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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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Dopo il 15 ottobre che fare?

Analisi e proposte per la fase attuale

(26 Novembre 2011)

La crisi della finanza e l’impoverimento delle masse

L’attuale fase del capitalismo, conseguente alla crisi del 2008 è caratterizzata dalla bancarotta di istituti finanziari, dal crollo dell’economia, da una grave stagnazione, da un impoverimento progressivo delle masse, da un inflazione in aumento (causato principalmente dall’aumento del prezzo del petrolio) nonostante una caduta verticale dei consumi e da un prezzo dell’oro alle stelle come quando si scatena un conflitto di carattere bellico.

Il FMI nel primo semestre successivo all’inizio della crisi affermò che si trattava di una “tempesta economico-finanziaria perfetta”. Una tempesta che ha determinato il fallimento della Northern Rock in Gran Bretagna e della Lehman Brothers negli USA, una banca specializzata in assicurazioni di mutui. Il governo USA ha dovuto finanziare con milioni di dollari la AIG e le altre banche come la Fannie Mae e la Freddie Mac in quanto indispensabili per il funzionamento del sistema finanziario americano con circa 850 miliardi di dollari. A farne le spese il proletariato americano ed il ceto medio.

In pratica, le misure di aiuto dei governi sono essenzialmente di due tipi. Nel primo caso lo stato si fa garante dei titoli di bassa o pessima qualità che le banche detengono nei propri portafogli. Nel secondo, gli stati acquistano azioni delle banche per migliorare la loro situazione patrimoniale, nei due casi si interviene sempre con denaro pubblico, di conseguenza la crisi viene fatta pagare ai lavoratori ed alle classi più povere.

Gli interventi pesano moltissimo sui conti pubblici, facendo schizzare il debito e il deficit dei governi interessati, e riversando sull'insieme dei cittadini e sui contribuenti i costi di una crisi causata da una ricerca spasmodica di profitto attraverso la finanziarizzazione dell’economia.

Il fallimento economico finanziario ha coinvolto molti titoli borsistici, tra questi i cosiddetti fondi pensione che hanno perso gran parte del loro valore, determinando una perdita pensionistica integrativa per i lavoratori, costretti dagli accordi sindacali a trasformare il TFR in azioni dei fondi pensione.

La crisi che ha coinvolto l’intero pianeta e che rischia di vedere crollare tutto il capitalismo non solo quello USA e quello Europeo, nasce come risposta del capitalismo alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto attraverso la finanziarizzazione spinta dell’economia, per integrare i bassi saggi di profitto realizzati con la produzione delle merci, cioè in quel processo analizzato da Marx nel Capitale di trasformazione di D-M-D e di D in D’.

Per capire la quantità di moneta che è in gioco nelle speculazioni finanziarie basta tener presente alcuni dati: il mercato obbligazionario mondiale valeva nel 2010 circa 95.000 miliardi di dollari, il mercato borsistico circa 50.000 miliardi di dollari e i derivati circa 600.000 miliardi di dollari. Un economia che vale circa 12 volte il PIL prodotto in un anno sull’intero pianeta.

La crisi finanziaria del 2008 ha mandato a picco le borse facendo bruciare migliaia di miliardi di dollari, producendo effetti devastanti sull’economia.

Purtroppo dobbiamo ricordare che le ultime due guerre mondiali si sono succedute proprio dopo delle crisi economiche che misero in ginocchio l’economia e l’attuale crisi è perfino peggiore di quella del 1929!

La speculazione finanziaria però non si arresta con la crisi dei cosiddetti “subprime”, le banche e gli istituti finanziari hanno bisogno di recuperare una parte di quello che si è perso e spostano una grande quantità di denaro sui titoli di stato vendendo e comprando a breve distanza di tempo per realizzare ingenti profitti a danno degli stati che hanno un economia più debole e con un alto deficit pubblico. Ne fanno le spese così la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e l’Italia.

In Italia i titoli di stato sono nelle mani di banche (15%), di gruppi assicurativi esteri e fondi comuni europei (14,6%), per il 14% in mano a privati, il 12,3% nelle mani di banche estere, l’11,4% appartiene a compagnie assicurative italiane e l’11,1% ad investitori internazionali.

La Cina che già possiede gran parte del debito pubblico Statunitense e quindi ha il potere di condizionare la politica estera degli USA, in questi mesi sta comprando sempre più titoli di stato europei, a tutt’oggi ne possiede il 7% e si offre di salvare quelle nazioni che rischiano il default , ma in cambio chiede contropartite ed agevolazioni per le sue esportazioni. Nel frattempo utilizza la sua grande quantità di ricchezza finanziaria, prodotta dallo sfruttamento della sua classe operaia, per comprare aziende che operano in svariati settori, Aereoporti, porti marittimi, per entrare con il suo capitale finanziario nelle banche di tutto il mondo.

Questa grande massa di liquidità si inserisce in una speculazione già esistente e ne diventa un catalizzatore.

Il proletariato italiano paga quindi miliardi d’interessi sui titoli di stato a speculatori e finanzieri che hanno prodotto la crisi e che nulla pagano per il danno prodotto, ma anzi anche in questa situazione continuano ad arricchirsi.

