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Psicocomunista

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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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    Perche' ho scelto di astenermi

    presa di posizione di un compagno del circolo "Furio da Re" di Padova

    (11 Gennaio 2002)

    In questo scritto, comunque troppo lungo, ho provato a sintetizzare le mie impressioni sui due documenti congressuali che non avrei lo spazio di esprimere con la dovuta precisione in un intervento al cpf di stasera, 11.01.02.

    Non ho potuto toccare tutti i punti che le due tesi affrontano, non avendo l'intenzione e la presunzione di proporre una tesi alternativa. I miei giudizi sono perciò forzatamente sintetici, forse sommari, comunque incompleti.

    Di entrambe le mozioni vi sono parti che condivido completamente, parti che ritengo insufficienti e parti che non condivido affatto. Poiché non si tratta di aspetti secondari dei due documenti, non mi è possibile aderire, allo stato attuale, con sufficiente convinzione a nessuna delle due ipotesi. In qualsiasi sede di partito non potrei tacere il mio dissenso né difendere con convinzione nessuna delle 2 tesi.

    Con questa mia astensione inoltre voglio dare il mio piccolo contributo a superare logiche di schieramento in favore di una discussione basata sui contenuti, il meno possibile ideologica e precostituita, che ritengo essere quella che può far crescere noi come compagni e il partito nel suo insieme.

    Scelgo perciò di esplicitare il mio consenso e le mie critiche ad entrambe.

    Del documento di maggioranza non condivido assolutamente l'analisi di fase del quadro internazionale, né le ricadute che essa ha sul partito e sulle sue parole d'ordine.

    Non condivido la fascinazione dello scontro di civiltà tra capitale globalizzato e terrorismo fondamentalista suggerita dalla tesi 2. Il fondamentalismo esiste da secoli come interpretazione estremista della cultura islamica. Negli ultimi 20 anni e specialmente nel decennio 79-89, le forze che ad esso si richiamano sono state armate, finanziate e politicamente legittimate dall'occidente, dai regimi fantoccio del medio-oriente e perfino dalla Cina in chiave antisovietica ed anti-sciita (Hezbollah in Libano, Iran komeinista, Hamas in Palestina, erano all'epoca i più attivi contro l'imperialismo USA), con il sostegno particolarmente interessato dell'Arabia Saudita e del Pakistan, entrambe a prevalenza sunnita. Oggi le organizzazioni integraliste islamiche, culturalmente medievali ma dotate di una rete economica e militare che usano i frutti più tecnologicamente avanzati del capitalismo globalizzato, s'intrecciano con la volontà revanscista di importanti settori della borghesia araba, umiliata dalla guerra contro l'Irak e dalla politica israeliana, militarmente occupata e politicamente ed economicamente subalterna (i kamikaze dell'11 settembre provenivano rispettivamente 15 dall'Arabia Saudita e 4 dall'Egitto, i più grandi ed importanti paesi del mondo arabo).

    La guerra che si è aperta non è la guerra dei mondi, ma una guerra imperialista tra la potenza egemone e i suoi attuali compagni di viaggio (Europa, Russia, paesi del Comwealth) e un settore di borghesia dei paesi terzi (nemmeno poi così terzi), che sfrutta il riaccendersi delle identità nazionali etniche e religiose (panislamismo dal Marocco alle Filippine), fenomeno che abbiamo visto nascere ovunque, anche in casa nostra (Lega), come reazione di destra alla pervasività del capitale globalizzato, della perdita di potere che esso induce negli stati nazionali, laddove sono espressione di borghesie perdenti o subalterne.

    La lettura di una guerra epocale -globalizzazione contro terrorismo- è, oltre che un errore nell'analisi della fase, un punto di vista culturalmente subalterno alla retorica dell'operazione "libertà duratura".

    La guerra della globalizzazione è iniziata 10 anni fa. Dopo l'89, nel mentre il capitale principalmente europeo ed americano penetrava con tutta la sua capacità distruttiva nei paesi dell'ex campo socialista, questi erano del tutto incapaci di opporre qualsiasi resistenza. E' con la guerra Iraq-Qwait che le borghesie non occidentali iniziano a cercare di ritagliarsi margini di manovra, di difesa e conquista degli spazi lasciati liberi dal crollo dell'URSS. Con la "tempesta nel deserto" inizia la guerra per imporre il dominio USA e occidentale sul resto del mondo, cui si sommano vari episodi minori e non, come Grenada, Panama, Somalia, Jugoslavia, ecc. Ciò che di epocale c'è in questa guerra è la fine dell'inviolabilità del territorio USA e l'assunzione di un concetto di guerra asimmetrica (cosiddetto terrorismo) come l'unica in grado di aggirare la preponderanza militare classica e tecnologica degli USA. E' più globale dei precedenti conflitti perché gli USA entrano di prepotenza e senza intermediazioni nel cuore dell'Eurasia, una regione strategicamente vitale e storicamente appannaggio delle altre superpotenze, Cina e URSS (il precedente tentativo in Indocina era finito disastrosamente). Ma il tentativo di creare un ordine unipolare americano è in atto da oltre un decennio, è la dottrina del "new world order" di Bush padre.

    La guerra in Afghanistan, al di là degli oggettivi vantaggi militari ed economici che sta producendo (ridefinizione del comando USA sul pianeta, penetrazione militare stabile nel cuore dell'Eurasia e dell'ex-URSS, controllo delle fonti energetiche, avvio del riarmo dispiegato e globale - i maggiori produttori di armi sono i G8 e i primi gli USA), è al momento perdente rispetto al suo primario obiettivo, la distruzione di AL Qaida, unico nemico pericoloso al momento degli USA, ma anche del capitale globalizzato, vista la sua capacità di incidere negativamente sulla crisi e di colpire i gangli vitali del sistema, come il trasporto aereo e la circolazione delle informazioni (posta all'antrace), mettendone in discussione, con un uso scientifico della spettacolarizzazione degli attacchi, l'egemonia ideologica.

