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(17 Giugno 2012) Enzo Apicella

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EUROPEE

(23 Maggio 2014)

A chi la vittoria decisiva alle prossime europee? E con quali decisive conseguenze?
La risposta, in entrambi i casi, è: nulla ancora di realmente decisivo è all’ordine del giorno, e ne spieghiamo subito il perché, con l’avvertenza che parliamo principalmente del caso Italia, ma senza dimenticare l’insieme del quadro comunitario, altrove sismicamente più mosso (il che già indica che le previsioni globali non sono di tempo stabile, questo è certo!).

Veniamo a noi. E’ un dato di fatto (e dirlo è persino un luogo comune) che la crisi che sta mordendo in particolare il nostro paese, ma in rispondenza ad una situazione generalizzata del capitalismo occidentale in primo luogo, con proiezioni però non tanto (e tantomeno pacificamente) promettenti per il quadro globale del sistema, sta accumulando sostanze esplosive tutt’altro che destinate a risolversi in semplici bolle di sapone. Chi parla delle prospettive a venire in termini “catastrofistici” lo fa a ragion veduta; salvo, beninteso, che da ciò non deriva immediatamente né la nostra esplosione di classe antagonista per il socialismo né tantomeno che il capitalismo (bontà sua!) sia prossimo a collassare o persino ad autopensionarsi di suo, come ci capita da leggere da qualche parte. Diciamo pure, realisticamente, che il primo di questi due elementi è fortemente in ritardo – e persino con retroversioni, al momento – sui compiti che gli spettano ed il gioco, attualmente, è condotto efficacemente dal nostro nemico di classe. Niente di definitivo, naturalmente, ma tanto per non prenderci in giro ed affrontare il futuro su solide basi nostre.

E’ un dato di fatto che a vincere, in termini elettorali, alle europee sarà l’astensionismo, cioè una manifestazione di massa come non mai di disaffezione e scollamento dalla politica delle forze in campo, “tradizionali” o meno. Ma è altrettanto vero che a questo dato (di per sé estremamente significativo ed in un certo senso foriero di possibili sviluppi positivi a venire) non si accompagna assolutamente un principio di presa di coscienza ed organizzazione antagonista da parte di questa massa astensionista. Quando si consideri la situazione determinatasi nel primo dopoguerra, allorché da talune forze comuniste organizzate si poteva ben lanciare la parola d’ordine dell’astensionismo rivoluzionario e da altre si contrapponeva quella – sulla base degli stessi principi comuni – del parlamentarismo rivoluzionario, la differenza balza subito agli occhi: nessuno qui evoca il nome della rivoluzione, del socialismo; un ordine del giorno assente tanto a livello di massa che a quello ultraminoritario delle stesse microformazioni “comuniste” in campo. Qualche frammento residuo m-l può sì chiamare al “boicottaggio” astensionista sul piano elettorale, magari per poter dire poi, ad urne chiuse, “l’astensionismo ha vinto”, “abbiamo vinto noi”, ma pur sempre ed esclusivamente entro un’ottica puramente elettoralistica, sia pure alla rovescia. Non è il caso del nostro astensionismo, questo risulti ben chiaro. Le cose sarebbero ben diverse ove dal magma dell’attuale astensionismo cominciassero a sprizzare dei lapilli incandescenti, ed a questo noi dovremmo guardare nella nostra azione da partito (il grande, decisivo assente). La partita è certamente aperta, solo che la si guardi al giusto modo, fuori da ogni tentazione spontaneistica ed, alla fin fine, ancora una volta solo ed esclusivamente elettoralistica: i proletari debbono imparare a non astenersi dalla propria battaglia (anche e soprattutto quando si decidano ad.. astenersi dalla kermesse elettorale), questo il punto e ciò richiama prepotentemente in causa la questione del partito, solita bestia nera di tanti cantori del movimento spontaneo, dell’autoorganizzazione di classe contrapposta al partito.

