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Missioni di pace

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(27 Luglio 2011) Enzo Apicella
Muore in uno scontro a fuoco il caporal maggiore David Tobini. E' il 41° militare italiano morto in Afghanistan.

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(Imperialismo e guerra)

La leadership africana negli anni della decolonizzazione

(31 Maggio 2013)

Julius Nyerere

La breve esposizione che segue trae spunto dall’interessante breve saggio “Eroi e resistenti africani” (Edizioni Legueye, 2012). L’Autore Pape Gueye, dichiara subito, nella sua breve introduzione, di “non amare affatto l’approccio con cui noi europei affrontiamo il discorso dell’Africa e degli Africani”. Anzi Gueye rincara la dose aggiungendo critiche anche agli aiuti umanitari nei vari Paesi dove c’è la guerra o, l’economia è fortemente arretrata e la popolazione martoriata da carenze alimentari, sanitarie ed idriche. Ma nelle sue osservazioni sull’Africa, vista con gli occhi di un Africano nato a Dakar, capitale del Senegal, non manca certo della visione d’insieme che oltre agli uomini della statura politica di Lumumba e Mandela, comprende anche odiosi tiranni come Mobuto Sese SeKo, che lo stesso Gueye definisce “un tiranno africano crudele ed un grottesco despota”. Tra questi leader importanti l’Autore include anche alcuni “spiriti inquieti” che hanno vissuto la loro leadership in modo ambiguo.

