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Addio, porcellum

Addio, porcellum

(1 Ottobre 2011) Enzo Apicella
Oltre 1.200.000 firme per il referendum abrogativo della legge elettorale Calderoli del 2005, il cosidetto "porcellum"

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LEGGE ELETTORALE E CONCETTO DI RAPPRESENTANZA POLITICA

(1 Febbraio 2014)

Il progetto di legge elettorale arrivato in discussione nell’aula della Camera dei deputati appare come il punto d’approdo di un lungo itinerario di distruzione del concetto di “rappresentanza politica” già percorso nell’infinita transizione italiana, almeno dal momento della trasformazione del sistema elettorale da proporzionale al misto maggioritario (75%) – proporzionale (25%).

Anzi, precisando meglio l’obiettivo è stato quello di allineare il complesso della rappresentanza politica “abilitata” all’ingresso nelle istituzioni ponendola forzatamente all’interno di un’idea di governabilità intesa quale elemento esaustivo dell’azione politica, ed escludendo del tutto i soggetti alternativi e “antisistema”, attraverso l’elaborazione di regole arbitrarie.

Una rilevante riduzione delle possibilità di agibilità della democrazia che, adesso, con l’accordo Renzi/Berlusconi raggiunge il suo massimo dispiegamento di forza.

Vale la pena allora cercare di recuperare, almeno sul piano teorico, il significato pieno del concetto di rappresentanza allo scopo, anche, di sviluppare un’iniziativa di riflessione politica destinata soprattutto a cercar di capire che cosa s’intende negare con questa che non può essere definita diversamente da “stretta autoritaria”.

Si pone, infatti, oggettivamente una questione tra mandato libero e mandato imperativo che porta, rispetto al progetto di legge di cui si sta discutendo, a valutare un nuovo profilo d’incostituzionalità riferito all’articolo 67 della nostra Carta fondamentale.

Far rientrare per intero la possibilità di accesso alle istituzioni parlamentari all’interno del concetto di “governabilità” (come prevederebbe la forzatura in senso obbligatoriamente bipolare del sistema politico italiano) significherebbe compiere un vero e proprio passo indietro: tornare, cioè, a una versione “privatistica” degli istituti rappresentativi che configurerebbe, alla fine, per gli eletti un mandato di tipo imperativo.

In base ad esso il rappresentante non può derogare alle istruzioni che ha ricevuto e che gli trasmettono la volontà del proprio mandante: nel caso delle “liste bloccate”, quindi, dell’uomo solo al comando nel proprio partito assestato sull’idea del partito personale/elettorale e/o padronale.

Uomo solo al comando pervenuto in tale posizione o perché ritenuto “unto del signore” oppure attraverso plebisciti realizzati attraverso l’idea del rapporto diretto tra il Capo e la folla (si omette di far nomi, rispetto al “caso italiano” ma l’identificazione è davvero un gioco da ragazzi).

Dobbiamo invece difendere l’idea del mandato libero, in quanto legata all’idea dell’espressione della volontà comune, che non coincide co quella dei singoli: si tratta di una necessità legata al mantenimento dell’istituto della rappresentanza politica.

Si tratta di un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti, è tornata a rappresentare un momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.

La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità” del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.

Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine.

Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica.

La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.

L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.

La distruzione della rappresentanza, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Un allarme da lanciare e su cui riflettere e agire.

Per elaborare questo testo sono stati consultati: G.Leibholz “La rappresentanza nella democrazia”, Milano 1989 e G.Duso “La rappresentanza, un problema di filosofia politica”. Milano, 1988

Franco Astengo

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