Detto questo, guardiamo pure alla forze che si disputeranno il bottino parlamentare forti del loro...cinquanta per cento elettorale a disposizione, o poco più.
Tutte queste forze sono impegnate dietro sigle personalizzate di aspiranti ducetti pretendenti alla “vittoria” in base ad una metà o poco più di elettori tuttora disposti a dar loro credito senza un reale programma di uscita dalla crisi (e ci credo!), senza una massa di gente attiva al proprio seguito, e già questo è indice del marasma attuale, dal quale non si uscirà per vie indolori “tradizionali”, ma solo in seguito a decisivi sconvolgimenti sociali che bussano alle porte. Quindi: liste per Renzi, per Grillo, per Berlusconi, addirittura per il figlio ripudiato – in seguito all’esame del DNA di quest’ultimo, “figlio di” – il patetico Angelino, o per Tsipras, di cui un giornaletto “ultrasinistro” c’informa del suo “sguardo magnetico” (in mancanza di altro). Parrebbe comune a tutti costoro la rivendicazione di una “diversa Europa” meno... tedesca (cioè di un’Europa priva del suo puntello principale o con correzione di esso) in nome di un rilancio concorrenziale della “nostra economia” basata su diverse regole contabili prive della benché minima prospettiva programmatica. “Europei e non tedeschi”, scrivono i rimasugli di Di Pietro, altro ex “nome pesante” in disarmo. E, intanto, si assiste ad un caso estremamente significativo: la “crisi ucraina” (e non solo: vedi il caso Libia, Siria, Iran e, sullo sfondo, la Cina) su cui un’Europa degna (capitalisticamente) di questo nome come potenza politico-militare sarebbe chiamata a giocarsi le sue carte di svincolamento dalla morsa USA ci mostra tutta la fragilità del colosso europeo. Sentiamo quotidianamente parlare le forze in campo di tutto e di più entro il recinto ristretto dei piccoli, miserabili casi nazionali nostri, ma, alla prova dei fatti, si fa da ruota di scorta alle “scelte” del Pentagono sull’area dei conflitti internazionali che si vanno sempre più drammaticamente aprendo e se ci sono delle linee in controtendenza queste vengono per lo più dalle vituperate (ed a ragione, se ci capiamo) forze “antieuropeiste” delle destre nazionaliste serie (non è un complimento, ovvio!) tipo Marie Le Pen, Orban od anche la Lega di Salvini etc. in lotta per la “propria Patria” (allons, enfants!) libera dalla Merkel e dagli USA: riedizione formato ridicolo delle rivendicazioni mussoliniane dei diritti dei “paesi proletari” al posto al sole, con la macroscopica differenza che Mussolini si rendeva perfettamente conto che per porre il problema sarebbe occorso un Asse di forze e non microbiche tane nazionali autosufficienti.

Rilancio della produzione e della competitività dell’Europa, con “ampliamento delle misure sociali” al seguito? Le ricette, ahinoi!, non possono essere che quelle di un’ulteriore giro di “riforme” per meglio oliare il meccanismo di S.M. il Capitale a danno dei proletari indigeni che la globalizzazione ha reso meno competitivi in quanto merce-lavoro rispetto ai propri fratelli di classe di altri paesi. Esattamente la ricetta tedesca messa in atto con determinazione e successo prima dalla SPD, poi dai cristiano democratici ed oggi portata avanti a quattro mani gross-koalizzaten.
Il PD diventato a fine corsa “il partito di Renzi”, con un ricambio generazional/manageriale senza precedenti, a tanto aspira. Anche dal suo interno c’è chi lo accusa di “sbilanciamento a destra”, ma tra costoro non c’è nessuno che gli sappia opporre un “altro” programma e ciò che viene declamato come “sinistra del PD” non ha nulla di sostanziale in “alternativa”. Il cupo Cuperlo ne è l’illustrazione vivente, per non parlare dei “distinguo” farfalloneschi di un Pippo Civati (simpatico come intrattenitore televisivo).

Non ci soffermeremo troppo sul carattere “liberista” del programma renziano, perfettamente illustrato in lungo e in largo sui fogli e siti web sindacali e politici a tinta rossa cui rimandiamo per i dettagli del caso. Ciò che a tanti sfugge, però, è che non si tratta di un incidente di percorso rimandabile a “scelte personali” né, soprattutto, che a questa direttrice di marcia non è possibile reagire “rimettendo in sesto la sinistra” risuscitando il vecchio riformismo di un ciclo capitalista ormai alle nostre spalle. Inutile, ad esempio, rivendicare ruoli concertativi da parte del sindacato messo da Renzi nel mirino (“ascoltiamo tutti, ma poi è la politica che decide”) dimenticando che questo sindacalismo ha già sacrificato per conto suo la lotta rivendicativa di classe dei lavoratori sull’altare delle “compatibilità capitalistiche” partendo dalla lirica sui “sacrifici da parte di tutti” (la Nazione unita!) da parte di un Lama per arrivare all’inumazione di ogni seria forma di lotta da parte di una Camusso & Soci. Renzi “vìola la democrazia”? Di certo non vìola alcuna vergine sindacale, già datasi in abbondanza. I settori sindacali combattivi hanno tutte le ragioni per respingere un attacco riservato essenzialmente a loro; potranno farlo non accampando “carte dei diritti”, ma mettendo in campo delle forze incompatibili col sistema e le sue leggi obbligate.

