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Primo Maggio a Torino. Una giornata di lotta

(2 Maggio 2014)

unagiornatalotta

Il Primo Maggio imbalsamato, chiuso nelle cerimonie istituzionali, consacrato ai riti stanchi di una sinistra cittadina che governa Torino da decenni, non c'è più.
Il Partito Democratico ha costruito le proprie fortune nel segno delle grandi opere, della kermesse olimpica e del Tav. Delle Olimpiadi restano le inutili cattedrali di cemento e tanti debiti. Resta il grattacielo di Intesa/San Paolo, costruito su terreni pubblici ceduti per un tozzo di pane dall'amministrazione Chiamparino alla banca, che l'aveva salvato dalla bancarotta pochi giorni prima della sua trionfale rielezione a sindaco. Alla fine di qual mandato Chiamparino divenne presidente della Compagnia di San Paolo, oggi è il candidato del PD per la Regione Piemonte.
A far le spese delle politiche del PD di governo, a Torino come nel resto del paese, i lavoratori, che i provvedimenti del primo ministro Renzi condannano alla precarietà a vita e salari da fame senza tutele, senza futuro.
In questi anni di cemento le scuole della città sono andate a pezzi: i soldi destinati all'edilizia scolastica sono stati usati per il Tav, i piccoli, preziosi ospedali sono stati chiusi, continui sono stati i tagli al trasporto locale.
Torino è diventata la capitale degli sfratti, perché tra disoccupazione e precarietà tanti, troppi, non ce la fanno più a pagare il fitto o il mutuo.
Tanti, sempre più, non sono più disposti a subire, alzano la testa, scelgono di lottare per riprendersi gli spazi, per contrastare le politiche dei padroni di una città che ha cambiato pelle, ma dove lo sfruttamento è sempre più duro, la precarietà è la norma.

Le ragioni di chi non intende subire la schiavitù salariata come destino, le ragioni di chi lotta contro il razzismo, la violenza poliziesca, il Tav, di chi non accetta che si spendano milioni per costruire e comperare cacciabombardieri, di chi occupa le case vuote, di chi non china la testa hanno dilagato nella piazza del Primo Maggio torinese.
L'altra Torino, quella degli anarchici, degli antagonisti, del No Tav, dei lavoratori ribelli, ha riempito piazza Vittorio, soverchiando con la forza dei numeri e delle proprie ragioni, la piazza istituzionale.
Sin dal giorno precedente i due quotidiani torinesi, La Stampa e Repubblica, avevano annunciato un dispiegamento straordinario di polizia. Nel mirino gli antagonisti, ma soprattutto gli anarchici che avevano promosso uno spezzone contro la guerra interna e quella esterna, contro la repressione e le fabbriche d'armi, uno spezzone che portasse in piazza le regioni di chi pensa che di padroni e governanti si possa e si debba fare a meno.
Che aria tirava era sin troppo evidente.
Il Partito Democratico, che in questi anni aveva fatto fatica ad entrare in piazza, nonostante il servizio d'ordine di picchiatori professionisti, nonostante la tutela della polizia, è stato circondato completamente. C'erano gli attivisti politici, c'erano i No Tav e gli occupanti di case, c'era tanta, tanta gente senza bandiere ma con le idee chiare. Non c'è posto nel corteo del Primo Maggio per il Partito Democratico, non c'è posto per chi sta dalla parte dei padroni.
Quando in piazza è comparso il senatore/questurino Stefano Esposito, fanatico del Tav, sempre in prima fila nel benedire le operazioni repressive contro i No Tav, sono partiti slogan e qualche spinta con i picchiatori professionisti del PD. La polizia ha caricato più volte, ferendo numerosi manifestanti, travolgendo anziani e banchetti, ma non è riuscita a fermarci.
La gente sotto i portici si è unita alla resistenza: sono volate sedie tra le gambe dei celerini che manganellavano, insultati da tutti, mentre l'indignazione diveniva rabbia.