    Al di là dell'esito di questa guerra, abbastanza scontato, anche se non terminerà con l'Afghanistan, la guerra mondiale asimmetrica per il governo della globalizzazione non è iniziato qui e non finirà qui. Insorgenze di tipo diverso in futuro si potranno avere ovunque, per es. in Sud America: cosa succederebbe se l'Argentina uscisse dalla crisi con un governo bolivariano o addirittura rivoluzionario?

    E' indubbio che siamo di fronte ad un tipo di capitalismo che, pur uguale a sé stesso nei suoi principi costitutivi definiti da Marx, ha caratteristiche nuove che si intrecciano con uno sviluppo scientifico e tecnologico che arriva addirittura a mercificare il vivente. Trovo le tesi 4, 5 e 6 (la rivoluzione capitalistica restauratrice, il capitale, il lavoro) condivisibili, anche se questi temi di enorme portata vanno meglio analizzati e conosciuti. Ad esempio ritengo un connotato nuovo per i suoi aspetti sistematici il processo di delocalizzazione, su cui ha giustamente insistito Naomi Klein, che non riguarda solo le grandi multinazionali, ma che ormai si è massicciamente socializzato anche alle piccole e medie imprese (per es. il 45% della produzione tessile in Veneto è delocalizzata). Un processo questo che non mi pare la semplice espansione quantitativa del fenomeno delle multinazionali, ma che proprio per la sua "massificazione" assume connotati nuovi e tutti da indagare, e che non è più un aspetto di approfondimento teorico astratto, ma ha profonde ed immediate ricadute sul nostro vivere quotidiano e in particolar modo per i lavoratori. Questo per esempio è un aspetto che nel movimento no-global è stato particolarmente analizzato e discusso e mi pare un sintomo di grande coscienza e maturità politica.

    Quanto alla tesi 7, la rivoluzione informatica, mi lascia perplesso l'affermazione che l'informatica permetterebbe la riduzione del peso relativo del capitale fisso. In certi settori può essere vero: ad esempio la comunicazione digitale è sicuramente uno strumento che agevola la delocalizzazione, permettendo lo sfruttamento diretto della forza lavoro a basso costo dei paesi terzi. Ma credo sia indiscutibile che nelle produzioni ad alto contenuto tecnologico, dove l'utilizzo di macchine a controllo numerico e della robotica è dispiegato, per esempio in quelle metalmeccaniche, essa abbia prodotto l'effetto opposto: più macchine e meno operai.

    Non condivido l'analisi, conseguenza della visione totalizzante della globalizzazione come nuova fase storica del capitale, che il documento di maggioranza fa del ruolo degli stati nazionali alla tesi 10.

    Queste problematiche andrebbero approfondite senza perdere di vista i processi differenti tra stati dominanti e dominati. I primi riarticolano il loro potere in funzione dell'economia privata, drenando risorse popolari a favore delle imprese, privatizzando i servizi pubblici senza però una reale riduzione della spesa pubblica, che si sposta verso difesa e controllo sociale, e cedendo quote di sovranità essenzialmente in favore di processi di unificazione e concentrazione per acquisire peso economico e militare nella competizione globale (Euro). I secondi tendono a moltiplicarsi per l'azione frammentante della politica imperialistica delle potenze occidentali, perdono realmente potere verso le istituzioni sovranazionali attraverso il ricatto finanziario del debito e delle borse, che porta alla creazione di territori off-limits alle leggi locali in cui produrre senza limiti allo sfruttamento o in cui subire l'insediamento di basi militari straniere.

    Il rapporto degli USA con le altre potenze regionali è più articolato. Non si va verso un asse USA-Europa-Cina-Russia. Le intese limitate che gli USA hanno raggiunto con queste potenze, per es. per l'Afghanistan, vanno lette come incapacità, anche militare, di imporre l'imperialismo USA senza il consenso passivo di esse. Si trovano di volta in volta interessi convergenti per ottenere la non opposizione, in particolare di Russia e Cina: in questa fase entrambe hanno interesse ad appoggiare la politica antiterrorismo USA per avere piena legittimità nella repressione dei movimenti di liberazione interni (per es. Cecenia, Xinijang, Tibet), così come stanno facendo Israele (Palestina), India (Kashmir), Turchia (Kurdistan). Ma recenti vicende hanno mostrato come sia sottile il confine tra la non opposizione alle iniziative militari euro-americane e lo scontro di interessi imperialistici contrapposti: si vedano gli attriti generati dal bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado e la crisi dell'aereo spia americano o l'arrivo non concordato dei Russi in Kossovo. Queste alleanze, forzate anche dall'impossibilità attuale di contrapporsi frontalmente agli USA, sono destinate a trasformarsi sempre più in resistenze ed attriti.

    Più lunghi saranno i tempi per avere una politica imperialista del tutto autonoma dell'UE, ma ci si arriverà. Vedremo quali esiti avrà la nascita dell'euro, frattanto è quasi pronta la forza di rapido intervento e procede il progetto Galileo, nonostante l'opposizione dichiarata degli USA, per dotare l'Europa di un proprio sistema satellitare alternativo al GPS. Procede anche l'iniziativa per dotare l'Europa di una completa autonomia produttiva e tecnologica bellica, (vedi Airbus militare ed Eurofighter, il caccia europeo). E schieramenti contrapposti tra europei ed americani si sono registrati di recente in centro Africa.

    Gli USA non sono quindi un'eccezione in un quadro di ridimensionamento del ruolo degli stati nazionali, ma la potenza imperialistica dominante, che riesce ancora ad imporre i suoi interessi e le sue politiche neoliberistiche di indebolimento degli avversari, sottraendosene alla bisogna.

