato da questo essenziale punto di vista le cose restano come erano.

Come si vede non vediamo tutto roseo. Ma, a conferma della nostra valutazione di un inizio non di sole spine, non ci sfugge che insieme alle voci di quanti reclamano condanne esemplari e leggi d’emergenza, ci sono anche quelle di autorevoli rappresentanti del capitalismo che, con gradazioni varie, ammettono di comprendere le ragioni dei giovani. Con argomenti diversi e anche scegliendo interlocutori diversi, molti dell’establishment abbozzano il tentativo di un dialogo con la massa che inizia a mobilitarsi (e non solo con le componenti più moderate di essa, perché gli consegnino in quattro e quattr’otto la facile smobilitazione della piazza). E’ un’insidia, certo, ma anche una conferma della consapevolezza che l’andamento della crisi e le politiche che i governi saranno sollecitati a varare, quali che possano essere i primi e anche i secondi passi falsi compiuti, getteranno in campo masse sempre più ampie di scontenti.

Noi riteniamo che su questo si debba lavorare, senza cercare scorciatoie per immediate risoluzioni che non ci saranno, senza voler prescindere da tutto quel che è necessario affinché la massa dei lavoratori riprenda in carico le proprie consegne di organizzazione e di lotta.

20 ottobre 2011

Nucleo Comunista Internazionalista

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