In Italia il debito pubblico dagli anni ‘80 cresce spaventosamente anche per finanziare una casta di governi mafiosi e corrotti. Nel 1983 (in quell' anno vi furono due governi: il primo «elettorale» di Amintore Fanfani, il secondo di Bettino Craxi), il debito raggiunse il 69,93%. Nel 1984 (governo Craxi): 74,40%. Nel 1985 (governo Craxi): 80,50%. Nel 1986 (governo Craxi): 84,50%. Nel 1987 (governi Craxi, Fanfani e Goria): 88,60%. Nel 1988 (governi Goria e De Mita): 90,50%. Nel 1989 (governi De Mita e Andreotti): 93,10%. Nel 1990 (governo Andreotti): 94,70%. Nel 1991 (governo Andreotti): 98%. Nel 1992 (governi Andreotti e Amato): 105,20%. Nel 1993 (Amato e Ciampi): 115,60%. Nel 1994 (governi Ciampi e Berlusconi): 121,50%, nel 1995 (governo Dini) 121,20%; nel 1996 (governi Dini e Prodi) 120,60%; nel 1997 (governo Prodi) 118,10%; nel 1998 (governi Prodi e D' Alema) 114,90%; nel 1999 (governo D' Alema) 113,70%; nel 2000 (governi D' Alema e Amato) 109,20% ; nel 2001 (governi Amato e Berlusconi) 108,70%; nel 2002 (governo Berlusconi) 105,55%; nel 2003 (governo Berlusconi) 104,26%; nel 2004 (governo Berlusconi) 103,90%. Da allora ha ripreso a salire: 106,60% nel 2005 e 106,80% nel 2006 fino ad arrivare ad oggi a circa il 120%.

Ogni anno gli stati emettono titoli di stato sul mercato per far fronte ad una cronica mancanza di liquidità e gli interessi su questo debito vengono scaricati principalmente sui ceti più poveri.

“Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.”.
(Karl Marx – Il Manifesto)

Il 2009 è stato un anno nero per le famiglie italiane, e non è stato da meno l’inizio del 2010, solo il 2,2% delle famiglie ritiene, infatti, di aver migliorato la propria condizione economica, mentre il restante ha visto un peggioramento delle proprie condizioni di vita. Il 67% di famiglie in Italia ha acquistato prodotti a basso costo e scadenti a causa della crisi. E’ aumenta la percentuale di persone che affermano di aver risparmiato sulla cura della propria persona e sulle spese sanitarie; allo stesso modo si assiste ad un incremento della percentuale di famiglie che hanno risparmiato su acqua, luce e gas (32,1% nel 2010): +11,5% rispetto al periodo precedente. A febbraio 2010, più di una famiglia su tre (34,8%) ha risparmiato sull’acquisto di generi alimentari di base (pane, pasta e carne). In assenza di una casa di proprietà e di risparmi, la percentuale di famiglie povere che risparmiano sul mangiare sale al 68,4%.

Il Mezzogiorno conferma gli elevati livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 e mostra un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta . L’incidenza di povertà assoluta aumenta, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia.

L’Ocse ha dichiarato che nel 2009 i salari dei lavoratori italiani sono tra i più bassi della zona euro.

Nei prossimi anni si prevede una ulteriore perdita di capacità di acquisto delle famiglie di operai, di impiegati e di pensionati.

La crisi colpisce anche i dipendenti pubblici sottoposti a tagli del salario accessorio, al congelamento dei contratti, ad un aumento dei carichi di lavoro ed al licenziamento dei precari della pubblica amministrazione.

Una vera e propria guerra alle condizioni di vita dei lavoratori che è completata con un attacco normativo senza precedenti. Numerose sono ormai le leggi contro i lavoratori a tutto vantaggio dei capitalisti per rendere lo sfruttamento più intensivo e per avere mano libera nei licenziamenti.

Una delle ultime leggi approvate dal governo in Italia è il “Collegato lavoro” che è il prosieguo di un attacco che parte da lontano.

Con il “Collegato Lavoro” è più difficile vincere cause di lavoro, impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere giusti risarcimenti.

Diventa legge la possibilità di derogare ai CCNL, “certificando”, tramite commissioni, i contratti individuali contenenti clausole peggiorative: viene limitata la giurisdizione del giudice e si incentiva il ricorso all’arbitrato.

Legge Biagi, Collegato Lavoro, Pacchetto Treu, Legge sul socio lavoratore, L. 223/91 e varie tipologie di lavoro precario, la classe operaia scende così all’inferno.

Il modo di produzione capitalistico dimostra sempre più di non poter dare risposte definitive alle crisi che esso stesso produce. La borghesia tende a ridurre sempre più i salari per aumentare il saggio del plusvalore (pl/v), ma nel contempo ha bisogno di vendere le proprie merci che restano invendute a causa dei salari troppo bassi, la concorrenza tra capitalisti, tende a ridurre il prezzo delle merci e quindi per mantenere un profitto che il capitalista ritiene accettabile, egli deve spremere ancor più la forza lavoro che è alle sue dipendenze, attraverso l’allungamento della giornata lavorativa, la riduzione delle pause nell’attività lavorativa, l’aumento dei ritmi di produzione, introducendo nuovi macchinari più potenti etc., ma quest’ultima misura fa diminuire il saggio di profitto (PV/C+V) in quanto nella formula qui esposta i macchinari rappresentano il capitale costante “C” e di conseguenza aumentando “C” diminuisce il valore del saggio di profitto.