    Queste mie critiche non possono non sfociare nel rifiuto netto della tesi 14, sul superamento della nozione di imperialismo

    In essa vi si enuncia un punto di vista che somiglia sinistramente alla teoria del "super-imperialismo" di Kautsky., che Lenin ha giustamente criticato anche e soprattutto per le sue implicazioni opportunistiche, critica quanto mai attuale se raffrontata alle ultime teorie negriane sull'"impero" da cui, in perfetta consequenzialità, il filosofo padovano ricava la strategia dell'"esodo" delle "moltitudini" come prospettiva di liberazione che supera quelle di democrazia e socialismo.

    Al contrario, come, evidenzia anche la proposta di emendamento alternativo di questa tesi proposta da Confalonieri e altri, che condivido, la fase attuale, mutatis mutandis, è ancora ben interpretabile con gli strumenti di analisi fornitici dalla teoria leninista dell'imperialismo. Il capitale ha sempre teso, come afferma anche Marx, all'occupazione di tutto il globo, distruggendo ogni formazione economica e sociale precapitalistica o differente che incontra sul suo cammino. Solo le rivoluzioni di questo secolo sono riuscite a frenare questa spinta, che oggi, dopo l'89 e l'introduzione dell'economia di mercato in Cina, è ripartita con il massimo slancio. Secondo Lenin "...le alleanze "inter-imperialiste" o "super-imperialiste" non sono altro che un "momento di respiro" tra una guerra e l'altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un'altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste... Le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell'economia mondiale e della politica mondiale, l'alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta." Dopo l'89 l'imperialismo euro-americano ha puntato ad indebolire i potenziali competitori (implosione dell'URSS e poi della CSI, crollo delle Tigri asiatiche e crisi del Giappone e delle tigri asiatiche) e ad occupare tutto lo spazio libero lasciato da questi. Già dieci anni dopo, il conflitto armato è diventato lo strumento straordinario, dopo quelli ordinari di FMI, BM, WTO, per eliminare le velleità degli ex-alleati (Iraq) di prendere parte al banchetto, o le resistenze nazionali (Jugoslavia, Afghanistan).

    La predominanza USA non è necessariamente durevole. Così, se dopo la fine del campo socialista le resistenze che si manifestano sono politicamente connotate dal nazionalismo o da culture feudali, ciò non si deve al superamento della teoria dell'imperialismo, ma all'oggettiva ed epocale sconfitta subita dal movimento comunista e progressista nel mondo. E' la sconfitta, non la globalizzazione che rendono in questo momento inattuale la definizione di un campo antimperialista. Allo stesso modo, man mano che lo spazio liberato al capitale dall'89 sarà occupato, i contrasti fra potenze imperialiste si faranno più espliciti. E' del tutto sbagliato pensare che una gestione superimperialistica del mondo potrà evitare nuovi conflitti tra le grandi potenze. Oggi questo è interdetto dalla supremazia economica e militare statunitense, ma come dice anche Lenin, è impensabile che i rapporti di forza, nella concreta dinamica di sviluppo ineguale del capitale, rimangano gli stessi ad oltranza. La crisi in atto, l'attacco alle torri, il crack in Argentina, non potranno non sortire effetti in questo senso.

    Anche sul piano economico è un errore pensare che il vertiginoso aumento della velocità circolazione dei capitali garantita dall'informatica (tesi 7) contribuisca a definire un nuovo capitalismo globale, libero dal condizionamento degli stati e sostanzialmente anarchico nelle sue dinamiche.

    E' vero che l'informatica tende a rendere meno governabili le transazioni speculative, ma è anche vero che l'informatica continua anche a produrre strumenti che ne riducano l'anarchia: per esempio dopo il crack dell'87 sono stati messi a punto sistemi automatici di blocco delle contrattazioni in situazioni di crisi, che hanno già superato positivamente i primi test reali. La gestione delle borse rimane comunque politica. Dopo l'11 settembre la borsa americana ha chiuso per una settimana. E come spiegare poi la catastrofe abbattutasi sull'Indonesia, un vero e proprio episodio di guerra economica, e il governo della bolla speculativa in Giappone, che continua a non scoppiare, sia pure a prezzo di una prolungata stagnazione? Oggi chi detiene le risorse finanziarie di maggior peso sul mercato internazionale sono, guarda caso, gli USA, che dalla previdenza privata hanno ricavato masse immense di denaro controllate dai fondi pensione. Rimane certo il fatto che il capitale si muove secondo logiche prima economiche che nazionali e anche questa non è una novità (vedi per es. l'IBM, che ha venduto calcolatori alla Germania prima e durante tutta la 2° guerra mondiale).Gli stati fanno del loro meglio per governarlo, gestendo le loro politiche in funzione del capitale nazionale, per es. con la guerra. E' ovvio, dato che lo stato è uno strumento della borghesia, che questa gli imponga i suoi interessi, o meglio, lo usi per perseguirli. E' insomma un processo dialettico complesso. Ma il caso americano, dove mai come in questa amministrazione è palese il coinvolgimento della lobby energetica di quel paese, o quello Italiano, con un imprenditore a capo del governo in stretta sintonia con la presidenza di Confindustria, dimostra l'interesse sempre più forte del capitale, organizzato in frazioni contrapposte sotto forma di sistemi bipolari, ad acquisire in forma oramai diretta il potere negli stati nazionali e ad usare questi come strumento per i propri interessi.

    Non condivido l'analisi sull'Unione Europea espressa nella tesi 16.

    Non mi appare affatto realistica la descrizione di un'unione europea priva di direzione economica e politica. E' vero che in questi anni gli USA hanno fatto il possibile per ostacolarne la costituzione, anche attraverso il ribadire la propria supremazia militare (Kossovo, Afghanistan). Ma il processo di costituzione di un polo imperialistico europeo, che pure deve tener conto degli intralci frappostigli, marcia ed in modo tutt'altro che idealistico. La moneta unica è una realtà e solo fra qualche anno potremo valutare il suo impatto sui mercati mondiali, in particolare nei confronti del dollaro. Procede anche la costituzione dell'esercito europeo.

