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Il "caso D'Erme" e l'elezioni europee

Lettera aperta sui problemi posti dai disobbedienti romani

(28 Luglio 2004)

UNA QUESTIONE CHE RIGUARDA TUTTI

La recente lettera dei disobbedienti romani che prende spunto dal caso D’Erme propone problemi che esulano dalla singola vicenda e interessano l’intero movimento che si è battuto in questi anni contro gli effetti della “globalizzazione” capitalistica e la sua figlia legittima: la guerra infinita.
Contiamo sull’attiva pausa estiva, non scevra di appuntamenti e mobilitazioni, con cui molti compagni e militanti si ritemprano dalle fatiche appena passate e sul ritorno di un parziale e rinfrescante ponentino per ottenere la benevola partecipazione del lettore alla improba fatica di sorbirsi l’ennesimo contributo sulla questione.
Interveniamo su questa questione non con la spocchia di fornire una risposta esaustiva ai problemi sollevati e nemmeno come componenti che intendano iscrivere la propria realtà microscopica ad un dibattito “politicante” per un astratto fronte-comune. Tale sbrigativo confronto/fronte, peraltro non riproposto come piatto accordo di gruppi politici dalla stessa lettera, non avrebbe senso ed efficacia al di fuori di un allargamento della partecipazione al dibattito di un movimento reale esteso e rappresentativo delle forze sociali che in questi anni sono pure scese in campo, ovvero in organismi e momenti organizzativi diretta espressione del movimento stesso. Ma poiché di fatto il crescere dei movimenti ha posto questioni ed interrogativi a tutti coloro che hanno realmente tentato di prenderne parte e di raccoglierne le profonde ragioni di insofferenza e di conflittualità; poiché di fatto pur con modalità diverse un confronto si è aperto nel concreto delle iniziative contro la guerra etc. (pur se giocoforza influenzato dalla vecchia logica auto-referenziale di forze politiche “compiute”)…riteniamo di poter dare un piccolo contributo alla discussione nella consapevolezza della scarsa rappresentatività delle nostre forze ma con lo spirito di discutere questioni che non appartengono a questa o quella parrocchia ma a problemi reali del movimento e di tutti coloro hanno sentito in prima persona la profonda ingiustizia di questo sistema sociale e con la loro militanza ed impegno hanno tradotto questo sentimento in azione di lotta e resistenza, a scala romana ma inevitabilmente come parte di un movimento internazionale. Tanto più che il documento dei Disobbedienti romani sottolinea, giustamente, che le lotte per la casa e gli immigrati non possono essere disgiunte dal generale movimento contro la globalizzazione e le sue guerre.

La vicenda D’Erme è stata vissuta da chi l’ha proposta e gestita come un tentativo di portare dentro i partiti (diciamo così tradizionali), e dentro le istituzioni, le necessità degli “ultimi” allo scopo di favorire l’affermazione dei loro diritti negati e sostenerne la lotta. Non partiamo adesso dal punto di vista astratto o teorico della strategia generale di condizionatamento delle istituzioni da parte dei movimenti. Raccogliamo il problema così come concretamente vissuto. Non si trattava di prendere parte ad una spartizione delle poltrone ma di utilizzare uno degli strumenti che il movimento poteva utilizzare pro domo propria, senza rinunciare alle proprie richieste, alla conflittualità ed all’ autonomia. E sappiamo che così è stato vissuto e richiesto dai proletari che D’Erme hanno votato in virtù di vertenze aperte sulla questione casa, immigrati etc…