Il capitale tra l’altro non produce in funzione dei bisogni umani per sete di profitto e quindi tende a produrre sempre più merci, che spera di vendere, producendo una situazione di eccesso di merci rispetto a quelle che il mercato può assorbire e quindi genera una situazione in cui queste non vengono vendute determinando una crisi per eccesso di produzione di merci.

Una situazione paradossale in quanto si è generata una crisi non per mancanza o penuria di prodotti o per qualche carestia, ma perchè la società ha prodotto troppe merci, mentre la popolazione non ha di che mangiare e di che vestirsi e non può comprarsi quello che sugli scaffali è in abbondanza e forse destinato al macero per non far calare i prezzi.

Pur di vendere le merci la borghesia spinge la masse ad indebitarsi sempre più. Scriveva Marx a suo tempo:

“I proprietari di capitale stimoleranno la classe operaia a comprare più e più merci costose, case e tecnologie, spingendoli a prendere più e più credito, finché i loro debiti diventeranno insostenibili. I debiti non pagati condurranno alla bancarotta delle banche, le quali dovranno essere nazionalizzate, e lo stato dovrà prendere la strada che alla fine porterà al comunismo.".

In tutto questo la classe dominante non vuole assolutamente perdere i propri privilegi, lottando strenuamente contro qualsiasi tassa sui suoi patrimoni, evitando di pagare anche le tasse più insignificanti, mettendo al sicuro i propri profitti nei cosiddetti “paradisi fiscali”.

Al Clero viene garantito per legge di non pagare le tasse, in cambio del suo sporco lavoro di imbonimento delle masse, di mantenimento di queste in uno stato di soggiogamento e di ignoranza.

Lo Stato garantisce alla Chiesa di non pagare varie tasse, tra cui ICI, IMU, TARSU, etc, mentre attraverso l’8 per mille riempie le sue casse di miliardi di euro.

Di conseguenza non resta che impoverire sempre più la classe dei proletari prelevando dalle loro tasche, tagliando le spese per la sua salute, per la sua istruzione, per i trasporti dei pendolari, per la sua pensione, tassando tutte le merci che questi utilizzano per una mera sopravvivenza, fino ad equiparare la sua condizione sociale a quella di un pezzente.

La concorrenza tra proletari nella ricerca di un lavoro, l’aumento del numero di disoccupati genera ancor più concorrenza e determina ancor più l’abbassamento del valore della forza lavoro al livello più basso con conseguente riduzione dei salari.

Per i padroni le condizioni dei lavoratori Italiani devono essere adeguate a quelle degli operai dell’Europa dell’Est e successivamente a quelli della Cina e dell’India.

Nell'Europa dell'Est, gli operai ricevono stipendi da fame. Ossia 380 euro al mese per i polacchi che costruiscono una Fiat 500, 270 euro per gli slovacchi che assembrano Toyota Aygò, Peugeot 107, Citroen C1 o la nuova Renault Twingo, appena 166 euro per gli ungheresi che fanno nascere la Opel Agila e la Suzuki Splash e - se possibile - ancora meno (appena 100 euro) per i brasiliani che fabbricano la Volkswagen Fox.

L’operaio in quanto merce forza lavoro, come tutte le merci inanimate non possiede nessun diritto sostanziale, nemmeno quello di essere sfruttato, cioè la richiesta di lavorare alle dipendenze del padrone, in quanto il capitalista decide a suo piacimento quando e come sfruttarlo, quando inserirlo nel processo produttivo ed usarlo ai fini della valorizzazione del capitale.

Oltre 2 milioni e 200 mila persone muoiono ogni anno nel mondo per cause di lavoro. Su circa 2,2 milioni di morti l'anno 12 mila sono dei bambini.

E circa 270 milioni di lavoratori restano vittima di incidenti non mortali.

1 milione e 700 mila persone - sono vittima di malattie professionali (l'amianto da solo è responsabile di circa 100.000 morti l'anno).

Muoiono così anche tutte quelle libertà affermate sulle carte costituzionali dei vari paesi e mai realmente concesse. Le uniche libertà che realisticamente restano ai poveri, sono quelle di prostituirsi, di vendersi come forza lavoro a questo o a quel capitalista, di essere servitori sciocchi dei potenti, di condividere i loro soprusi e di prendere le armi per difendere la libertà dei padroni.

Ben cosciente che la crisi provoca numerose rivolte tra gli schiavi salariati e nell’esercito industriale di riserva, la borghesia si prepara anche a sparare sulle folle pronte alla rivolta e che non accettano un futuro di miseria. La storia delle rivolte degli ultimi anni nel mondo arabo ed in parte del proletariato delle zone ad alta industrializzazione è il risvolto sociale delle crisi di sovrapproduzione.

La borghesia non potrà uscire da questo periodo di crisi se non con una cura peggiore del male.

Il male del capitalismo non si trova in una gestione sbagliata di alcuni banchieri o nella speculazione selvaggia e, nemmeno nell’enorme debito pubblico degli stati sovrani, il male del capitalismo è il capitalismo stesso, con tutte le sue leggi.