    Le politiche liberiste non vengono applicate dai singoli governi e dall'UE in virtù di una sudditanza politica ed ideologica agli USA, ma con la piena convinzione che esse permettono di spostare immense risorse dal pubblico al grande capitale e di ridefinire ulteriormente i rapporti di classe, con una riduzione sempre più forte del salario diretto ed indiretto ed un'aumento continuo della produttività. Senza la costituzione dei fondi pensione privati per es. non c'è la possibilità di disporre di masse critiche di capitali per condizionare o opporsi ai condizionamenti dei mercati finanziari a predominanza USA. Così si spiega l'attacco tutto politico, privo di giustificazioni di bilancio, al sistema previdenziale pubblico attuato da tutti i governi italiani degli ultimi 10 anni. La stessa nascita dell'euro sembra stia attraendo verso il campo europeo i più stretti alleati degli USA, gli inglesi.

    Infine le istituzioni europee, con la loro a-democraticità, non sono il prodotto abortito di un'unione politica, ma la forma che dovunque hanno assunto le più rilevanti istituzioni politiche ed economiche capitalistiche mondiali (vedi le istituzioni politiche di USA, Cina, Russia, l'FMI, la BM, il WTO, la NATO, ecc.).

    Ritornando alla questione della guerra, non condivido assolutamente la tesi 21 - il progetto del terrorismo internazionale.

    Questa tesi mi appare ispirata più da un connotato idealistico, se non addirittura subalterno alla propaganda imperialista, che da un'analisi marxista e storica degli eventi che hanno portato all'11 settembre. La categoria di terrorismo, che ha una connotazione prettamente etica, va rifiutata o estesa a tutti coloro che nelle loro pratiche di combattimento coinvolgono i civili. Da Dresda ad Iroshima all'Afghanistan, i maestri del terrorismo internazionale sono gli USA. Ma le categorie morali non servono a capire la storia. Per gli USA sono terroristi tutte le organizzazioni, qualsiasi siano le loro ideologie, i metodi di lotta, i connotati storici e geografici, che contrastano gli interessi americani. Per questo la lista americana dei terroristi comprende FARC, Hezbollah, Hamas, FPLP, l'esercito popolare di liberazione del Nepal, il PKK, ecc. Quando il contrasto è rappresentato da stati nazione, divengono stati canaglia: come Cuba o la Corea del Nord o l'Iraq, che mai hanno avuto rapporti con il terrorismo islamico. A tale proposito temo che il trasferimento dei prigionieri di Al Qaeda nella base in territorio cubano di Guantanamo possa servire ad orchestrare una provocazione contro quel paese, che neppure la più ardita delle propagande oggi riuscirebbe a far rientrare nei progetti della lotta al terrorismo. Ovvero a costringerlo ad un allineamento sulla questione della guerra.

    Non esiste dunque né un terrorismo come categoria politica, né un progetto terroristico, come afferma invece la tesi 21. Esistono semmai specifici progetti di contrasto all'egemonia americana, come quello di Al Qaeda, che in una condizione di strapotere militare USA, qualunque siano le ragioni politiche ed economiche e la prospettiva che si danno, devono sfuggire il confronto militare diretto in favore di nuove forme di conflitto asimmetrico. Queste forme di guerra a bassa intensità sono state ampiamente utilizzate anche dagli USA. Non per caso i militanti di Al Qaeda sono tutti ex combattenti della guerra antisovietica in Afghanistan, addestrati ed armati dai consiglieri militari americani (ma anche Pakistani, Cinesi, Arabi ecc.). Quella a cui assistiamo è semmai l'estensione su scala planetaria (perché planetari sono gli interessi americani) del concetto di guerra asimmetrica. In questo quadro non ha senso porsi il problema di svuotare le giustificazioni ideologiche del terrorismo.

    E' per me inoltre inaccettabile la difesa dell'ONU e l'ipotesi di una sua possibile riforma avanzate nella tesi 21. L'ONU, retto da anni da marionette americane, ha giustificato e sta giustificando tutti gli interventi armati americani sul pianeta, oltre che l'embargo genocida contro l'Irak, mentre in 50 anni non ha fatto rispettare una sola delle sue pur moderate risoluzioni sul conflitto arabo-israeliano. Così come chiedere l'istituzione di un tribunale penale internazionale non ha senso, visto l'operato di quello dell'AIA, che non ha respinto le autorevoli e circostanziate denuncie delle decine di crimini e violazioni del diritto internazionale compiute dagli USA in Kossovo. Poiché processare gli USA è oggi, dati i rapporti di forza, improponibile, l'istituzione di una siffatta corte penale potrebbe al massimo servire a processare i cubani o i coreani, piuttosto che i somali o l'FPLP. Come giustamente affermato nel documento di minoranza " In una società di classe e tanto più nell'epoca dell'imperialismo non è mai esistito e non potrà esistere un diritto internazionale neutro, al di sopra delle classi e degli Stati. Il diritto internazionale è solo la copertura giuridica degli interessi degli Stati dominanti. E l'unico diritto che gli Stati dominanti esercitano e rivendicano è il diritto a piegare col terrore ogni forma di resistenza al proprio dominio sul mondo."

    Ritengo perciò le parole d'ordine espresse nella parte conclusiva della tesi 21 sbagliate, fuorvianti per il movimento contro la guerra e pericolose, specialmente la rivendicazione del tribunale penale internazionale.


    Condivido le tesi dalla 22 alla 36. Ritengo fra queste insufficiente la tesi 33 - associazionismo e cooperazione.

    L'analisi del cosiddetto 3° settore mi pare attardata, poteva forse valere in questi termini fino ad alcuni anni fa. Con un po' di malizia si può pensare che sia stata scritta in questi termini per non alienarsi le simpatie di settori di movimento.