Il primo leader del quale parliamo è Kwame Nkrumah (nato nel 1909 in Costa d’Oro, morto in Romania nel 1972), rivoluzionario ghanese considerato una figura di spicco nella storia della decolonizzazione e del panafricanesimo. Dopo il diploma conseguito alla “Achimota School”, nel 1935 si trasferisce negli Stati Uniti per proseguire i suoi studi in economia, sociologia, scienze politiche, marxismo, insegnamento e teologia. Dagli Stati Uniti si trasferisce in Germania con l’intenzione di approfondire i suoi studi. Essendo stato colpito in prima persona dalla discriminazione razziale e avendo assimilato profondamente le teorie di Markus Garvey e W. E Dubois, ricoprì un ruolo importante all’interno della WASU (West African Student’s Union); collaborò come segretario del V Congresso Panafricano. Fu notato da Arko Adjel che lo segnalò alla dirigenza della United Gold Coast Convention (UGCC), primo partito politico del Ghana. Nel 1947, Nkrumah rientra in Ghana per partecipare alla lotta di liberazione del suo paese. L’anno successivo, il 1948, è imprigionato insieme ad altri militanti e leader dell’UGCC, il suo arresto lo rende celebre e il governo decide di scarcerarlo quasi subito.
Dopo essere uscito dall’UGCC fonda, con altri militanti, la Convention People’s Party (CPP) che si dà come parola d’ordine “Self–Governmen NOW” (“Autogoverno ADESSO”)., aperta anche alla popolazione ghanese. Inoltre si affida ai mass media per diffondere meglio il suo programma di governo. Fonda per questo due giornali “Cape Coast Dayli Mail” e “l’Accra Evening News”, che furono inutilmente censurate. Nel 1959 il CPP proclamò uno sciopero generale non violento, il “positive act” che intendeva seguire la pratica non violenta del “Mahatma” Gandhi Per questo sciopero Nkrumah fu arrestato nuovamente. Quando venne promulgata la Costituzione (1951), il CPP la criticò perché privilegiava la rappresentanza di tipo tradizionale. Tuttavia in quello stesso anno, il CPP partecipò alle elezioni ed anche se il suo leader, Nkrumah, era detenuto. vinse le elezioni e fu nominato “leader of the government business”, mentre l’anno successivo divenne Primo Ministro del governo del Ghana. Ebbe così il potere di modificare la Costituzione, trasformò l’Assemblea Legislativa in una Camera eletta a suffragio universale e modificò il nome Costa D’Oro in Ghana, cancellando così l’onta del colonialismo, ottenendo l’indipendenza del Paese nel 1957. Tre anni dopo, nel 1960, il Ghana divenne una Repubblica guidata da Nkrumah. Il primo obiettivo del suo governo fu quello di utilizzare le risorse nazionali per migliorare il benessere della popolazione. Sostenitore del socialismo, Nkrumah creò un sistema economico che combinava la libera iniziativa privata con un forte ruolo dello Stato nell’economia. I primi benefici si ottennero nel settore delle infrastrutture (dighe, ponti, strade), ma per quello che riguardava il riassetto delle finanze e la politica fiscale, anche a causa degli sprechi e dell’eccessiva ambizione presidenziale, non si raggiunse l’obiettivo prefissato. Il fulcro del pensiero politico di Nkrumah era unire tutta l’Africa in una federazione. Questo obiettivo trascendeva i confini del Ghana ed abbracciava l’intero Continente. Nella federazione africana di tutti gli stati, Nkrumah vedeva l’unico modo di emancipare realmente l’Africa e l’opportunità di ritagliarsi uno spazio tra i due blocchi – la Russia Sovietica e gli Stati Uniti -.. Il progetto era ambizioso e, nonostante il consenso politico e popolare generalizzato di cui godeva, si presentava di difficile realizzazione, anche per l’opposizione degli altri leader africani riuniti nella OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) che considerò questo progetto solo come un organismo intergovernativo. Nel 1965, comunque Nkrumah, partecipò alla Conferenza dei capi di stato e di governo dell’OUA, ma il Ghana si trovava in serie difficoltà economiche, soprattutto a causa della politica ambiziosa del suo presidente, difficoltà che alienarono a Nkrumah l’appoggio popolare al progetto di federare gli stati africani. Dal 1965 la parabola politica e personale di Nkrumah subisce un arresto. In patria, a causa della crisi economica, il popolo ghanese cessa di dargli pieno appoggio; inoltre l’aver affrontato le potenze europee con troppo estremismo politico, rigettando l’idea di “Euroafrica”, lo porta a scontrarsi anche con gli altri leader dell’Unione Africana. Contemporaneamente a questo rifiuto dell’”Euroafrica”, Nkrumah, si riavvicina all’Unione Sovietica e diviene un capo di stato autoritario che reprime tutti gli oppositori, attraverso l’utilizzazione del “Deportaction Act” che permette di espellere dal Ghana i cittadini stranieri che sostengono e finanziano le opposizioni. La repressione del dissenso si aggrava quando rientra in vigore la “Preventive Detention Act” (già in vigore fino al 1958) che permette di incarcerare per un periodo non superiore a cinque anni, chiunque venga solo sospettato di essere un oppositore al governo Nkrumah. Il terrore e la repressione generale del Ghana diede adito ad una serie di attentati contro il presidente che non fecero altro che inasprire le sue politiche repressive. Tramite un referendum farsa, il CPP venne dichiarato, nel 1964, l’unico partito del Ghana e, Nkrumah unico presidente del suo Paese. Nel 1966, durante una sua visita ad Hanoi (Vietnam del Nord), i militari effettuano un colpo di stato che lo estromette dal potere; inoltre, sospendono la Costituzione ed instaurano un governo militare provvisorio; costringendoloa riparare in Guinea. Nel 1972 muore in Romania e, nonostante la sua involuzione autoritaria, rimane un leader politico importante per l’Africa, dichiarato nel 2000 dagli stessi Africani “l’uomo del Millennio”.