Il capitalismo non è eterno è solo un modo di produzione legato ad un periodo storico ben determinato e prima o poi sarà soppiantato!

Keynes affermò a proposito del capitalismo:“Nel lungo periodo siamo tutti morti”.

Il capitalismo è un sistema che genera guerre, fame e povertà perchè non produce in funzione dei bisogni umani ma per il mercato e il profitto.

La borghesia mondiale non vede nessuna via d'uscita dalla crisi se non quella di scaricarla sui ceti più poveri con conseguenti sommovimenti popolari in tutto il globo.

In Italia la crisi ha generato un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta.

Il 2009 è stato un anno nero per le famiglie italiane, e non è da meno l’inizio del 2010, solo il 2,2% delle famiglie ritiene, infatti, di aver migliorato la propria condizione economica, mentre il restante ha visto un peggioramento delle proprie condizioni di vita. Il 67% di famiglie in Italia ha acquistato prodotti a basso costo e scadenti a causa della crisi. E’ aumenta la percentuale di persone che affermano di aver risparmiato sulla cura della propria persona e sulle spese sanitarie; allo stesso modo si assiste ad un incremento della percentuale di famiglie che hanno risparmiato su acqua, luce e gas (32,1% nel 2010): +11,5% rispetto al periodo precedente. A febbraio 2010, più di una famiglia su tre (34,8%) ha risparmiato sull’acquisto di generi alimentari di base (pane, pasta e carne). In assenza di una casa di proprietà e di risparmi, la percentuale di famiglie povere che risparmiano sul mangiare sale al 68,4%.

Dalle indagini dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza emerge che miliardi di euro vengono ogni anno trasferiti nei paradisi fiscali.

Le banche vengono garantite per evitare il crollo del sistema, gli industriali vengono aiutati per mantenere in piedi l’apparato industriale, sotto la minaccia vera o presunta di portare all’estero la produzione.

Restano alte o addirittura sono aumentate le spese militari, centinaia di milioni di euro al mese per le guerre in varie parti del mondo. Guerre che i padroni chiamano “missioni di pace”.

L’Ocse ha dichiarato che nel 2009 i salari dei lavoratori italiani sono stati tra i più bassi della zona euro.

Nei prossimi anni si prevede un’ulteriore perdita di capacità di acquisto delle famiglie di operai, di impiegati e di pensionati.

L’assicurazione auto obbligatoria per legge è tra le più alte d’Europa, tre volte superiore alla media europea, e grava sul reddito dei lavoratori in maniera pesante.

I padroni speculano sul costo del petrolio, realizzando ulteriori profitti a danno dei proletari, laddove aumenta il prezzo del barile, immediatamente si adegua il prezzo della benzina, laddove diminuisce il costo del barile i prezzi restano invariati. L’assistenza sanitaria per i proletari peggiora, le tasse scolastiche aumentano, vengono licenziati migliaia di lavoratori precari in particolare nelle scuole.

L’indebitamento già di per sé grave è previsto in aumento negli anni prossimi, moltissime famiglie cadono nelle mani degli usurai. Per i figli dei proletari di nuovo il dramma dell’emigrazione verso il Nord in cerca di qualche lavoro sottopagato senza contratto e senza orari.

La crisi colpisce anche i dipendenti pubblici sottoposti a tagli del salario accessorio, al congelamento dei contratti, ad un aumento dei carichi di lavoro ed al licenziamento dei precari della pubblica amministrazione, ma e se il ceto medio soffre, gli operai cadono in una condizione di disperazione.

La guerra alle condizioni di vita dei lavoratori è completata con le nuove leggi che questo governo ha approvato. Il Collegato lavoro è il prosieguo di un attacco che parte da lontano; con il “Collegato Lavoro” è più difficile vincere cause di lavoro, impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere giusti risarcimenti.

Diventa legge la possibilità di derogare ai CCNL, “certificando”, tramite commissioni, i contratti individuali contenenti clausole peggiorative: viene limitata la giurisdizione del giudice e si incentiva il ricorso all’arbitrato.

Legge Biagi, Collegato Lavoro, Pacchetto Treu, Legge sul socio lavoratore, L. 223/91 e varie tipologie di lavoro precario, la classe operaia non solo non va in paradiso, ma anzi scende all’inferno.

La piattaforma di rilancio delle lotte politico-sindacali deve partire dalla richiesta della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione, l’abolizione delle leggi europee sull’allungamento dell’orario di lavoro, delle leggi di “dumping sociale” e la richiesta di grossi aumenti salariali in una prospettiva di costruzione del sindacato di classe.

Il dramma della condizione del lavoro salariato è in parte in queste cifre: in Italia ci sono circa 1300 morti sul lavoro ogni anno e 930 mila infortuni sul lavoro.

Oltre 2 milioni e 200 mila persone muoiono ogni anno nel mondo per cause di lavoro. Su circa 2,2 milioni di morti l'anno 12 mila sono dei bambini.

E circa 270 milioni di lavoratori restano vittima di incidenti non mortali.

1 milione e 700 mila persone - sono vittima di malattie professionali (l'amianto da solo è responsabile di circa 100.000 morti l'anno).