    Sembra mancare una vera conoscenza dei processi verificatisi negli ultimi anni, descritti come in atto o come potenziali, in realtà oggi molto avanzati grazie alle politiche del centrosinistra che su questo terreno hanno determinato una fortissima accelerazione, culminata nella legge sul socio lavoratore, che legittima nella cooperazione tutte le forme possibili di lavoro, senza mettere in discussione la logica degli appalti al massimo ribasso.

    Alla spinta positiva che ha portato all'impegno nella cooperazione e nell'associazionismo di migliaia di persone alla ricerca di forme di impegno sociale alternative a quelle politiche, sconfitte a partire dagli anni 70, il capitale ha risposto con la sussunzione di queste forme nel mercato capitalistico, facendo di esse il grimaldello per la distruzione del welfare e dell'occupazione stabile sindacalmente tutelata. Oggi questo processo è compiuto grazie alle politiche del centrosinistra che, sfruttando la sua internità storica ad esso (legacoop), ha pensato di usarlo per tagliare la spesa pubblica senza ridurre i servizi. Non è questa un'idea originale, dato che la trasformazione del welfare in un mercato dei servizi è stato attuato in America da molti anni e proprio qui il cosiddetto terzo settore ha assunto dimensioni rilevanti prima che nel resto del mondo. Non per caso la privatizzazione dei servizi è considerata una priorità nel WTO.

    La cosiddetta sussidiarietà ha peggiorato i servizi, perché l'assunzione della logica d'impresa da parte delle cooperative e delle associazioni, per convinzione o forzata dal mercato degli appalti, ha scaricato sui lavoratori e sugli utenti i costi di tale operazione. Le cooperative hanno preceduto di alcuni anni l'introduzione del lavoro interinale, sfruttando la peculiare condizione del socio-lavoratore per tagliare il costo lavoro. Con la legge sul socio-lavoratore, voluta e votata dal centro sinistra con la debole opposizione del PRC, che ha cercato di intervenire solo sul piano politico-istituzionale, questo processo è oramai compiuto. La destra ora si pone solo il problema di acquisire peso in uno dei settori a più alto sfruttamento della forza lavoro che ci sia in Italia. La nuova legge in discussione punta a privatizzare i patrimoni collettivi dei lavoratori delle cooperative e a favorire sul mercato le proprie realtà di riferimento (ne sono infatti escluse banche e fondazioni) a discapito di quelle tradizionalmente di sinistra. Non a caso AN lavora su questo terreno da anni e pare sia vicina a raggiungere la massa critica necessaria a costituire una propria centrale cooperativa. L'idea di affidare la gestione di un carcere alla comunità di S. Patrignano è in questo senso esemplificativa.

    In questo settore finora il partito è stato praticamente assente, se si eccettuano alcune importanti esperienze rimaste isolate e assai poco valorizzate, come quella di Roma. Un intervento in questo settore non può prescindere dal fatto che oggi le cooperative sono quasi sempre percepite, legittimamente, come controparte sia dei lavoratori che degli utenti, che le organizzazioni di categoria sono diventate a tutti gli effetti, anche ideologicamente, organizzazioni datoriali.

    Più in generale è legittimo chiedersi se, alla fine di questa importante parabola storica della cooperazione, abbiano un senso le proposte di questa tesi che ritengono possibile realizzare con la cooperazione "la costruzione di forme di lavoro liberato, la centralità della mutualità, la difesa dei consumatori e dei produttori a partire da quelli del Sud del mondo, la tutela dell'ambiente e dell'alimentazione" entro il quadro di un'economia di mercato per di più neoliberista. La mia personale esperienza mi dice che in un simile quadro il mercato è in grado, con la sua competizione, di stravolgere anche le più fiere e vive esperienze di cooperazione, imponendo le priorità d'impresa della riduzione del costo del lavoro, del taglio dei diritti, dell'aumento della produttività, della precarizzazione, dello scadimento dei servizi e dei prodotti.

    Una piattaforma su questo terreno dovrebbe piuttosto partire dalla tutela della cooperazione da una logica economica di mercato incentrata sulla riduzione dei costi anziché sulla qualità (nel senso più ampio di qualità sociale ed ambientale) del prodotto e del processo di produzione, il che significherebbe abolire le gare al massimo ribasso, l'obbligo del rispetto dei ccnl e delle normative sulla sicurezza e la conseguente vigilanza. Nei servizi invece, laddove cooperative e associazioni anziché fornire servizi aggiuntivi ed integrativi garantiscono solo il risparmio dei costi, maggior sfruttamento, perdita di professionalità per i lavoratori e scadimento del servizio, l'unica proposta possibile è il ritorno nella sfera pubblica, con assunzione di tutti i lavoratori a tempo indeterminato e salari adeguati alle professionalità.

    Non condivido inoltre la tesi 37- l'articolazione della nostra proposta politica.

    Non si tratta di essere settari, ma di prendere atto della trasformazione che ha subito il partito di Dalema e Fassino. Un partito che non ha nulla più a che spartire con gli interessi di classe, che non ha più nessuna aspirazione al superamento del sistema capitalistico, ma che al contrario ne ha abbracciato le logiche e le compatibilità e che si è candidato a rappresentare gli interessi della borghesia europeista e di importanti frazioni del grande capitale (FIAT) che puntano ad un neoliberismo temperato, essendo cresciuto grazie all'intervento pubblico in economia. Interessi che i DS hanno anche fattivamente rappresentato negli anni '90 con i loro governi, fino al maggio scorso. Non il movimento di Genova, non la vertenza dei metalmeccanici, le pensioni, l'art. 18, non la guerra hanno risvegliato l'opposizione del centrosinistra, ma l'euroscetticismo e la cacciata di Ruggero!