Il secondo leader della breve carrellata che stiamo affrontando è Julius Nyerere nato a Butiama, il 13 aprile 1922, in Tanganika da un capo della tribù Zanaki; muore a Londra il 14 ottobre 1999. Il suo vero nome è Kiswahili “il Maestro” che gli deriva dalla professione che lui esercitava prima di entrare in politica. Dopo avere frequentato la Scuola primaria governativa a Mussola, dove ottenne una borsa di studio per l’Università di Talora, in Tanganika; successivamente proseguì la sua formazione accademica presso l’Università di Edimburgo (1949) dove conseguì un Master in Storia ed Economia. Durante il suo soggiorno ad Edimburgo si avvicinò al fabianesimo, movimento politico nato in Inghilterra nel XIX secolo che si poneva come obiettivo quello di elevare la classe lavoratrice per renderla capace di controllare i mezzi di produzione. Nyerere elaborò così un suo punto di vista che leggeva la società africana in chiave socialista; con lo stesso approccio affrontò la questione politica, economica e sociale della Tanzania. Tornato in Patria riprese la sua attività di insegnante e fondò il TANU (Tanganika African National Union), un movimento nazionalista non violento che gli costò l’allontanamento dall’insegnamento. Deciso ad impegnarsi nel tentativo di condurre all’unità i differenti gruppi politici del Paese, raggiunse il suo obiettivo nel 1954.1 Uomo di grande integrità morale ed ottimo oratore, Nyerere raggiunse l’indipendenza della Tanzania senza scatenare guerre, collaborando con il Governatore britannico Sir Richard Turnbull nella fase di transizione che portò la Tanzania all’indipendenza vera e propria, avvenuta nel 1964, con la fusione del Tanganika con l’isola di Zanzibar. Entrato nel Consiglio coloniale nel 1958, Nyerere viene eletto Primo Ministro dell’autogoverno nel 1960, e con la proclamazione dell’indipendenza è eletto inizialmente primo ministro e successivamente Presidente della Repubblica di Tanzania. La sua politica è fondata sullo sviluppo agricolo di stampo socialista (azione interna) e sull’uso moderato degli aiuti internazionali (azione esterna). Negli Anni Settanta questa politica fu chiamata da Nyerere stesso, “Ujmaa” (“solidarietà familiare” in Swaili). Questa politica stimolava la popolazione a vivere secondo i costumi tradizionali basati sulla cooperazione comunitaria. Nyerere crede molto nel ruolo dei contadini, nei loro valori e stili di vita, e fonda al sua idea di “Ujmaa” proprio perché le “famiglie allargate esistevano già prima della colonizzazione dell’Africa”. Era contrario al capitalismo perché secondo lui aveva condotto il paese alla rovina. Il sistema “Ujmaa” entra però in crisi per la mancanza di petrolio (crisi petrolifera,1973), per gli scarsi investimenti internazionali, e per il crollo di alcuni beni esportati (soprattutto nel settore agricolo che ricopriva il 58% del PIL) e per lo scoppio della guerra con l’Uganda nel 1978, paese guidato dal dittatore Idi Amin, che si concluse con il suo esilio. Per questo motivo, la Tanzania si attestò allora come uno dei paesi più poveri del mondo, ed ancora oggi la sua economia si fonda sull’agricoltura e sull’importazione internazionale (85%), a cui si aggiunge come corollario, l’emigrazione di lavoratori in Europa che raggiunge il 90%. Tuttavia a livello sociale, il presidente Nyerere riuscì ad estendere l’educazione e l’istruzione scolastica anche alla popolazione più povera. Avendo constatato il fallimento della politica agricola “Ujmaa”, Nyerere si dimette dalla politica nel 1985, ed è riconosciuto ancora oggi, il “Padre della Nazione”. Nel 1999 muore di leucemia a Londra e, nel 2005, la Diocesi di Musona ha aperto la causa di beatificazione di Nyerere che era un fervente e devoto cattolico.