Questi sono i dati che solo in parte evidenziano una guerra ben più vasta che i padroni mettono in campo ogni giorno nei confronti dei proletari.

Quale che sia l’evoluzione della crisi attuale, una cosa è certa, il capitalismo non si autodistruggerà, come non si sono autodistrutti i modi di produzione che l’hanno preceduto nella storia dell’umanità.

Solo una rivoluzione nel corso della quale le classi oppresse rovesciano attraverso la guerra civile il dominio della vecchia classe dominante, può distruggere il vecchio modo di produzione.

Finché il proletariato non troverà, sotto i colpi degli attacchi capitalisti che vanno moltiplicandosi, la forza di lanciarsi nella lotta decisiva e conclusiva, finché non troverà la forza di organizzarsi, così sul piano politico (costituendosi in partito) che economico (sindacato di classe), il capitalismo riuscirà ad uscire da tutte le crisi ed a prepararsi per imporre la sua soluzione: un nuovo macello mondiale, ancora più distruttivo dei precedenti, nuove guerre non escluso uno scontro mondiale, accelerazioni dei processi di distruzione ambientali, nuove povertà, nuove barbarie.

Il 15 ottobre e il commissariamento delle oligarchie finanziarie

Le rivolte in Italia del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 in risposta alla crisi, hanno visto la partecipazione di un proletariato molto giovane ma già cosciente della gravita della situazione e dei costi che essi sono chiamati a sopportare. Giovani senza futuro hanno contrastato con duri scontri le forze della repressione in entrambe le date.

Mentre il 14 dicembre 2010 la macchina del fango non riuscì a tessere la sua ragnatela, il 15 ottobre essa è riuscita a dividere e spaccare la piazza, addirittura mettendo manifestanti gli uni contro gli altri. Se è vero che le ragioni, e soprattutto le rivendicazioni in base alle quali è stata chiamata la giornata del 15, fossero chiaramente interclassiste, la reazione di parte di manifestanti dinanzi agli atti nichilisti di alcuni è stata sorprendente.

Sicuramente non ci aspettavamo che migliaia di persone, in questa fase storica, fase di crisi storica della direzione del proletariato, issassero la bandiera dell’internazionalismo contro il capitale, ma assistere all’arresto di giovani ragazzi da parte di aderenti a strutture dei sindacati riformisti e di base lascia riflettere tantissimo su chi siano gli amici e i nemici della piazza.

Sicuramente bisogna riconoscere come nemici tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito all’arresto dei giovani impegnati negli scontri.

I comunisti condannano atti infantili che ci sono stati durante il corteo prima di p.zza San Giovanni, come quelli dell’incendio delle auto, dell’attacco alle vetrine delle banche. In primis perché l’obiettivo strategico della piazza era il parlamento, non il vandalismo, in secondi perché in quel caso non è stata violenza di massa ma individuale, di struttura, avulsa da ogni logica politica e che, di fatti, ha portato allo scontro tra gli stessi manifestanti, che non hanno capito il perché di quei gesti. Diversa è la valutazione per gli scontri in p.zza San Giovanni al termine del corteo, dove migliaia di giovani hanno impedito alle organizzazioni socialdemocratiche e liberali di farsi la solita passerella elettorale e hanno deciso di prendersi la piazza. Lì abbiamo assistito a caroselli di tipo cileno da parte di finanza, carabinieri e polizia, che hanno tentato di massacrare migliaia di persone. Lì c’è stata una vera e propria violenza di massa, una resistenza di piazza contro un’aggressione.
Quella resistenza va appoggiata e rivendicata!

La rivolta del 15 ottobre 2011 ha anche svelato il vero volto di alcune organizzazioni sindacali che hanno collaborato e dato una mano alla polizia negli arresti di giovani compagni, ma anche di certi partiti della sinistra borghese che invitavano il governo ad applicare leggi che limitassero la libertà dei cittadini, sulla falsa riga di quella che in passato in Italia fu chiamata la “Legge Reale”, che permetteva arresti indiscriminati, torture e violenze di vario tipo sugli arrestati, senza che le forze dell’ordine dovessero rendere conto a chicchessia del loro operato. Dove si poteva arrestare e lasciare in carcere una persona senza prove e senza indizi fino a due anni, solo per un sospetto o meglio per un capriccio delle forze di polizia.

Gli arresti e le delazioni da parte di manifestanti contro altri manifestanti, sono sintomatici dello stato di coscienza politica della classe, ancora convinta che la democrazia borghese sia il miglior involucro possibile di potere.

La retorica dei black bloc che caratterizzò la campagna di propaganda e di fango di Genova 2001 riesce perfettamente anche questa volta.

I media hanno attaccato a spada tratta il movimento che in questi due anni è sceso nelle piazze, etichettando questo movimento come violento e provocatore, difendendo le forze dell’ordine che spesso si macchiano di brutalità e di tortura nei confronti di giovani manifestanti.

La stampa ha il compito di far veicolare una informazione distorta e falsa per nascondere i veri crimini di uno stato borghese di cui essa fa parte a pieno titolo, non fosse altro perché esse percepiscono dallo stato sovvenzioni e prebende che vanno sotto il nome di “leggi per l’aiuto all’editoria”, ma anche perché dietro ai giornali ed alle televisioni che veicolano la gran parte dell’informazione, ci sono le grandi lobby finanziarie ed i grandi capitalisti mondiali.