    Con questo partito, che ha sostenuto le guerre americane, ha avviato la privatizzazione di tutto, scuola compresa, che ha ridotto in mutande la classe operaia di questo paese e ha costruito un futuro di precarietà per i giovani, non è pensabile di intraprendere alcun percorso riformatore. Ciò è giustamente definito irrealistico dal secondo documento, visto che ritiene storicamente esauriti gli spazi del riformismo per ragioni oggettive, come anche il documento di preparazione al congresso sostiene. E' anche politicamente sbagliato perché nel tentativo di avvicinare ed eventualmente staccare la sinistra DS, è più utile una critica serrata e costante alle scelte della maggioranza di quel partito che non un'ipotesi di sinistra plurale. Inoltre questa ambiguità genera continuamente confusione nel partito e nel movimento. Questo vale anche sul piano locale dove i DS non agiscono generalmente in controtendenza alle politiche nazionali (tranne quando le superano a destra), conducendo invece, dove governano, la privatizzazione dei servizi pubblici e favorendo quei settori di borghesia e di imprenditoria privata che sono oggi i loro azionisti di riferimento.

    Di particolare rilevanza per l'agire futuro del partito mi pare la tesi 39 - la crescita del movimento, su cui però devo fare delle osservazioni.

    Va dato atto alla direzione e al partito di aver saputo leggere correttamente e con largo anticipo i segnali di disgelo e di nascita del movimento, preparando con impegno le condizioni della nostra piena internità ad esso e alla mobilitazione di Genova. In particolare la manifestazione di sabato 21, voluta con determinazione dal PRC contro qualsiasi ipotesi di annullamento, ha saputo mettere in campo tutta la nostra forza e il nostro radicamento. Grave comunque è stato il deficit organizzativo sul terreno di piazza, anche nelle giornate precedenti, dove la nostra partecipazione è stata inferiore qualitativamente e quantitativamente alle nostre possibilità. Se questi limiti possono essere giustificati dall'inesperienza del partito su questo terreno, con un livello di scontro ineditamente alto, altrettanto non si può dire per le iniziative successive, in particolare quella del 10 a Roma, la cui riuscita, nonostante la latitanza del partito, ha garantito gli spazi di agibilità politica nel paese di cui per ora ancora gode il movimento. Si provi ad immaginare cosa sarebbe successo se Berlusconi avesse vinto il confronto tra le 2 piazze alternative...Questo è stato un errore politico gravissimo, che avrebbe potuto pregiudicare la sopravvivenza e lo sviluppo di un movimento di opposizione alle destre in Italia. Esso è frutto di errori di analisi e di comprensione delle reali potenzialità di questa fase, ma anche di un approccio politicistico già presente nel GSF e perpetuato e riprodotto nei mesi successivi con il tentativo di ridurre la sua direzione nella mediazione fra le componenti politiche organizzate presenti in esso. L'evento di Genova, possibile preludio di un processo di ricomposizione di classe e della sinistra radicale italiana, è stato reso possibile dalla percezione veicolata dal GSF di un momento di lotta unitario contro il neoliberismo e la destra. La gestione unitaria ha permesso a migliaia e migliaia di persone di riconoscere nelle giornate di Genova un'opportunità per scendere in piazza su temi generali condivisi senza sottostare a logiche di appartenenza o di schieramento. L'architrave di questa unitarietà è stata la presenza del PRC, che garantiva a tutti di stare in piazza con i propri contenuti, senza venir strumentalizzati dall'una o dall'altra componente organizzata.

    Al contrario dopo Genova questo enorme capitale di credibilità e riconoscimento politico è stato rapidamente dissipato dalla scelta di dare continuità ad un GSF dei portavoce, i cui limiti si erano già manifestati prima e durante le giornate di luglio, e dall'avvicinamento rapidissimo ad una componente, quella dei disobbedienti, a scapito delle altre. Questa scelta, peraltro politicamente molto discutibile, vista l'ideologia interclassista e riformista "negriana" che anima questa componente, ha prodotto subito guasti rilevanti, estremizzando il dibattito tra le componenti di movimento, che ha portato all'auto esclusione, del resto caldeggiata anche dentro al PRC, dei settori più radicali ed anarchici, premessa per futuri e maggiori problemi nella gestione delle piazze; ha acuito il mal di pancia della componente cattolica, restia ad una rappresentazione mediatica dello scontro, peraltro sempre più impraticabile per l'intenzione della destra e della forze dell'ordine di agirlo fino in fondo e fino alle più tragiche conseguenze; ha nuovamente allontanato settori del movimento poco inclini a farsi strumentalizzare e dirigere da portavoce bellicosi (a parole); non ha contribuito alla ricomposizione degli ambienti sindacali extraconfederali, come ha chiaramente dimostrato la gestione fallimentare degli scioperi nella scuola. Un'ulteriore riprova sta nelle difficoltà che vivono i social forum, che potevano realmente rappresentare lo spazio pubblico attorno cui ricomporre e radicare importanti esperienze di lotta e settori di classe, che invece, tranne che nei piccoli centri, si sono fin'ora trasformati in ambiti di mediazione tra componenti politiche, mediazioni rese più improbabili proprio da questo nuovo rapporto, esemplificato dal laboratorio dei disobbedienti, che ha marginalizzato o messo in fuga altre componenti. La strumentalità di questo rapporto da parte delle tute bianche è quanto mai evidente a Padova, dove proprio la loro opposizione dichiarata, tutta tesa a preservare la propria area e la propria rendita di posizione da contaminazioni, ha finora impedito la nascita di un social forum cittadino.

    Il PRC perciò dovrebbe al più presto ritrovare una collocazione autonoma e centrale nel movimento, la migliore per raggiungere tutti i diversi settori che lo compongono e interloquire con essi su base paritaria, senza in alcun modo stingere la propria identità e i propri contenuti. E' questa la premessa perché le proposizioni, in sé condivisibili, della crescita del movimento, della sua unità e del suo radicamento attraverso i social forum divengano realtà.