Un’esigenza quindi di “supporto”, tanto più richiesta dalle lotte in corso perché se il “rapporto” con le istituzioni locali dava formalmente qualche frutto e qualche concessione, alle stesse lotte non veniva risparmiata l’attenzione della repressione e l’impossibilità di trovare un soddisfacimento completo alle proprie vertenze. Facciamo un esempio concreto con la vicenda degli occupanti delle case immigrati: si può pure strappare un’autocertificazione benevola o ottenuta con la lotta da parte degli amministratori locali per dare legalità al domicilio, ma se questa certificazione non è valida per il permesso di soggiorno non sottrae l’immigrato dall’incubo della clandestinità e quindi dal rischio continuo di perdere non solo la casa occupata ma tutto. Questo solo per raccogliere le motivazioni oggettive della candidatura che spostandosi dal terreno comunale a quello europeo indicava la necessità di un grado di “copertura istituzionale” più alto per consentire un supporto più adeguato alle vertenze stesse a cui il “laboratorio locale” non poteva dar risposta. Di necessità quindi un salto dalla dimensione locale, insufficiente anche solo a garantire la copertura delle lotte a quella europea.

AGONIA DELLA RAPPRESENTANZA ATTUALE
Lo strumento per ottenere questa rappresentanza è stato il rapporto con Rifondazione Comunista, ovvero del partito che formalmente dichiarava di accogliere le istanze e le rappresentanze dei movimenti sociali. Come è andata è ormai noto, ma crediano che quello che interessi anche a chi non ha partecipato alla vicenda elettorale -perché non condivideva quello strumento per rafforzare le lotte e non certo per ripulsa delle lotte stesse- sia la riflessione sugli esiti di questo tentativo su entrambi i fronti: quello della possibilità di utilizzare le istituzioni e quello dell’utilizzo dei partiti tradizionali per dare rappresentanza politica ai movimenti.
Si è molto parlato dell’effetto burocrazia tipico della formazione partito come causa della chiusura ai rappresentanti dei movimenti da parte dei vertici di RC. Crediamo che ci sia qualche cosa in più e che la dimensione burocratica verticistica sia solo un effetto di una distanza sostanziale dalle prospettive politiche profonde di RC e le soluzioni che le lotte che i movimenti di questi anni evocano. Ci si può ben richiamare ai nuovi movimenti e sostenerli quando si tratta di riceverne forza e legittimazione ma poi quando questi movimenti presentano il conto il discorso cambia. Non vogliamo qui aprire, come pure si è fatto, il misurometro sul reale antagonismo del singolo personaggio o gruppo, perché crediamo che l’aspirazione rappresentava una richiesta reale di movimento…e che di contro l’avversione di RC era basata sulle caratteristiche e le modalità con cui D’Erme rifletteva queste aspirazioni (altrimenti non si spiegherebbe perché per altri “portavoce” di movimento, “più presentabili” istituzionalmente, le cose siano andate molto più lisce).
