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Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina

Un commento a "L'isola del silenzio" di Horacio Verbitsky

(27 Marzo 2013)

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Horacio Verbitsky

Siamo a Buenos Aires nel settembre del 1979. E’ il terzo anno della feroce dittatura militare del generale Videla.
Prima dell’ispezione della Commissione interamericana per i diritti umani viene smantellato il centro di detenzione clandestina per gli oppositori politici creato all’interno della Scuola di Meccanica della Marina.
In un’unica notte tutti i detenuti vengono trasferiti in un’isola dell’arcipelago del Tigre, fino a quel momento utilizzata come luogo di riposo del Cardinale di Buenos Aires. Un cartello accoglie i prigionieri: “El Silencio”.
In quest’isola, chiamata appunto El Silencio, tutti i detenuti saranno vittime di un particolare programma di “disintossicazione e rieducazione”, ed è proprio attraverso ricerche di archivio, testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti dei desaparecidos che Horacio Verbitsky , editorialista politico del quotidiano argentino Pagina/12, dopo ben quindici anni di instancabile lavoro di ricerca, ricostruisce per la prima volta la vera storia di quel campo di concentramento nascosto al resto del mondo.
Verbitsky, giornalista ancora oggi impegnato a denunciare i crimini del regime militare argentino, comincia da questa storia, da questa isola e da questo “el silencio” per denunciare non solo i fatti, ma soprattutto per svelare il rapporto, che durante la Guerra Sucia (guerra sporca) argentina, esisteva tra il regime militare e la gerarchie ecclesiastiche, cioè quale ruolo aveva avuto la chiesa nella dittatura argentina.
Tra il 1973 e il 1979 il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, è la massima autorità gesuita in Argentina, successivamente accusato di collusione con il regime militare di Videla che si è macchiato della scomparsa e della morte di migliaia di uomini e donne ritenuti “sovversivi” rispetto al regime. Verbitsky rivela inoltre che Bergoglio svolse, durante la dittatura militare, attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione di destra peronista.
Non è solo del cardinale Bergoglio che Verbitsky parla in questo suo testo, ma anche del ruolo di altre figure particolarmente care al Vaticano, come il nunzio apostolico Pio Laghi e analizza addirittura il ruolo che Papa Paolo VI ebbe in quegli anni.
Particolarmente significativo è l’episodio dettagliato nel capitolo “Le due guance del Cardinale”. Nel febbraio del 1976, poco prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due gesuiti, Orlando Yorio e Francisco Jalics molto vicini alla Teologia della Liberazione, di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. I due rifiutatisi di abbandonare quella povera gente che in loro aveva fiducia, furono non solo esclusi dalla Compagnia di Gesù, ma fu tolta loro l’autorizzazione a dir messa; un vero e proprio segnale ai militari.
I due gesuiti, esclusi dalla Chiesa, furono segnalati come sovversivi e poco dopo rapiti e torturati nell’ESMA ( Escuela Superior de Mecánica de la Armada).
Tutti i documenti di archivio emersi durante le indagini confermano le testimonianze dalle quali il testo di Verbitsky prende vita e denuncia.
Non sorprendono i legami tra Chiesa e potere, ed il lavoro del giornalista argentino finisce per dimostrare chiaramente come la dittatura militare e la Chiesa si trovassero in un rapporto di interdipendenza. Da una parte, alla dittatura militare interessava garantire una legittimazione morale al proprio operato ed alle atrocità messe in atto. L’omelia di Bonamin, citata nel testo è abbastanza eloquente da questo punto di vista. Bonamin infatti dice: “Quando c’è spargimento di sangue, c’è redenzione: Dio sta redimendo la nazione argentina per mezzo dell’esercito argentino”.
Dall’altra, l’istituzione della Chiesa, per garantire la continuità al proprio monopolio morale ed ai propri interessi materiali, non ha mai esitato a fornire appoggio ai “rappresentanti del potere temporale” più efferati e violenti; il caso argentino non fa eccezione. Ritornano in quel preciso periodo, in Argentina, gli ormai dimenticati metodi della Santa Inquisizione. Al grido di “Dio è giusto” la Chiesa argentina, appoggiata dal Vaticano, legittima infatti la tortura, gli assassini e le sparizioni di migliaia di esseri umani.
Una frase che risale al 1411 del vescovo di Verden veniva usata dalla dittatura militare argentina per educare i torturatori e fornendo loro (dal punto di vista dei generali) un’autorità morale: “Quando la Chiesa si vede minacciata nella sua stessa esistenza, cessa di essere soggetta ai principi morali. Quando il fine è l’unità, tutti i mezzi sono benedetti: inganno, tradimento, violenza, simonia, prigione e morte. Giacchè l’ordine è necessario per il bene della comunità e l’individuo va sacrificato al bene comune”.
Bergoglio nel 2006, anno della pubblicazione, ha definito questo testo “un’infamia”, ma, come risponde lo stesso Verbitsky, la vera infamia sarebbe stata non pubblicare quanto i documenti di archivio trovati testimoniassero.

Lucia Erpice - FalceMartello

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