Peggio ancora quando si invochi “il diritto delle minoranze (politiche) di essere ascoltate” o si innalzino barricate contro le “antidemocratiche” soglie di sbarramento elettorale al rialzo. L’esigenza di una centralizzazione estrema dei poteri da parte del capitale in questa fase è un dato di fatto incontrovertibile: veti ed intralci “corporativi” o... “castali” a favore di propri interessi non conformi alle leggi di funzionamento della macchina (nella quale pure sono inseriti) non sono ulteriormente ammissibili: alle “clientele” va sostituito il comando unico. Renzi l’ha bene interpretato, almeno come intenzionalità (si vedrà successivamente se la palude non gli metterà troppi bastoni tra le ruote). Va persino detto che in ciò egli intercetta un sentimento di massa (relativa) che – dato per scontato lo scarso appeal di Renzi nell’insieme del proletariato – attraversa anche settori del mondo del lavoro in attesa di un’ancora di salvezza dall’esterno della classe. Farà a meno dei diktat sindacali? Da questi ultimi nulla sinora si è ricavato e se il Comandante Supremo saprà sostituire ad essi un’efficace azione per il rilancio dell’economia reale (industrializzazione in primis) niente di male. Vanno bene allora – così può pensare anche il proletario che delega al potere borghese le sue sorti – i provvedimenti “punitivi” (!?) per le banche, la burocrazia che (effettivamente) strangola l’economia, i tagli ai superstipendi – compresi quelli dell’Alta Magistratura che protesta per l’attentato alla propria... autonomia (di grana) –, l’intervento da parte dello Stato per sciogliere alcune situazioni industriali in crisi (vedi Electrolux e Idealstandard) sia pure ai costi che sappiamo per gli operai “salvati dal naufragio”, gli investimenti mirati per il rilancio produttivo nei settori chiave dell’economia etc.etc.; vanno infine bene anche gli 80 euro da poter (illusoriamente) mettersi in tasca. Cosa offrirebbero in cambio i Bersani ed i Cuperlo? Un mare di chiacchiere. Talora si paventa persino una scissione “a sinistra” del PD per recuperare la sua “anima laburista”. Scelta improba per chi la evoca e che, in ogni caso, non ci darebbe che un ulteriore mini-partitino tipo SEL, PRC e rimasugli restanti varii. Per far che? Al massimo essere l’“anima critica” di uno schieramento di “sinistra” (o... meno a destra). Tipico il caso di un Gennaro o’ Migliore, capo della tifoseria sellina, che sta con una gamba nella Lista Tsipras per l’Europa e si appresta a por l’altra in un blocco col PD.

Noi arriviamo a dire francamente: la centralizzazione del potere che il capitale c’impone sta bene anche a noi in quanto richiama la nostra, altrettanto obbligata, scelta di una centralizzazione antagonista, proletaria. Antidemocratica secondo le “regole” che gli antirenziani “di sinistra” ci vorrebbero suggerire? Esattamente. Qui sta il nodo da sciogliere.
Non “maggior democrazia”, ma: o dittatura del capitale o dittatura proletaria. Non se ne esce, per lungo che possa essere il cammino verso il rendiconto definitivo.
E’ scontato che la questione non è oggi di attualità, ma non lo sarà mai se il problema non viene posto neppure “in teoria” e si preferisce scantonare sulla difesa d’ufficio (in mano ad avvocati assonnati ed incompetenti) delle “vecchie conquiste” andate al macero e sbornie di rivendicazioni democratiche di ritorno.
E vediamo le altre parti in causa nel torneo elettorale.