Non si tratta solo di una contingenza tattica (il fronte dell’Ulivo da salvaguardare), peraltro di per se indicativa dell’indirizzo, ma di una scelta strategica nel rimanere ancorati alle regole del presente (e tutti gli atti politico istituzionali del recente passato lo dimostrano: dalla rinuncia alla prospettiva del comunismo (ovvero da una prospettiva di radicale sovvertimento dell’organizzazione sociale presente), ben al di là della rivisitazione critica dello stalinismo, al concretissimo ondeggiamento sulla politica contro la guerra (la famosa spirale guerra-terrorismo dalla quale non si evinceva più chi erano gli aggressori e chi gli aggrediti) a molto altro…
In sostanza la scomodità di un D’Erme non risiedeva solo nell’incompatibilità formale con la compassata serietà istituzionale richiesta ad un elegante parlamentare europeo dal linguaggio forbito o nella difficoltà di convivenza tra anarchia dei comportamenti e la fedeltà richiesta dalla burocrazia d’apparato…ma dal pericolo concreto che attraverso lui giungesse una rappresentazione in forma pubblica (arricchita dalle nobili e meritatissime palate di escrementi alla residenza berlusconiana) di quelle voci e quei comportamenti di “irriverente resistenza” che male si addicono ad un partito costruito sulla e per la mediazione istituzionale, e soprattutto risultano incompatibili con la natura delle istituzioni stesse. Questo, a prescindere da quello che si voglia pensare della persona o della strategia politica ad essa connessa. In sostanza quello che intendiamo dire è che il caso D’Erme è solo uno dei segnali che in questi ultimi anni hanno segnato la distanza tra le oggettive richieste ed aspirazioni dei movimenti in campo con la natura e le scelte politiche dei partiti attuali che si candidano a rappresentarli. Un problema di sostanza prima ancora che di forma della rappresentanza. Questo crediamo sia il primo aspetto da cui tutti sono costretti a ri-partire. Sul campo delle lotte sociali si ripresentano le domande: “come faranno i movimenti a contare di più”? Quali strumenti politici e di organizzazione daranno loro la forza di superare il muro di gomma, e di repressione, che si contrappone loro? La strada di dar loro soluzione immediata attraverso tali sponde si presenta sempre più impervia, anche nel caso in cui si progetti un semplice utilizzo e non una delega totale a queste rappresentanze. D'altronde gli ardui scogli a cui i movimenti vanno incontro non sono facilmente affrontabili, così come il problema di una loro maggiore organizzazione e prospettiva politica. Anche la semplice manovra di sponda presso porti di transito è sempre più spesso costretta al naufragio e rimanda la soluzione in avanti, qualora ovviamente i traghettatori delle istanze del movimento conservino un minimo di decenza nel conservare il proprio carico (quando sono disposti a disfarsene vanno tranquillamente in porto, con cabina de-luxe in transatlantico).