La rivolta del 15 ottobre in ultima analisi non è figlia di una presa di coscienza di classe da parte delle masse ma frutto di una diffusa rabbia sociale, che non trova una prospettiva politica e, allo stesso tempo, rappresenta un enorme potenziale di classe.

I governi borghesi nazionali crollano uno dopo l’altro sotto i colpi della crisi così come è successo in Grecia, Spagna ed in Italia.

In Italia la BCE ed il FMI fanno cadere il governo Berlusconi.

Dopo vent’anni di potere berlusconiano, caratterizzato dall’attacco frontale ai diritti dei lavoratori (la Legge Biagi, il collegato al lavoro, tentativo di abolire l’articolo 18, ecc.), dalle riforme di privatizzazione di scuola e università (Moratti-Gelmini, ma di mezzo anche quella Fioroni del centro-sinistra), l’aumento delle tasse, la costruzione di inceneritori, la gestione poliziesca dell’emergenza rifiuti e dagli attacchi fascisti contro gli immigrati, finisce un ciclo politico reazionario e populista.

Sono stati vent’anni di sconfitte per i lavoratori, che hanno portato a perdita di diritti ed alla frammentazione del movimento di classe incapace di trovare un momento di sintesi politico e sindacale.

La caduta del governo Berlusconi e la sua sostituzione con un governo tecnico, emanazione diretta delle politiche finanziarie della BCE e del FMI, evidenzia l’impotenza di trovare risposte alla crisi economica e finanziaria iniziata nel 2007. Una crisi sistemica che preannuncia nuove guerre per frenare la caduta tendenziale del saggio medio di profitto (Pv/C + V).

Oltre all’incapacità politica di dare risposte alla crisi, Berlusconi è stato per anni anche un personaggio impresentabile (scandali sessuali, intercettazioni mafiose, corruzione, ecc.) preso ogni giorno dai suoi guai giudiziari e dai sui vizi personali. La stessa Confindustria aveva preso più volte le distanze dalle sue scelte e dai suoi comportamenti grotteschi non consoni alla carica di Presidente del Consiglio che egli rivestiva.

Non è stato, purtroppo, un movimento di rivolta, come accaduto per i paesi del Maghreb, non sono state le rivolte del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a far cadere il governo più reazionario della Storia della Repubblica, ma una borghesia transazionale sempre più decisa a prendere nelle proprie mani le sorti del sistema politico-economico italiano che rischia di far crollare il capitalismo europeo.

Merkel e Sarkozy hanno dovuto ammettere che se l’Italia dichiarasse default ciò porterebbe al fallimento dell’intera zona euro e alla fuga di capitali verso altri mercati.

Insomma finisce la farsa e inizia la tragedia.

Questo è purtroppo un segnale preoccupante che evidenzia l’incapacità di incidere dei Comunisti in Italia.

Folle di manifestanti che plaudono ed acclamano i loro sfruttatori sono il sintomo dello stato di coscienza politica del proletariato.

Il nuovo premier Mario Monti è un uomo delle oligarchie finanziarie e della Nato chiamato ad approvare i piani di austerity dettati dalla BCE, per arrivare al pareggio di bilancio ed evitare il default italiano. La ricetta è sempre la stessa: privatizzazione di ciò che rimane delle istituzioni di diritto pubblico, aumento dell’età pensionabile, abolizione delle pensioni di anzianità e nuovi accordi in deroga al Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Ciò che, forse, cambia è il tipo di propaganda, che a pochi giorni dall’instaurazione del nuovo governo, ci pare più “sobria”, distensiva nei toni politici, e, allo stato attuale di preparazione di comunisti e proletari, più difficile da smascherare rispetto al populismo becero degli ultimi anni.

Il piano di lavoro è lungo e difficile per il “sobrio” Monti. Egli ha il compito arduo da un lato di approvare le riforme che servono alla borghesia ad evitare il fallimento e dall’altro di coinvolgere i sindacati corporativi per evitare remake più coscienti e organizzati delle rivolte del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011.

Il prof. Monti ha incassato il sostegno di tutti gli schieramenti politici dentro e fuori il parlamento (compresi SeL e FdS, vedi le dichiarazioni di Oliviero Diliberto) e di quelli sindacali. Chiara dimostrazione che per tutta l’opposizione era Silvio Berlusconi il problema, non il sistema economico che rappresentava e difendeva (tra le altre cose Berlusconi è ancora lì, con tutto il suo potere politico ed economico).

Mentre Emma Marcegaglia dice a chiare lettere che:“il programma di Monti è il nostro programma”, la triade confederale anch’essa si dice fiduciosa rispetto al lavoro che sarà fatto. Qualora ce ne fosse bisogno questi sindacati mostrano il loro reale volto e cioè di sindacati asserviti al padrone!

In periodi di espansione del capitale – ci insegna Marx - esiste una borghesia progressista, ma quando il suo potere di classe è messo in discussione da una fase di crisi sociale e politica essa si coalizza da destra a sinistra contro le classi subalterne.

Quali prospettive per i comunisti?

Il movimento comunista vive un periodo di grande difficoltà organizzativa e ideologica.