Il fronte berlusconiano non ha saputo in questi anni fare di meglio che piegarsi al “colpo di stato” che ha dimissionato a suo tempo il Cavaliere attraverso opportune manovre politico-finanziarie anche per punirlo per certe sue “frequentazioni” irregolari (Putin, Gheddafi) allusive ad una diversa strategia geopolitica mai concretizzata in qualcosa di serio (vedi da ultimo l’indecorosa partecipazione alla guerra contro il “dittatore libico”, di cui oggi registriamo i begli effetti!). Il PDL ha sottoscritto l’esiziale operazione Monti (cui Berlusconi addirittura proponeva la guida del centro-destra a venire) e, di fatto, ha aperto allo stesso Renzi (un quasi figlioccio in proprio) per le “riforme” istituzionali in corso d’opera. Oggi ci si accorge di essere entrati in un tunnel mortale e se ne prendono, tardivamente, le distanze, ma senza alcun serio programma alternativo, tanto da ipotizzare anche futuri governi di coalizione. Lungo la strada si è perso anche l’attuale Nuovo Centrodestra di Alfano prestatosi (conseguentemente) in soccorso di Renzi, sia pure pro tempore (ed a tempi definitivamente scaduti per questo abortino sul piano politico). FI non sparisce con ciò di scena, ma quanto a poterla rioccupare ce ne corre. Per quanto il blocco di centro-destra, nel suo composito insieme, conservi tuttora dei numeri più o meno pari a quelli del PD esso risulta frazionato in interessi e clientele particolari che neppure il Gerontocrate prossimo alla sepoltura è mai riuscito, dall’alto dei suoi poteri sovrani, a condensare in un programma borghese all’altezza dei compiti. Quand’anche la macchina di FI & Soci riuscisse (il che è del tutto improbabile) ad aggiudicarsi di nuovo la pole position sarebbe costretta al ritiro al primo pit stop col motore in fiamme senz’alcun bisogno di “oscure manovre” tedesche.
(Due righe meritano la Lega e i Fratelli d’Italia. La prima sta recuperando progressivamente la sua iniziale anima populista extra – un tempo: anti – berlusconiana e probabilmente sarà in grado di riprendersi anche una fetta di elettorato in cui si congiungono gli appetiti dei padroncini e quelli dei loro salariati corporativamente solidali con essi “per forza maggiore”. Su una base di per sé sabbiamobilistica: l’antiteutonismo e l’antieuro. Non va meglio per i Fratelli d’Italia – orrido il nome, orrido il contenuto e, se non bastasse, c’è Magdi Allam in lista! – , il cui unico titolo di “merito” è quello di appellarsi ad uno schema di partito nazional-borghese effettivo, sciolto dallo schema patronale berlusconiano, con un tentativo di radicamento di massa in settori “popolari”.)

Restano due scassatutto (nominalmente almeno) in campo: Grillo e la Lista Tsipras.
Ci sbrighiamo subito della seconda. Essa raccoglie certamente un bel mucchietto di anime pie (sia detto senza alcun disprezzo) che auspicherebbero un’altra Europa, meno attenta alle leggi del profitto e più a quelle del “sociale”. Ma nessuno di costoro s’immagina una lotta che non sia quella elettorale in vista di una propria rappresentanza all’interno dello Stato con diritto di “ascolto” da parte delle istituzioni. E poiché ci vuol pure un programma per mandare avanti la macchina (capitalista) perché possa “elargire” qualcosa al “popolo” ecco un arcobaleno di proposte “ambientalmente compatibili”, di microproduzioni “verdi”, banche a servizio dei “consumatori” e balle del genere all’infinito. In Grecia il PKE ha qualificato non a torto Syriza (accozzaglia di 16 organizzazioni “indipendenti” entro il mucchio) come “socialdemocratica”. Lo stesso dicono, sempre a ragion veduta, le organizzazioncelle “comuniste” rimaste – più o meno dignitosamente – in piedi e con ciò concordano anche talune formazioni “rivoluzionarie” pur disposte a votare questa lista, ma “per pesare in essa” e “trasformarla” da cima a fondo (il classico voto “turandosi il naso”). In quest’ultimo caso, in particolar modo proprio ai “trotzkisti”, si va dal classico “entrismo” – da cui si continua a sperare risultati mai venuti in precedenza – allo sciopero in panchina, tipo Sinistra Critica, che si “dissocia” dalla lista, ma chiamando a votare per i candidati meritevoli di essa. Siamo in presenza di un nuovo tipo di tifo da stadio: il tifo con la condizionale. Partita persa comunque!

Ed eccoci a Grillo. Suggeriamo ai nostri lettori di riandare a quanto avevamo scritto in passato sul Movimento Cinque Stelle e che rivendichiamo integralmente. Con una piccola correzione quanto alla previsione avanzata sulla fragilità di esso quanto al suo peso di massa: le cartucce di Grillo non stanno smettendo di sparare al momento, anzi; il che non toglie, però, che esse risultino tutt’altro che mortali per il sistema e valgano ad aprire validi orizzonti per il Movimento.