IMPERMEABILITA’ DELLE ISTITUZIONI

Questi elementi di riflessione, su cui crediamo tutti ci stiamo interrogando insieme al movimento, ci rimandano all’altro punto e cioè a quali siano le possibilità e le modalità con cui si possono “utilizzare” o “condizionare” le istituzioni ai fini della battaglia dei movimenti. Se matura perfino nei cosiddetti partiti “fiancheggiatori” del movimento una tale prevenzione ciò non può che significare una chiusura sempre più evidente dell’insieme della società e delle sue istituzioni. L’impermeabilità di un Bertinotti fa il paio con l’impermeabilità sempre più clamorosa e spessa degli organismi istituzionali locali e nazionali verso le richieste di mutamento poste dai movimenti. Non è solo un problema delle lotte per la casa o degli immigrati. Qualsiasi vertenza, da Scansano al rinnovo contrattuale degli auto-ferrotranvieri, a Melfi, alle lotte dei disoccupati, fino alla più piccola vertenza locale per affermare il più “scontato” dei diritti si trova di fronte un muro in cui i contatti nelle istituzioni, le “rappresentanze” disponibili ad ascoltare i loro interessi si inchinano a poche immutabili condizioni “le compatibilità con i costi”, il “rispetto dei limiti della lotta consentiti dalla legge”. Ovvero ti posso dare quello che mi consente la legge non scritta sempre più restrittiva del profitto nazionale (ovvero internazionale), posso tollerare la tua lotta solo se non sconfina nella durezza necessaria (e poiché ormai per ottenere anche il rispetto di un contratto firmato, anche senza essere antagonisti di natura, si deve fare come minimo un picchetto fuori legge, ciò equivale a dire: ti posso aiutare solo se abbandoni le uniche armi che possono piegare l’avversario. Basti pensare per rimanere nel campo al cumulo di denunce accumulate da D’Erme e la poco amichevole disposizione dei referenti istituzionali romani).
Il piccolo drappello di parlamentari che si offre a tutela formale delle lotte e dei canali di comunicazione può svolgere un ruolo sempre più formale ed ormai non sufficiente nemmeno a tutelare le lotte dalla repressione e dalle botte, in genere riesce a garantire al massimo la loro rielezione. Se un nesso sacrosanto esiste tra la massima concentrazione del capitale finanziario internazionale e la dittatura del capitale globale con gli avvenimenti della più remota vertenza locale (da un villaggio andino o a un inceneritore basilisco) è che il “dominio globale” la “dittatura del profitto” funzionano da schiacciasassi ed allineano parlamenti, ministri, rappresentanti più o meno istituzionali, assessori o Algarve locali. O ci si riallinea o si è fuori da quanto le istituzioni mondiali del capitale possano consentire…che sia per mano delle truppe di pace, della polizia municipale o per mano più o meno innocente di un Bertinotti, senza che necessariamente siano assimilabili per ruolo e funzioni. Se, volendo restare nel concreto della realtà e non delle rappresentazioni ideologiche, guardiamo al quadro effettivo di come si delinea in Italia, ma in tutto l’occidente, anche l’utilizzo delle risorse che vengono destinate agli enti locali (ed al cosiddetto stato sociale) si converrà che c’è ben poco spazio reale per un buona propensione delle istituzioni verso l’”allargamento dei diritti”. In questa società i diritti costano, e gli “ultimi” sono la carne da macello su cui si costruiscono i profitti dei “primi”. A meno che non si voglia prendere in considerazione l’idea di un sovvertimento rivoluzionario di sindaci ed assessori con alla testa Veltroni, Storace e Bassolino che abbandonano gli scranni e le poltrone locali mandando a quel paese “legge”, “patria” e bilanci comunali e nazionali. Non se la sente Bertinotti figuriamoci gli altri. Il che non esclude che caporioni di tale fatta o con altre sigle possano condurre battaglie popolari pro-domo propria come vertenza locale contro il centralismo, ma sempre con l’intento di dividere et imperare su “ultimi” che si scannano con altri “ultimi” per le briciole concesse dal centro. Non crediamo di fare una forzatura soggettiva e fantasiosa se delineiamo questo quadro. Se questo è vero, il rapporto tra movimenti ed utilizzo delle istituzioni anche quelle locali -sempre sul filo del rasoio- diventa sempre di più oggettivamente conflittuale e la possibilità di utilizzarle come sponda delle lotte per la loro porosità al disagio sociale sempre più arduo. Le uniche vertenze che si sono concluse con un rafforzamento del fronte degli ultimi hanno sempre di più dovuto contare sulle proprie forze contro l’apparato dei poteri costituiti (da Scansano a Melfi, dal Chiapas a Busto Arsizio).

