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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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PER ONESTA’ INTELLETTUALE: UNA DEFINIZIONE TEORICA TRA MOVIMENTI E PARTITI

(10 Agosto 2013)

“Il Manifesto” del 10 Agosto pubblica l’ennesimo intervento a favore della formazione di un nuovo soggetto politico, definito questa volta dall’autore dell’articolo Marco Rovelli “reticolare e libertario, che riparta dai movimenti e metta al centro dell’azione i beni comuni e i diritti”.

Nel testo si reclama come le dinamiche di movimento, nonché il suo personale politico siano l’espressione dei processi reali del territorio e, ancora : “ un movimento che non sia finalizzato al momento elettorale, ma dove esso (il momento elettorale, si direbbe: n.d.r.) sia uno dei momenti di un processo più ampio di risocializzazione del territorio, dei territori, anche dal punto di vista di quello che Ulrick Beck chiama “subpolitica”.

Un primo commento: un capolavoro di ipocrisia di puro stampo doroteo.

E prosegue: è necessario un soggetto reticolare e non identitario, fondato sulle pratiche, dove il “fare” preceda l’essere. Su questo punto è necessaria una domanda: quale fare? Per quale obiettivo? In che modo?

E ancora” solo così può rinascere un soggetto collettivo che sappia mettere al centro del discorso politico il tema dei beni comuni, che ripensi a un nuovo legame sociale basato senza tentennamenti sull’inclusione e l’universalità dei diritti, che sappia contrastare l’ideologia e la pratica dei poteri forti globali, quell’intreccio inestricabile tra classe politica, finanziaria ed economica che costituisce il nerbo del finanzcapitalismo”. Qui davvero si scrive tanto per scrivere e si parla tanto per parlare. Infatti : a quali contraddizioni sociali si risponde? A quali rapporti di forza? Tutti eguali nell’universalismo della ricerca dei diritti? E le diseguaglianze sociali? Il nodo scorsoio della ricollocazione di classe che la gestione capitalistica produce ogni giorno per sacrificare nello sfruttamento milioni e milioni di donne e di uomini sfuma nella genericità di “nuovi legami sociali”?

Infine: “ è necessario un soggetto aperto, dal basso, che si confronti con le istanze della democrazia diretta, che sia strumento della democrazia partecipativa, di una diffusa partecipazione dal basso”. Anche in questo caso sorgono domande immediate: “quali meccanismi, quali strutture, per raccogliere questa partecipazione dal basso”? “in quali sedi potrà esprimersi la democrazia diretta”? “attraverso quali livelli di rappresentanza”?

Per rispondere compiutamente ed evitare questa rovinosa deriva è necessario tornare alle origini, ai “fondamentali” delle definizioni politologiche.

Si continua , infatti, a non riflettere, tra l’altro, sul recente passato della sinistra italiana e le sue tragiche esperienze elettorali, condotte – nelle ultime due esperienze relative alle consultazioni legislative generali – all’insegna di “cartelli” indistinti per forma e sostanza, fondati proprio sull’idea del rapporto tra movimenti e politica, del resto drammaticamente interpretato da Rifondazione Comunista fin dal 2001 con l’inserimento del partito all’interno del Genoa Social Forum rinunciando al ruolo di sintesi e di direzione politica che gli sarebbe stati di competenza.

Come possono essere considerati, allora, i “movimenti”?

In primo luogo i “movimenti” possono essere considerati come una rete di relazioni informali tra una pluralità di individui e gruppi, più o meno strutturati dal punto di vista organizzativo.

Se i partiti o i gruppi di pressione hanno confini organizzativi abbastanza precisi, essendo l’appartenenza sancita da una tessera di iscrizione (che, adesso, può anche essere acquisita virtualmente “on line”) a una specifica organizzazione, i movimenti sono invece composti di reticoli dispersi e debolmente connessi di individui che si sentono parte di uno sforzo collettivo.

Sebbene esistano organizzazioni che fanno riferimento ai movimenti, i movimenti non sono organizzazioni, ma piuttosto reti di relazioni tra attori diversi, che spesso includono, a seconda delle condizioni, anche organizzazioni dotate di struttura formale (ad esempio, come accaduto all’interno del “Genoa Social Forum” all’epoca del G8 2001).

Un tratto peculiare dei movimenti è, infatti, il poterne far parte, sentendosi quindi coinvolti in uno sforzo collettivo, senza dover automaticamente aderire a una qualche organizzazione.