E’ assodato che, transitoriamente, il M5S appare tutt’altro che in calo di consensi elettorali, anzi è vero il contrario. Il che stupisce sino a un certo punto: il malcontento di opinione è in crescendo tra pressoché tutte le “masse popolari” e non s’intravvede all’orizzonte alcuna forza borghese capace di “tedeschizzare” il nostro paese. Lo stesso Renzi sta facendo flop su questo piano e nuvole non proprio rassicuranti si stanno accumulando sul suo cammino. Della destra berlusconiana abbiamo già detto. Ovvio, quindi, che la marcia silenziosa degli incazzados ingrossi le sue file a favore del grillismo. Tanto più in quanto esso dà dimostrazione di non esser composto solo da capponi tenuti in gabbia dal padrone di casa per l’ingrasso, ma da un “ceto politico” abbastanza smaliziato e, se vogliamo, competente e tanto più in forza di un’onda antigrillina da parte dei suoi avversari che sta oltrepassando il ridicolo: come quando si è messo in scena lo scandalo inventato di sana pianta per il richiamo ai lager (l’“offesa alla Shoah”!!) o l’“oltre Hitler” o ci si azzardi ad equiparare Grillo al Duce od al Fuhrer o persino – ultima del Gran Vegliardo! – a dargli dell’“assassino”. Ciò offre la misura dell’ignoranza e del disprezzo dei suoi avversari quanto al crescente malcontento di massa che, in qualche modo obbligatoriamente, si sta coagulando – sempre elettoralisticamente parlando – attorno a Grillo ed i suoi.
Altro discorso è quello sulla capacità dei grillini di esprimere uno straccio di soluzione ai brucianti problemi sul tappeto e qui, dopo e al di là dei risultati elettorali, sta il punto.

Il programma di Grillo è prossimo allo zero. Si parte dalla rivendicazione che in Europa occorrerà “battere i pugni sul tavolo” (come tutti gli altri contendenti proclamano di voler fare) in opposizione all’egemonismo tedesco sino alla minaccia di un referendum sull’euro per tornare alla lira per poter rilanciarsi... in serie B e, per il resto, tante chiacchiere sulle PMI “dorsale della nostra economia” (ed è tutto dire!) e promesse a cascata di welfare generalizzato a suon di “pagherò” (se...). Nulla in materia di politica estera, dalla quale ci si tira fuori in nome di un’Italia “pacifica” che, come vuole la nostra Costituzione, ripudia la guerra (e intanto ne facciamo a iosa!). L’insieme prospettico è quello di un capitalismo lindo, senza corrotti e corruttori, senza soffocanti intralci burocratici etc. etc. I proletari sono pregati di accomodarvisi. E, dato il clima presente, in molti lo fanno da spettatori fiduciosi nel Leader cui attribuire la delega. Ma la marea di voti che si preannuncia e che, per buona parte, verrà da gente nostra, che movimenti sociali alternativi sarà in grado di produrre? Fin qui siamo allo zero e ciò sarà in appresso: il M5S funge da forza anestetica e deviante rispetto ad un protagonismo di questo tipo e Grillo ha ragione a presentarsi come garante della pace sociale, della “democrazia” (“se noi non ci fossimo saremmo alla guerra civile”!). Che sia proprio un caso? Le (scarne, ma significative) manifestazioni di lotta in piazza che ci sono sin qui state nascono dall’iniziativa organizzata di segmenti della nostra classe – di cui non ignoriamo affatto debolezze e contraddizioni e la sostanziale, perdurante aporia politica – e dall’impulso ad essi dati da un mix di forze sindacal-politiche che si richiamano al socialismo (e lasciamo stare, anche qui, tutte le riserve del caso) pur in assenza di un peso numerico dirompente e di qualsiasi possibilità di superamento degli sbarramenti elettorali in vigore; in nessun caso dal M5S catalizzatore di voti imponenti e di simpatie passive da parte delle masse cui noi guardiamo.
Ciò dà il senso, in barba a tutti i soloni “comunisti” individui a suo tempo impegnati a cantare le lodi del grillismo come prodromo della... rivoluzione, del fatto che l’antagonismo di classe è affar nostro, non delegabile ai provvisori catalizzatori del “malcontento diffuso” e di come questo antagonismo si giochi sin d’ora sul terreno extraparlamentare dell’alternativa sopra richiamata: o una dittatura sempre più centralizzata e feroce della borghesia o la dittatura senza sconti del proletariato. Sotto questa luce soltanto ci si può interessare all’attuale contesa elettorale, ed ognuno faccia la sua parte. Noi, quattro gatti con l’ambizione del futuro, faremo sino in fondo la nostra.

22 maggio 2014

Nucleo Comunista Internazionalista

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