PREMESSE DI UN’ALTERNATIVA

Il che rimanda al problema dell’autonomia del movimento ed alla sua rappresentazione politica.
Ovvero degli obiettivi e degli strumenti adeguati a darne forza ed organizzazione. Perché crediamo che il problema è più che mai sacrosanto e non risolvibile con la sola presa d’atto della scarsa propensione alla porosità delle istituzioni e dei partiti tradizionali del movimento operaio. Gli ultimi anni hanno confermato nei movimenti internazionali la tendenza ad una mobilitazione diretta ed ad una potenziale “riappropriazione della politica” di larghi strati di sfruttati. Si è fatto un gran parlare della motivazione etica di movimenti come quello no global e no war, in genere per metterne in rilievo la “inconsistenza” politica e l’aleatorietà delle aspettative. Non siamo tra quelli che attribuiscono a tal fatta di motivazioni etiche il marchio della inconsistente spiritualità. E non solo perché riteniamo il regno dello spirito non di questa terra (in questo concordando con i cattolici) ma perché da qualsiasi Nirvana si voglia far provenire le spinte alla mobilitazione, questa si è data su questo concretissimo mondo ed ha avuto effetti materialmente constatabili e conflittuali con i poteri forti internazionali e gli assetti del capitale internazionale. Non solo. Ma i punti dolenti, da più parte sottolineati, della scarsa propensione a dare continuità ed efficacia alle mobilitazioni, la indifferenza alla discussione all’ organizzazione, al programma, all’alternativa di sistema, alla strategia, sono solo formalmente avulsi dall’interesse dei militanti no global e della stessa massa dei partecipanti alle mobilitazioni internazionali. Nel corso di questi anni sono state le esperienze stesse delle lotte a mettere sul tappeto questioni come l’inefficacia delle scadenze internazionali in occasione degli eventi, la necessità di fare qualcosa in più delle sfilate contro la guerra, la questione della modalità delle lotte e dei mezzi con cui sostenerle (quello che per alcuni è il totem della “ non violenza”), il rapporto con le mobilitazioni delle popolazioni sfruttate del terzo mondo e la “resistenza” in Iraq e Palestina, il confronto con le rappresentanze politiche e l’unanimismo a cui si incatenavano le scadenze (rotto di fatto anche formalmente con la vicenda Fassino per esempio), il rapporto con le Istituzioni: dall’Onu al consiglio di circoscrizione locale, i confini della cosiddetta prospettiva “europea” etc. etc. Queste sono questioni di strategia e di programma che portano dritto dritto ad affrontare il problema dell’alternativa sociale, ovvero in che modo e con chi realizzare l’aspirazione di fondo niente affatto spirituale che emerge come richiesta delle lotte sociali contemporanee e dai movimenti in campo. Questioni non risolte definitivamente e non risolvibili facilmente, ma cui derivano discussione e soluzioni diverse su cui il movimento è costretto ad interrogarsi e risolvere praticamente. Su questi punti già dati dallo scontro reale si misura la costruzione di quel programma, di quell’alternativa necessaria al movimento. Nessuno può pretendere di stilarla solo a tavolino e non farla crescere nel fuoco della battaglia con petizioni ideologiche ed astratte, né i tromboni che santificano il movimento per sterilizzarne radicalità e richieste cercando di confinarlo nei giochi parlamentari ed istituzionali, né i costruttori di artificiose alternative virtuali ed inette.

Diciamo questo non per approdare alla banalizzazione secondo la quale è inutile preoccuparsi perché farà tutto da solo il movimento, ma al contrario per sottolineare come questa ricerca di prospettiva politica è già in atto e presente nel movimento e che non si potrà dare alcun contributo utile senza partire dalle questioni da esso poste. Rimane l’attuale debolezza politica ed organizzativa dei movimenti scesi in campo, ma questo non potrà essere il dato permanente futuro, non caso sempre più spesso già ora si discute delle prospettive politiche. Solo per spirito umoristico e per non appesantire la nostra lettera prendiamo in considerazione la boutade strumentale con cui qualche furbacchione risolve la questione della rappresentanza e del programma politico e secondo cui al movimento spetta fare il movimento ed ai partiti attuali poi la sintesi politica ed istituzionale. Che ci ricorda la battuta citata da un nostro vecchio compagno retrò che nei momenti di lucidità che gli rimangono ricorda la risposta che Mao Tze Tung diede ai giovani che chiedevano di contare di più nel partito e che più o meno suona così (non citiamo alla lettera, ce ne scuseranno i patiti della citazione):
“il mondo è vostro come nostro, anzi in ultima istanza sarà solo vostro”. Non sappiamo se quei volenterosi giovani si accontentarono del gioco di parole e della speranza di poter contare in un giorno futuro…e solo in ultima istanza.