I celerini hanno provato a strappare dal furgone degli anarchici lo striscione con la scritta Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò liberi. Terrorista è il Tav, ma i compagni e le compagne dello spezzone rosso e nero se lo sono ripreso. Con i segni delle manganellate sul corpo ma sempre più determinati ad andare avanti, ad non farci chiudere nella piazza, dopo una seconda carica, siamo finalmente partiti.
In testa allo spezzone anarchico lo striscione Terrorista è chi bombarda, sfrutta, opprime.

Il corteo si è infine dispiegato lungo via Po. La fotografia dei numeri era impietosa: un piccolo corteo istituzionale, difeso passo a passo dalla polizia era seguito, circondato, assediato dalla Torino che il prossimo 25 maggio diserterà le urne, perché riempie, ogni giorno le piazze, perché non è più disposta a delegare la propria vita a chi bombarda, sfrutta, opprime.

Una sfida intollerabile per il PD. In via Roma, quando ormai il corteo aveva assunto le caratteristiche di ogni Primo Maggio, con famiglie, bambini, anziani e disabili, la polizia ha nuovamente caricato più volte per impedire l'ingresso in piazza San Carlo.

Durante le cariche la gente ai lati plaudiva chi resisteva. Nonostante la violenza della polizia, che si accaniva anche sotto i portici, il corteo non si è scomposto.
Una giovane mamma ci ha allungato la sua bambina perché la facessimo salire sul furgone, ma non è fuggita.
In via Roma la polizia ha fatto il proprio bottino, fermando tre manifestanti. Per uno di loro, Marco, Boba, anarchico e redattore di radio Blackout, è scattato l'arresto.
Poi il corteo è entrato in piazza San Carlo, da dove sindacati di Stato e PD se ne erano andati via in fretta e furia.
Gli ultimi comizi. Un po' di ghiaccio per i feriti e poi via. Il pranzo anarchico, che come ogni anno ha riempito la sede della Federazione Anarchica in corso Palermo 46, non ha chiuso la giornata di lotta.

Davanti a Eataly, il supermercato del gusto di Oscar Farinetti, l'uomo che Renzi avrebbe voluto al dicastero dell'economia, c'erano due camionette della guardia di finanza e un folto nugolo di digos della squadra anarchici. Poliziotti dell'antisommossa presidiavano il retro dell'edificio.
Sulla porta a braccia incrociate gli uomini della security del supermercato. Sulla schiena lo slogan Italy is Eataly, che trovava un'eco nello striscione aperto davanti al supermercato Fruttamento e precarietà made in Eataly.

Eataly è il simbolo dell'Italia ai tempi di Renzi, un luogo dove si lavora 365 giorni l'anno, dove la precarietà è la norma e la disciplina durissima.
I lavoratori, tutti italiani, del supermercato più eco, green e costoso d'Italia, vengono pagati 8 euro (lordi) l'ora. I pochi con contratto a tempo indeterminato sono tutti part time a 30 ore, ma di ore ne fanno molte di più. Sempre.
In media chi lavora dietro ai banchi o nei ristorantini dove si affacciano anche facoltosi turisti stranieri, porta a casa 800 euro al mese. Niente domeniche, niente festività, niente 25 aprile, niente Primo Maggio.
La gente che passava ascoltava con attenzione, si fermava, chiedeva notizie, voleva sapere. Numerosi gli interventi, tra cui vogliamo segnalare quelli di Pino Larobina, operaio dell'Iveco licenziato per la propria attività sindacale nell'USB, e quello di Marco, un giovane compagno torinese, che per fuggire la disoccupazione da cinque anni è emigrato in Polonia.
Abbiamo intrecciato i fili delle lotte, nella comune consapevolezza, che viviamo tempi duri ma sempre più gente si sta disintossicando dalle illusioni istituzionali e sceglie la lotta.

Solidarietà a Marco, Boba arrestato nella Piazza del Primo Maggio. Una piazza di lotta.
Lo vogliamo libero, vogliamo liberi tutti e tutte!

Vogliamo liberi Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò.
Sabato 10 maggio marcia popolare No Tav a Torino

Appuntamento alle 14 in piazza Adriano.

Federazione Anarchica Torinese - FAI

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