    In questo senso l'adozione di terminologie proprie di determinati percorsi politici, come quello della disobbedienza sociale e civile per definire concetti non certo nuovi come quello di azione diretta e pratica dell'obiettivo, non facilita le cose. Resta il fatto che la scelta di un terreno di azione diretta come pratica sociale del partito rappresenta un avanzamento ed un adeguamento alla fase politica irrinunciabile. Anche l'adozione della pratica non-violenta, in una condizione di inferiorità nei rapporti di forza con un apparato repressivo sempre più aggressivo e fascistoide, può rappresentare una scelta tattica intelligente, che però sempre più si renderà inconciliabile con l'azione diretta, proprio per la qualità della risposta repressiva che lo stato ha mostrato di voler mettere in campo da Napoli in poi. Se perciò nel frattempo, senza voler militarizzare alcunché o assumere pratiche di attacco alle persone o alle cose, non vi sarà la capacità di far crescere una cultura organizzativa in grado di garantire la riuscita e la difesa delle iniziative di massa, diverrà giocoforza inevitabile abbandonare l'azione diretta, pena lo sbaragliamento delle proprie forze.

    Il radicamento e la crescita del movimento è una prospettiva importante e passa giustamente per la ricomposizione con settori sempre più ampi del mondo del lavoro, un compito che solo un partito come il PRC può oggi verosimilmente perseguire. Serve però anche un lavoro per dotare il movimento di obiettivi di fase, che non possono essere solo le singole vertenze locali o settoriali, che in questo quadro politico non hanno alcuna speranza di successo, a cominciare dalla scuola. Occorre indicare nella cacciata del governo Berlusconi l'obiettivo politico attorno cui ricomporre le vertenze settoriali, che hanno in questa premessa l'unica possibilità di successo.

    Come si può constatare, fin qui le mie posizioni sono su molti punti profondamente diverse dalla tesi di maggioranza e non sono molto dissimili dalla tesi di minoranza.

    Tuttavia non trovo una sintonia con il secondo documento sull'impostazione filosofica che sottende e in particolare sulla parte dedicata ai movimenti e al partito.

    Esso mi appare pervaso da una logica minoritaristica e di contrapposizione che porta spesso ad estremizzare le critiche alla maggioranza oltre la realtà dei fatti, nonostante le tesi da questa proposte offrano di per sé ampie ragioni di critica. Condivido ad esempio alcune critiche alle tesi relative al movimento, ma trovo assolutamente esagerato prospettare il rischio di scioglimento del partito, di dissoluzione delle proprie strutture in indistinti "luoghi di movimento" (introduzione-sintesi). Così voler attribuire alla maggioranza l'idea che la contraddizione capitale-lavoro non sia ritenuta centrale, ma sia sullo stesso piano di quelle ambientali, di genere, ecc (tesi 9), mi pare assurdo e strumentale.

    Su un piano più generale mi pare che questo documento punti a rafforzare una logica di schieramento dentro il partito in contrapposizione invece all'appello ad una discussione libera e non correntizia, che invece condivido in pieno. Il pluralismo politico che esiste oggettivamente nel partito ha permesso di convogliare in esso compagni provenienti da tutte le esperienze politiche, ha permesso il suo radicamento, per quanto debole, in tutta la società, dagli studenti medi ai pensionati, dagli operai agli agricoltori, dai cattolici agli anticlericali ecc. Gli permette di comunicare con tutti gli strati sociali e di essere interno ai movimenti e a tutti i sindacati. Una logica di schieramento, che forza il dibattito e lo annichilisce, può trasformare questa ricchezza in una debolezza. Anche per questo ho scelto di astenermi.

    Dietro a questa logica di schieramento c'è una concezione del marxismo che sembra considerare la dialettica solo come uno strumento analitico per individuare i punti deboli dell'avversario di classe, ma che non le riconosce il ruolo di presupposto filosofico del pensiero marxista e di strumento di comprensione della realtà. Ha una visione del partito come fosse uno strumento militare che, come tale, per essere efficace, deve essere compatto, omogeneo, privo di sbavature. Non sembra tener conto del fatto che il capitale ha vinto le formazioni economico-sociali precedenti proprio in virtù della propria capacità di adattamento alle trasformazioni della storia, che ha scelto la democrazia borghese come strumento di governo perché permette di cambiare tutto senza cambiare niente. E' stato in grado insomma di adattarsi alla struttura dialettica della realtà.