Posta per assodata (naturalmente per noi) la verifica…di come si manifesta oggi (si potrebbe dire più di ieri) l’improbo (improbabile) compito di utilizzare le istituzioni locali come grimaldello per dare voce politica e conquistare luoghi di potere e controllo del movimento; …di come anche il più generoso e pulito tentativo di sfruttarne la mediazione per dare spago o esito positivo alla lotta diviene sempre più remoto, o si verifica a condizione che la stessa lotta ne venga depauperata, messa in un angolo, contrapposta ad altre lotte…rimane la precisazione d’obbligo che ciò non implica per noi l’assoluta impossibilità di sfruttare quel che la democrazia formale e le istituzioni concedono. Non ci stupisce, né ci “scandalizza” che il movimento dei movimenti (dal crescendo di battaglia contro la globalizzazione capitalista, alla guerra preventiva, fino a Scanzano ed alle battaglie per la casa, per il reddito, per diritti degli immigrati) nel porsi l’interrogativo giusto sul come piegare le dinamiche dei palazzi dei potenti ritenga che un primo passaggio sia quello di conquistare posizioni nelle istituzioni democratiche degli stati (nei parlamenti o negli europarlamenti). Sappiamo bene che sono gli stessi proletari protagonisti delle lotte per la casa etc… a premere per uno sbocco politico istituzionale. Né pretendiamo un giuramento in senso contrario prima di sostenere le loro lotte. Ma sono le stesse esperienze della lotta che mettono al vaglio della realtà quest’aspirazione. Il “nuovo corso” globalizzante del capitalismo ha ulteriormente blindato la democrazia - e tutti i suoi istituti del potere, da quelli extranazionali a quelli locali. Oramai nei parlamenti e nei consigli comunali si decide solo delle briciole ed a precise garanzie che tutelino gli affari del capitale mondiale. Lo stesso movimento no-global è partito dalla constatazione che le decisioni si prendono altrove - nei governi e nelle sedi finanziarie internazionali - e che la “volontà” del popolo lavoratore è azzerata. Stà facendo esperienza quindi del grado di permeabilità nullo di quegli istituti di governo che dovrebbero tutelare super partes tutti (a cominciare dall’Onu). Per noi non si tratta di una questione astratta, ma di una verifica dei fatti e sulla base delle stesse constatazioni ed analisi che i primi passi del movimento mondiale hanno posto sul tappeto. Allora, la riflessione và rivolta su un altro terreno indirizzato alla ricerca delle strategie di battaglia utili far crescere la forza politica reale del movimento. In questo ambito l’”utilizzo” delle istituzioni”, le “mediazioni” della lotta sono sottomesse alla valutazione del quanto aiutino o no a rafforzare il potere, l’efficacia, l’estensione della lotta stessa.
La stessa idea e progetto di contare sulle incursioni nei banchi parlamentari, crediamo debba essere valutata con questi parametri ed ai prezzi che si pagano…basti pensare allo sforzo eccezionale che anche i compagni disobbedienti hanno dovuto fare per soddisfare le esigenze del perverso meccanismo della competizione elettorale ed i magri vantaggi ottenuti; tutto questo nel mentre si stavano preparando le mobilitazioni anti-Bush, e dovendo pur dar di conto ai limiti della natura fisica umana … Senza contare, cosa che qui non prendiamo nemmeno in considerazione, il frequentissimo risultato dell’eletto assorbito dal meccanismo istituzionale, ovvero di chi va per modificare e viene modificato. Avvenimento tanto solito da dare qualche ragione di credito alla prevenzione popolare verso il destino degli “amministratori eletti dal popolo.

La nostra lettera ovviamente non ha l’intento di affrontare definitivamente l’argomento, così come tutte le questioni emerse negli ultimi anni di lotta e che pure sono all’ordine del giorno di ogni scadenza che si presenta. Umilmente cerchiamo e cercheremo di discuterle nelle sedi del movimento e tra i militanti ed i compagni che come noi se le pongono (...senza disgiungere i fatti dalle opinioni). E’ inevitabile quindi che in conclusione cercheremo di riassumere il nostro contributo sulla questione dell’utilizzo delle istituzioni e degli strumenti attraverso cui il movimento può costruire una sua alternativa, anche quest’ultimi non edificabili per ingegneria progettuale.