Molte delle organizzazioni che si dichiarano marxisti, spesso e volentieri lo sono solo all’acqua di rose.

Dobbiamo, purtroppo, constatare che il nemico di classe ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. In un’analisi sulla sicurezza del Ministero dell’Interno del 2009 le formazioni della sinistra extraparlamentare vengono descritte dai servizi segreti come frammentate, incapaci di trovare sintesi organizzative e senza radicalizzazione territoriale.

In effetti colgono nel segno. La frammentazione è il nocciolo della questione e non può essere ridotto ad un semplice problema a cui reti e coordinamenti di mutuo soccorso porranno rimedio.

“Ad oggi la crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi di direzione del proletariato” ebbe a dire Lev Trotskij ne “Il programma di transizione”. Il movimento comunista paga un periodo di controrivoluzione, la frammentazione, ma anche l’impreparazione teorica delle avanguardie.

Il dibattito sull’attualità del comunismo non può, a nostro parere, essere disgiunto da quello sull’attualità dell’organizzazione dei comunisti. Questo semplice assioma è necessario per comprendere il motivo della necessità storica della ricostruzione del Partito Comunista nel nostro Paese, dopo il completamento della deriva governista e socialdemocratica dei partiti della Federazione della Sinistra, che avevano scelto di entrare a far parte a pieno titolo del governo Prodi quale rappresentante della borghesia liberale, c’è stato il tentativo generoso e coraggioso di alcuni compagni di costruzione del partito attraverso delle scissioni a sinistra dal PRC.

La proclamazione dei nuovi partiti è avvenuta frettolosamente, senza aver prima realizzato un radicamento nella classe e senza un serio confronto con i movimenti di lotta e le avanguardie comuniste. Si sono prodotti, purtroppo, dei partitini incapaci di crescere che hanno reso ancor più frammentato il quadro politico delle realtà che si definiscono comuniste.

Si corre il rischio di definirsi avanguardia della classe, senza che la classe che si pretende di rappresentare conosca chi dice di rappresentarla.

La costruzione di un Partito è fatta di percorsi, di crescita, di programmi condivisi, di lotte, di organizzazione, di radicamento nelle masse. La frammentazione ha portato solo al rafforzamento del nemico di classe.

Le micro organizzazioni politiche che spesso si azzuffano in polemiche sterili ed attacchi vicendevoli sono come dei coriandoli, buoni per carnevale, ma non per la lotta politica, ne tanto meno per la rivoluzione.

Le idee movimentiste della lotta per la lotta o dell’autorganizzazione, sono senza strategia rivoluzionaria, senza progettualità e si muovono essenzialmente su una tattica spontaneistica che non ha futuro come la storia ha ampiamente dimostrato.

La confusione di chi abbraccia il capitalismo di Stato e lo vuol far passare per il Socialismo del XXI secolo o nel XXI secolo, completa un quadro di incapacità di incidere nella realtà.

Si evidenzia, purtroppo, una vera armata “brancaleone” di micro frazioni incapaci di costruire un percorso di unità e di prospettiva rivoluzionaria attraverso percorsi tattici propedeutici alla costruzione del Partito.

E’ del tutto evidente che senza una organizzazione sindacale di classe e senza il partito, gli operai si ritroveranno sempre in ginocchio di fronte all’arroganza padronale e presi in giro dai vecchi marpioni della socialdemocrazia.

In assenza dell’organizzazione della classe dei proletari le crisi economiche si scaricheranno sempre e completamente sui ceti più poveri. Si assisterà così ad un progressivo allargamento della forbice tra i redditi delle classi sociali presenti nel paese e molti lavoratori cadono e cadranno nella miseria più nera del licenziamento o della cassa integrazione, neppure capaci di provvedere ai generi che permettono una mera sopravvivenza.

La nostra proposta è quella della costruzione, almeno su un piano nazionale, di un’area programmatica, sulla quale unire le forze comuniste rivoluzionarie al di là delle appartenenze di struttura, per l’unità sostanziale delle avanguardie, per l’accumulo di forze, e per la prospettiva Partitica. Allo stato attuale nessuna organizzazione comunista può autoproclamarsi avanguardia. Non pretendiamo di avere la verità in tasca, ma crediamo fortemente che l’unità avvenga ricomponendo i tasselli di quello che è l’attuale composizione politica dei comunisti, sparsi qua e là in diverse organizzazioni. E’ per questo motivo che la nostra proposta si rivolge verso tutte quelle realtà, nonché ai singoli compagni, coscienti dell’importanza del costruire un’unica organizzazione rivoluzionaria e che praticano l’autonomia di classe, politica dalla borghesia. E’ questa l’unica discriminante, a nostro avviso, che debba avere un eventuale dibattito in tal senso; dibattito franco e leale tra i marxisti che non faccia di questioni ideologiche il paradigma della discussione, ma che si focalizzi su quelle sostanziali, sulle esperienze dirette e sui risultati ottenuti, nel pieno rispetto reciproco. E’ del tutto evidente che per realizzare una qualsivoglia organizzazione che unisca quello che oggi è parcellizzato, bisogna partire dalle lotte che hanno visto i compagni partecipare unitariamente.