L’ultimo leader inserito in questa breve rassegna è Cheikh Anta Diop nato a Dioubel nel 1923 e morto a Dakar nel 1986. Studioso di antropologia, di storia, di fisica e linguistica, compì i suoi primi studi presso una scuola islamica tradizionale. Successivamente si trasferì a Parigi, dove tradusse in wolof parte della teoria della relatività di Albert Einstein. Nel 1951 Anta Diop presenta la sua tesi di laurea all’Università di Parigi, sulla quale lavora per nove anni. In essa affronta il tema degli Egiziani che furono espressione della cultura africana. Finalmente, cinque anni prima che la medesima tesi rielaborata venisse accettata dall’Università di Parigi (1960), l’argomento della tesi stessa viene pubblicato da una rivista “National Nègres”.Dopo la sua pubblicazione, il tema dell’identità africana e il ruolo degli egiziani nella sua costruzione, entrò a far parte di molti dibattiti e dispute pubbliche. L’impostazione di Anta Diop, è ancora fonte di discussioni accese e interessanti e fa di questo intellettuale senegalese, uno studioso controverso e criticato anche nella cultura senegalese. Dopo la laurea rientra subito in Senegal ed approfondisce i suoi studi in fisica, utilizzando per le sue analisi e ricerche di laboratorio, il metodo del radiocarbonio, attraverso il quale è possibile scoprire il colore della pelle e l’affiliazione etnica degli antichi Egizi attraverso alcune analisi più approfondite e specifiche. Nel 1974 Anta Diop partecipa ad un Simposio dell’Unesco tenutosi al Cairo (Egitto) dove presenta le sue teorie ed i risultati raggiunti con le sue ricerche. La sua ipotesi anima il dibattito con gli esperti egittologi presenti al simposio. Di quello stesso periodo è la pubblicazione di un libro dal titolo “Le origini africane della civiltà : mito o realtà”, testo in cui sostiene l’origine nera dei Faraoni. Le sue scoperte assumono un valore polemico in riferimento al fatto che gli studiosi accademici europei ed africani escludevano che, prima dell’arrivo dei colonizzatori bianchi, non esistessero in Africa popolazioni autoctone e civiltà nere. Le sue teorie sono ancora del tutto controverse e dibattute, sia in Senegal che in Europa..
A cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta, l’ambiente accademico africano era dominato dalle teorie colonialiste di Carinton Coon che utilizzava un metodo di classificazione fondato sulle gerarchie di superiorità ed inferiorità di razza. Ricollegata al caso degli Egiziani studiati da Anta Diop, questa classificazione prese forma nella “Dinastic Race Theory”, secondo la quale per costruire un regno così importante come quello dei Faraoni egiziani, si era verificata una migrazione di popoli caucasoidi, perchè le tribù presenti in Africa in quel momento, non erano certamente in grado di fondare il Regno Egiziano. La definizione di Diop “popolazione Nera” è uno dei punti più controversi della sua teoria. Diop stesso affermava che i suoi oppositori, utilizzavano in modo riduttivo la sua definizione, per farvi rientrare i Nubiani di provenienza europea che però rientravano nel gruppo razziale caucasoide. Secondo Anta Diop infatti esiste una popolazione nera che si arricchisce di nuovi elementi e che non esistono colazioni miste che hanno arbitrariamente attraversato i loro confini geografici.. Molti studiosi hanno nel tempo utilizzato il concetto di “Nero” solo per indicare le popolazioni sub-saharaine.Esiste, tuttavia, un altro approccio non razziale che ha colmato il divario bio-evoluzionario. Questo punto di vista è associato agli studiosi che mettono in dubbio la validità della razza in quanto concetto biologico. Questa teoria definisce dunque gli Egiziani come a) una popolazione della Valle del Nilo; oppure, b) il continuum della variazione e dello sviluppo delle popolazioni indigene, definite senza il concetto di razza. per cui, la definizione di “neri” o “caucasici” viene eliminata e si lascia spazio alla classificazione delle popolazioni locali un numero indefinito di diversità fisiche. Questa spiegazione rende anche conto del fatto che esistono alcune contraddizioni nelle rielaborazioni statistiche, relative alle catalogazioni delle popolazioni africane. In realtà, Anta Diop, ha affermato solamente che gli Egiziani hanno avuto un ruolo determinante nell’improntare i modelli della civiltà africana, così come è accaduto per la civiltà greca che ha influenzato la civiltà romana e del Nord. Europa. Inoltre egli sottolinea - a livello linguistico – alcune affinità tra la lingua greca, l’antico egiziano, la lingua wolof e il senegalese. Alcune delle sue analisi evidenziano le origini delle lingue afro-asiatiche nel Nord Africa, sottolineando dei legami con le antiche lingue egizie ed i più recenti idiomi parlati a cavallo tra il Delta del Nilo ed il Monte Sinai .Con i suoi studi Anta Diop ha anche identificato un “Fenotipo Nero” (in genetica) che accomuna le popolazioni dell’India, dell’Australia e dell’Africa con rassomiglianze fisiche e in relazione al colore della pelle.

Loredana Baglio

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