Queste reti di relazione assolvono la fondamentale funzione di permettere la circolazione delle risorse necessarie per l’azione collettiva, favorendo l’elaborazione di nuove interpretazioni della realtà.

Esse vengono considerate come costituenti un “movimento sociale” nella misura in cui i loro membri condividono un “sistema di credenze” (definizione da Donatella Della Porta – introduzione alla Scienza Politica – il Mulino 2002) nutrendo nuove solidarietà e identificazioni collettive.

E’ possibile, allora, su queste basi progettare un’organizzazione politica che davvero pensi a realizzare una rappresentanza anche istituzionale, senza che questa struttura che si vuole “reticolare” e utilizzante la “democrazia diretta” non sia “signoreggiata” in alto da un gruppo di “eccellenze” non elette, come nel caso del resto di quel “Cambiare si può” più volte richiamato nell’articolo in questione, che si arroga la rappresentanza quasi per “diritto di scienza”?

Proviamo, comunque, a pensare anche a una definizione dell’ormai tanto aborrito “partito politico”, partendo da quello che può comunque essere definito il modello “principe”: quello del partito di massa.

Il partito è chiamato a svolgere una funzione di “integrazione sociale”: deve essere capace, cioè, non solo di rappresentare ma anche di offrire basi di identificazione ai suoi aderenti.

Come scrive Max Weber: il partito deve essere fondato su di una “intuizione del mondo”, per servire all’attuazione di ideali di contenuto politico.

L’ideologia assume una funzione fondamentale per l’organizzazione, in quanto strumento per forgiare gli interessi di lungo periodo, e quindi la stessa identità degli attori.

Ha scritto Alessandro Pizzorno: “ nel suo tipo più puro, il partito organizzato di massa si caratterizza perché introduce l’ideologia come principio di identificazione. Tende così a presentare domande e , in genere, a ispirare la sua azione, in vista di progetti relativi a degli stati di cose future da realizzare per mezzo dell’azione politica”.

L’ideologia permette di rafforzare la solidarietà fra i membri del Partito, contribuendo a formare e a saldare le convinzioni di condividere fini comuni.

Essa diventa, inoltre, una “guida all’azione” indirizzando le scelte strategiche e tattiche del Partito.

Il partito di massa ha di fronte due problemi da risolvere preventivamente: quello del saper svolgere una funzione educatrice, e quello del finanziamento che deve arrivare, per la gran parte, dagli aderenti.

Esiste una stretta correlazione tra l’avanzare del processo democratico e la presenza dei partiti di massa, e viceversa tra la crescita dei partiti di massa e l’avanzare del processo democratico, come ha ben dimostrato la storia italiana del secondo dopoguerra.

Oggi, in un’evidente fase di restringimento dei margini di agibilità democratica e con la presentazione di proposte mirate a un vero e proprio “soffocamento” della democrazia, come quelle ispirate al filone della personalizzazione della politica e del presidenzialismo, appare ancor più necessaria la presenza di soggetti politici ispirati al livello di partecipazione del tipo di quello presente nei partiti di massa.

E’ in pericolo oggi, non soltanto nella realtà italiana come ben dimostrano fatti di pregnante attualità, quella che Robert Dahl ha definito la caratteristica fondamentale della democrazia: “ come la capacità dei governi a soddisfare, in maniera continuativa, le preferenze dei cittadini in un quadro di eguaglianza politica”.

Prosegue Dahl: “Nella sua concezione moderna la democrazia è quindi rappresentativa e la rappresentanza politica deve essere definita come un sistema istituzionalizzato di rappresentanza”.

La democrazia deve avere due dimensioni teoriche: la prima è definita come “diritto di opposizione”, la seconda è relativa al “grado di partecipazione”.

La democrazia si caratterizza, insomma, come concessione di diritti di opposizione e di estensione di questi diritti alla maggior parte della popolazione.

Nella sostanza e per concludere: sarà possibile trovare un luogo, una sede, dove sviluppare un confronto serio tra queste due diverse concezioni della politica, tenendo conto di un ultimo elemento, del tutto decisivo: per quanto si voglia mantenere una struttura “reticolare”, un meccanismo di democrazia diretta, e quant’altro che punti a dissacrare l’agire politico cosiddetto “novecentesco” se l’orizzonte saranno le elezioni l’assetto non potrà essere che quello “verticale” della costruzione di una “élite” e di una gerarchia (come già ben dimostra la parabola parlamentare del M5S)?

Franco Astengo

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