Dobbiamo essere coscienti che se vogliamo seriamente ricostruire un’opposizione di classe non possiamo prescindere dal mettere insieme i comunisti.

Considerato che l’organizzazione unica dei comunisti non nasce solo perchè se ne sente la necessità, sono necessari, nella situazione data, dei passaggi tattici di coordinamento, tra le varie realtà marxiste rivoluzionarie tra loro simili che condividano lotte e programmi sostanzialmente comuni, anche se non proprio sovrapponibili, a difesa degli interessi di classe, senza per questo che ognuna debba rinunciare alla propria identità. E’ per questo motivo che individuiamo nella costruzione di un’area programmatica con prospettiva partitica ciò che potrebbe riavvicinare in maniera sostanziale le avanguardie.

Attualmente alcune organizzazioni hanno realizzato una unità elettorale che però non risolve questioni di programma politico e di proposte di lotta, risolvendosi in un bumerang, dando così forza a quelle organizzazioni che propongono sterili ed inutili questioni di principio sull’uso delle istituzioni.

Tutte quelle realtà che continueranno nelle scissioni arriveranno ad insignificanti micro organizzazioni destinate alla scomparsa politica.

E’ necessario porre alcuni punti programmatici sui quali basare un minimo di convergenza, senza i quali diventa impossibile una qualsivoglia forma di aggregazione in una prospettiva strategica di superamento del capitalismo per via rivoluzionaria e dell’abolizione della proprietà privata.

La storia non si pone che quei problemi di cui già possiede la soluzione!

Lanciamo l’appello a tutti le realtà marxiste, nonché ai singoli compagni, e a chiunque senta di condividere la necessità della ricostruzione di una soggettività rivoluzionaria in Italia, a recepire il segnale, anche rispondendo con un proprio documento alla nostra proposta.

Velocizziamo i tempi se non vogliamo che la barbarie ci travolga come uno tsunami dal quale difficilmente riusciremmo ad uscirne indenni.

Di seguito alcuni punti da poter inserire nel dibattito per la costruzione dell’area programmatica.

1) Aumenti salariali per i proletari.

2) Stabilizzazione dei lavoratori precari ed abolizione di tutte le leggi di precarizzazione della forza lavoro (Collegato Lavoro, Legge Biagi, Pacchetto Treu, etc.).

3) Lotta ai licenziamenti.
Nel caso di aziende che dichiarano di essere in crisi e che per questo decidessero di licenziare, queste devono passare sotto il controllo e la gestione dei lavoratori, fino alla espropriazione dell’azienda. Successivamente esproprio anche di quelle che non dichiarano di essere in crisi e che non hanno licenziato lavoratori.

4) Riduzione delle tasse scolastiche per i proletari.
Cancellazione di qualsiasi finanziamento alle scuole private.
Introduzione di ore scolastiche da utilizzare per l’incontro tra studenti ed operai in fabbrica.

5) Introduzione nei trasporti di fasce orarie gratuite per studenti e lavoratori e successiva gratuità totale dei trasporti per tutti i proletari.

6) Sanità gratuita per i ceti più poveri.

7) Una forte tassa sui grandi patrimoni e sulle rendite finanziarie.

8) Lotta all’evasione ed all’elusione fiscale.

9) Equiparazione degli stipendi e dei contributi previdenziali dei parlamentari a quello di un operaio medio e cancellazione di tutti i loro privilegi.

10) Espropriazione di ogni bene per coloro che hanno esportato od esportano capitali nei paradisi fiscali.

11) Riduzione dell’attuale orario di lavoro senza nessuna decurtazione dello stipendio.

12) Lotta ad ogni forma di privatizzazione dei servizi pubblici.

13) Realizzazione di un piano di case di edilizia popolare per i proletari.

14) Appoggio alla lotta dei lavoratori immigrati e legalizzazione immediata di quelli clandestini.

15) Rivalutazione delle pensioni in particolare di quelle minime.

16) Miglioramento delle condizioni di lavoro per evitare infortuni e morti sul lavoro.

17) Costruzione di un sindacato di classe conflittuale, anticoncertativo ed anticapitalistico.

18) Lotta al fascismo ed al nazismo quali espressioni del volto feroce del capitale, chiusura di tutte le sedi delle organizzazioni naziste e fasciste e loro messa al bando.

19) Opposizione a qualunque governo borghese, sia esso di centro-destra che di centro-sinistra.

20) Partecipazione ad elezioni politiche ed amministrative, laddove le condizioni lo permettano. Va rigettato ogni ipotesi di astensionismo di principio in quanto la lotta di classe si esercita in tutti i luoghi dove sono in gioco gli interessi della classe dei proletari e di conseguenza anche all’interno delle istituzioni.

21) Partecipazione a referendum abrogativi di leggi dannose per i lavoratori.

22) Abolizione della proprietà privata!

Questi punti qui richiamati non sono i soli sui quali si può convergere, ma rappresentano un nostro contributo ad un dibattito aperto in tale direzione.

Solo partendo da un programma chiaro di lotta al capitale è possibile realizzare un’organizzazione che non abbia la pretesa di cancellare tutte le differenze, ma che superi quella divisione tra le diverse realtà che ha portato ad una sconfitta storica di portata mondiale.

Napoli 24 Novembre 2011

Comunisti di Ponticelli

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