ALTERNATIVA DAL BASSO…E POTERI CENTRALIZZATI

… Ovvero -ed è l’ultima fatica a cui sottoponiamo il lettore nel sacrosanto riposo sulle spiagge del litorale romano- in che cosa consiste un’alternativa dal basso; quali i suoi strumenti politici e strumenti di potere. Stiamo parlando, fuori dal linguaggio specialistico, anche di quel sentimento diffuso dopo alcuni anni di lotte eccezionali a scala planetaria che si sono scontrate con il potere immenso e concentrato del capitale internazionale e delle sue istituzioni, e che genera la domanda: cosa fare di più per contare, per incrinare il muro di gomma e repressione che ci troviamo davanti e per quale mondo possibile? Si può costruire un’alternativa dal basso basata sulla democrazia diretta antitetica all’organizzazione sociale che vive sul profitto?
Non ci sono partiti che rappresentano sul serio le aspettative del movimento, anzi secondo alcuni mai ve ne potranno essere perché il movimento esprime l’antitesi della burocrazia organizzativa, per altri i movimenti hanno espresso la necessità di un ritorno dell’individuo e dei suoi bisogni in contrasto con la società e quindi dall’individuo dovrà partire la risposta per il cambiamento. In realtà a conti fatti tutti quelli che al movimento hanno preso parte realmente la necessità di una comune organizzazione e progettualità politica la sentono sul serio. La conflittualità tra individuo, bisogni e società è il dato saliente della disumanizzazione sociale attuale. Tutto l’impianto dell’organizzazione sociale è costruito sull’espropriazione del prodotto delle attività complessive di produzione (del lavoro sociale e di ogni sua componente materiale ed intellettuale), fino a tutti gli aspetti dell’umanità individuale, in favore del profitto. Ciò ha come risultato l’alienazione dal prodotto del lavoro dell’uomo e dell’individuo rispetto all’altro. Una riappropriazione conflittuale della vera individualità umana (quella che non contrappone l’individuo al prodotto del suo operare e del suo simile) passa necessariamente attraverso la conquista di una socialità altra, nella comunanza di lotta degli espropriati, degli sfruttati (del proletariato nella sua accezione di possessore della sola prole e di “naturale”, quando esprime conflittualmente il proprio antagonismo, portatore di una alternativa sociale non imbrigliabile nei confini dell’attuale. Quindi non confinato ad una data categoria organizzativa dei “senza strumenti di produzione”, ma nemmeno nell’astrattezza che vorrebbe come non più esistente una divisione sociale tra chi espropria e chi è espropriato). Ci sentiamo di dire, sempre sottoponendo la nostra impressione a quella di chi nel movimento ha vissuto, che il prorompente auto-protagonismo, l’irriverenza alle discipline di organizzazione, quella “presunzione” degli attuali movimenti che si manifesta nel non dare di conto a strumenti organizzativi e politici esistenti, non sia il portato di un rifiuto della comunità sociale di lotta per dar spazio alla specificità individuale (quella dell’alienato contabilizzatore del proprio interesse), ma alla ricerca potenziale di una comunità più alta, che si riconosce per la reale sincronia di interessi e di aspirazioni negati dalla società presente. In questa necessità le forme attuali dell’organizzazione politica appaiono giustamente come estranee, da sfruttare per la contingenza, ma mai da considerare proprio terreno di espressione. Ma non perché l’aspirazione ad una maggiore organizzazione, ad un progetto comune sia cancellato dalla storia e dalle menti degli uomini che danno vita ai movimenti stessi…per dirla con una formula questi partiti, l’organizzazione proposta non vengono considerate parte del movimento per la loro incapacità di raccogliere tutto il portato di cambiamento e conflittualità necessario, per la loro lontananza dalle aspirazioni reali, per la lunga pratica di infognamento nelle pratiche concertative con i poteri forti. Forziamo ma non fantastichiamo perché quanto detto non sta ad indicare un carattere già rivoluzionario degli attuali movimenti, ma le ragioni di fondo di una a-sincronia tra quello che