    Il secondo documento mi sembra che riproponga l'idea di un partito monolitico nella sua rappresentazione esterna, che il passato ha dimostrato essere talvolta strumento efficace per la presa del potere, ma che poi è incapace di interpretare la dialettica sociale in una società post-rivoluzionaria e finisce per negarla trasformandosi in oppressore. Trovo sintomi di questo atteggiamento in molte parti del documento di minoranza, che attraverso formulette politically correct, risolve questioni di complessità e rilevanza enormi in qualche paragrafo, senza indicare direttrici di approfondimento e di ricerca, come nel giudizio sull'URSS oppure sulla strategia politica. Assume atteggiamenti dottrinari, nonostante lo neghi, nel giudizio sul movimento, che invece, pur con i moltissimi limiti che ha, ritengo essere quello più ricco di conoscenza e coscienza politica che il paese abbia visto dopo il '68.Un giudizio che a mio avviso mostra una scarsa conoscenza diretta e una palese sottovalutazione e che propone formulette, in sé corrette, ma che tendono ad esaurire il dibattito e non ci permettono di fare passi avanti. Ad esempio è giusto affermare la necessità di ricomporre le istanze del movimento no-global con quelle operaie (tesi 25), ma il problema è come concretamente realizzare questo obiettivo e su questo non trovo risposte all'altezza della questione. Il problema non è giustapporre, come fossero mattoncini, due settori di classe grazie all'enunciazione di un programma socialista. Alla base di queste formulazioni vi è ancora un'analisi superficiale e prodotta dall'esterno di che cos'è questo movimento. E' come se si pensasse che chi era a Genova non lavorasse e chi lavora non fosse andato a Genova. Secondo me la realtà invece è che questo non è un movimento prettamente studentesco, ma che è composto in larga parte anche da lavoratori, da quella nuova generazione che oltre al lavoro di fabbrica contrattualmente definito, sperimenta le 1000 forme del lavoro atipico e precario e che si è espressa a Genova perché nel posto di lavoro quotidiano non trova la forza e i modi di ribaltare i rapporti di forza. Come, su quali parole d'ordine, con quali forme organizzative, riuscire a rovesciare la forza del movimento dentro la dimensione del lavoro, accanto a quelle tradizionali sindacali, che però sono utilizzabili sono su una parte di esso, mi pare una direttrice di ricerca da sviluppare, su cui nessuno finora sembra aver formulato soluzioni efficaci. Trovo anche giudizi sommari che mi paiono strumentali su proposte e componenti del movimento che sembrano dettati dal rifiuto di confrontarsi con realtà differenti. Ad esempio è indubbio che la proposta della Tobin Tax non è di per sé rivoluzionaria e probabilmente nemmeno la realtà che la sostiene (Attac). Ma perché invece quella di una patrimoniale, avanzata tra le altre dalla minoranza, dovrebbe esserlo? Misurare le organizzazioni semplicemente sulla base delle rivendicazioni che fanno, nella fase che viviamo, mi pare solo una modalità per condurre battaglie politiche di gruppo, non per capire la realtà. Chiunque oggi fa politica conduce battaglie sindacali. E' il come che lo fa che può trasformare la lotta sindacale in lotta politica.

    Nel documento di maggioranza non rilevo questa impostazione, al contrario vedo, questo sì che è un fatto nuovo, una visione dialettica e pluralista del partito, oltre che della realtà, della complessità sociale e del movimento. La dialettica, che non è ne la formuletta tesi-antitesi-sintesi, né solamente l'antagonismo capitale-lavoro: è il presupposto filosofico del marxismo (e non solo). Non è una caratteristica del capitale o della società divisa in classi: è da un lato la struttura che regola il divenire e dall'altro lo strumento intellettuale per interpretare questo divenire. Non è quindi la teoria che permette di comprendere questa fase storica: la dialettica come struttura del reale è sempre esistita e sempre esisterà. L'averla cancellata dalla propria visione è, secondo me, una delle cause del collasso delle società socialiste. La lotta di classe non è finita con la presa del palazzo d'inverno e l'aver negato questa realtà ha generato oppressione e ha permesso alla borghesia di tornare al potere. Il ritorno a Marx e la riscoperta della dialettica non possono quindi che trovarmi d'accordo.

    Le direttrici di ricerca indicate nelle tesi 40 e 41 mi sembrano di grande stimolo ad un processo di rifondazione. Così la tesi 48, che riconosce finalmente l'esistenza di altre realtà, diverse, ma ugualmente interessate ed impegnate in un progetto di trasformazione, pur con tutti i loro limiti, mi pare una conquista fondamentale nella concezione del rapporto tra partito e società e potrebbe diventare un miracoloso medicamento contro la più grave e radicata malattia della sinistra rivoluzionaria italiana e non solo, il settarismo. Credo che nelle giornate di Genova abbiamo assistito al suo primo efficace impiego. Inoltre l'abbandono di un'idea di partito unico che pretende di esaurire in sé stesso la sintesi della realtà, un partito che, in quanto a-dialettico, è foriero di sconfitte e nuove oppressioni, mi sembra una straordinaria ed originale lezione tratta dalla storia del '900.

    Interessante e stimolante è anche la critica della cosiddetta teoria dei 2 tempi in favore della ricerca di una prospettiva più articolata di trasformazione rivoluzionaria. E' vero che in Italia non c'è una Selva Lacandona né le immense campagne cinesi e che l'idea di un processo rivoluzionario dilatato nel tempo in un paese del centro capitalistico, pervaso in ogni angolo dagli strumenti del controllo sociale, potrebbe sfociare in un neoriformismo simile a quello assunto da certe aree del movimento dei centri sociali, che liberano spazi ma poi contrattano la loro sopravvivenza ritirandosi dal conflitto di classe in favore di rivendicazioni sostanzialmente proprie del pensiero borghese progressista (diritti di cittadinanza). E' però altrettanto vero che la teoria dei due tempi in Italia ha avuto come esito la dissoluzione del più grande partito comunista d'occidente. Dunque anche qui si aprono spazi di ricerca e di sperimentazione che non possono essere sbarrati a priori a colpi di anatemi preconcetti. Occorre semmai mantenere sempre alta la capacità di critica, in una sorta di rivoluzione culturale permanente all'interno del partito. Il richiamo a Gramsci della tesi 52 mi sembra in questo senso molto positivo e chiarificatore. Così ancora la valorizzazione del concetto di democrazia, al di là della sua accezione borghese, è un positivo recupero della tradizione comunista internazionale.

    Coerente con una ritrovata concezione dialettica della realtà mi paiono anche le tesi sulla riforma del partito (tesi 56 e seguenti), che condivido in pieno. Certo vi sono anche qui punti che non mi convincono, come il bilancio, davvero poco autocritico, su 10 anni di storia del PRC. L'esistenza di limiti e di ambiguità mi pare inevitabile, dato che questa impostazione sembra segnare finalmente l'avvio, non la conclusione, di un processo di rifondazione, che dovrà passare anche per approssimazioni, errori e correzioni. Definisce tuttavia un quadro democratico che attraverso la dialettica nel partito e tra questo e la società può raggiungere nuove e più avanzate sintesi.

    A patto che non perda di vista la teoria marxista e quanto di positivo hanno prodotto le esperienze teoriche e pratiche del movimento comunista nel XX secolo.

    Paolo Michelini
    simona3v@libero.it

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