potenzialmente, oggettivamente, i movimenti attuali evocano come soluzione alle loro richieste e le rappresentanze politiche attuali…e che ci da anche il quadro per configurazioni future. Dal che si deduce un percorso non lineare e facile attraverso cui, come detto, i movimenti mettono al vaglio le proprie esperienze e ne derivano gli strumenti organizzativi e le politiche necessarie. Un laboratorio sociale appunto. La cui autonomia consiste proprio nel separarsi dall’ordine costituito esistente, contrapponendosi alle istituzioni ed all’organizzazione sociale che stritola gli ultimi. Autonomia del movimento significa innanzitutto autonomia dagli interessi e dalla politica che combatte. Gli strumenti della democrazia diretta sono appunto lo strumento necessario per far vivere e crescere questo laboratorio, in questo senso già espressione di una comunità sociale alternativa basata sui bisogni umani. Ma non possono definirsi autorealizzazione (seppure parziale) dell’alternativa fin quando il potere politico e sociale con tutto il corollario dei suoi stati, dei suoi eserciti, delle sue istituzioni, rimane nelle mani avversarie, ovvero dei poteri ultra-centralizzati del capitale internazionale. Il che detto in parole povere e ritornando con i piedi sulla terra delle cose che oggi discutiamo, vuol dire che la realizzazione dell’alternativa non si può concretizzare passo passo, contando su isole di buona amministrazione locale influenzata dal basso. Le isole, ovvero le lotte parziali, locali, si trovano ben presto circondate e bisognose di estendere legami con la terra ferma. Non crediamo che sia casuale la tendenza per certi aspetti incredibile dei movimenti attuali a determinarsi a scala internazionale, con esempi di sintonia mondiale mai verificatisi a scala storica. Un effetto della comprensione istintiva delle “moltitudini” in piazza della centralizzazione dei poteri avversi . Da qui ciò che non noi, ma la stesso decorso naturale delle lotte impone. Ovvero un percorso urgente di unificazione dei movimenti, laddove la lotta parziale diviene consolidamento delle proprie espressioni organizzative, delle proprie determinazioni conflittuali ed esperienze verso il resto del movimento… che prepara uno scontro con quei poteri centralizzati espressione invece dell’organizzazione sociale presente, con tutto il portato necessario di organizzazione e programma politico. Questo se naturalmente non si vogliano prendere in considerazioni scorciatoie tanto facili quanto lontane dalle aspirazioni dei movimenti in campo, come quella appunto della delega ai partiti esistenti o la auto-trasformazione degli strumenti di rappresentanza ad immagine e somiglianza di ciò che si combatte. Il terreno per questa verifica c’è, abbiamo già elencato tutte le questioni su cui lo stesso movimento contro la guerra si interroga e che necessitano di una soluzione anche pratica. Lo stesso valga per gli altri spezzoni di movimento (dalla casa, al reddito, agli immigrati, alla stessa questione salariale ed il già fallito ritorno neo-concertativo della politica sindacale). In quest’ambito il confronto e la discussione, le verifiche e le sperimentazioni, sono non solo auspicabili ma preziose. Purchè avvengano nella dimensione reale dello scontro e non si auto-determinino…tanto più all’ombra di patti politici moderati ed istituzionali. Crediamo che siano utili anche questi confronti per quel tanto che possono attivizzare le forze, anche individuali o di piccoli gruppi, che se ne sentono coinvolti ed a cui la contingenza di esperienze, delusioni ed asprezze può consigliare la ritirata di fronte a problemi così grandi o la chiusura nel settarismo degli scontenti. Sono più che benvenuti i confronti reali (ovvero fuori dal tatticismo di organizzazione) e le proposte di azione che rifuggano l’autoreferenzialismo o intergruppismo decadente. Abbiamo già una serie di questioni e scadenze di movimento in campo e non mancheranno le occasioni…quando calerà il ponentino e benvenute verranno le perturbazioni d’autunno.

Roma, luglio 2004

Red Link (Roma)

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