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"Teoria dell'accumulazione e del crollo del capitalismo, da Karl Marx e dopo Henryk Grossman"

Una conversazione con Gianni De Bellis

(5 Luglio 2015)

Non è un libro di facile lettura Teoria dell'accumulazione e del crollo del capitalismo, da Karl Marx e dopo Henryk Grossman. Gianni De Bellis, che ne è l'autore, nella prefazione avvisa che, per leggerlo con piena cognizione di causa, occorrono almeno tre o quattro requisiti, tra i quali "aver studiato, se non proprio 'Il Capitale', ameno altre opere economiche minori (...) di Marx", possedendo "inoltre basi di matematica e di fisica almeno a livello di un buon studente diplomato al liceo scientifico o istituto tecnico". Ma "soprattutto" bisogna "avere una grande voglia di capire effettivamente i motivi di fondo che hanno portato la specie umana in questa situazione critica". Che è poi l'insistere di una crisi irreversibile del capitalismo, tale da non poter essere affrontata con i mezzi del tradizionale riformismo, al contrario di quel che sembrano pensare anche alcuni accademici di formazione marxista. I quali, spesso, si atteggiano a "consiglieri del principe", dispensando ai governi indicazioni (perlopiù inascoltate) su come lo Stato, inteso come ente "regolatore" che compensa l'"anarchia" prodotta dal Mercato, possa contribuire al rilancio dell'economia. Ma nel libro di De Bellis, pur se non mancano frecciate polemiche nei confronti di un certo "marxismo" subalterno al pensiero dominante, ci si concentra su altro, ossia sulla dimostrazione matematica della tendenza al crollo del modo di produzione che ha dominato il mondo negli ultimi secoli, con il conseguente proporsi dell'alternativa fra comunismo e barbarie. Un obiettivo ambizioso, perseguito nella piena consapevolezza di poter ricevere delle critiche. Perciò a questo testo (il cui sottotitolo è Vol. I: il meccanismo di fondo), ne seguirà un altro in cui, oltre a fornire ulteriori supporti matematici alla propria diagnosi ed a proporre "riflessioni più dettagliate sulla legge del valore", si risponderà a tutte le perplessità espresse in una forma articolata. Augurandoci che il secondo volume veda presto la luce, vi proponiamo intanto questa conversazione, nella quale De Bellis illustra alcune delle principali implicazioni del suo lavoro.

henryk grossman

Henryk Grossman

A quanto accenni nell’introduzione, il tuo libro ha avuto una gestazione particolare...
E’ vero, il grosso del testo è stato scritto circa 20 anni fa, senza minimamente pensare a una pubblicazione, ma per chiarire a me stesso gli aspetti, che – per quel che avevo studiato e capito dei tre volumi del “Capitale” – ritenevo centrali nella teoria economica di Marx. Si trattava di aspetti inerenti alla sfera della produzione, che per Marx è la sfera centrale, quella in cui si produce il plusvalore e che quindi dà la possibilità potenziale dell’accumulazione del capitale. Ed erano anche aspetti relativi al comportamento di tutto il capitale complessivo sociale su tempi lunghi, e non di particolari branche produttive su periodi limitati. Oggi, certo, quelli che scrivono su questo genere di argomenti, oltre ad essere davvero pochi, lo fanno in vista di una pubblicazione universitaria.

Tu rivendichi sin dal titolo1 un richiamo a Grossmann, che distacchi dagli altri economisti marxisti, ponendolo in una più diretta continuità con il pensatore rivoluzionario di Treviri...
In effetti per rispondere alle perplessità che mi aveva procurato lo studio dei libri di Marx, ho letto (a partire dalla “Luxemburg” di un secolo fa fino a “n+1” dei tempi di oggi) tantissimi autori; però solo qualcuno si occupava degli aspetti centrali dell’accumulazione capitalistica su cui si concentravano i miei dubbi. In particolare, ero ormai convinto del fenomeno della tendenza secolare all’abbassamento del saggio generale di profitto; di dimostrazione teoriche – a parte quella di Marx – ne avevo trovate in vari autori. E non mi sono mai lasciato distrarre dal fatto che i dati economici borghesi tendevano in tutti i modi a nascondere questa realtà, nonostante le due guerre mondiali la confermassero. Però ho rilevato che quasi nessuno studioso – tranne Grossman – aveva approfondito il nesso: abbassamento del saggio generale di profitto–crisi e crollo. In altre parole: perché l’abbassamento del saggio deve obbligatoriamente, alla lunga, portare ad una crisi irreversibile che si trasformi in un vero crollo di tutto il sistema?

Una riflessione non condivisa da diversi accademici di formazione marxista, che tendono ad allontanare l'origine della crisi dalla sfera della produzione e ad abbracciare letture (come quella legata al "sottoconsumo") tali da offrire ancora dei margini a politiche riformiste...
Nei paesi imperialisti le politiche riformiste possono essere attuate nelle fasi – magari anche lunghe (come trend così può essere considerata la fase che va dalla metà degli anni ’50 anche fino a dopo il 2005: circa mezzo secolo) – in cui il saggio generale di profitto è tale che la massa di profitti non reinvestiti in mezzi di produzione e forza-lavoro da parte del capitale mondiale è ancora sufficientemente alta da garantire al capitale una massa di valori d’uso che permette la sopravvivenza del sistema capitalistico (ville e panfili per i capitalisti, armi moderne per l’esercito, maxi-stipendi per manager, giudici, politici, calciatori e altre star, ecc..). Chiamiamo (come fa Grossman) K questa massa di profitti non reinvestiti produttivamente. Ora, invece, alla fine di fasi di crisi cronica prolungata, quando tutti i mezzi dell’imperialismo, dallo sfruttamento selvaggio delle risorse dei paesi poveri alla finanza risultano sempre più spuntati, quando l’ammontare di K è minacciato dalla crisi, i capitalisti dovranno scegliere se rinunciare a una parte di K oppure diminuire la massa di valore e quindi di valori d’uso destinata alla classe proletaria e alla piccola borghesia. E la loro scelta è ovvia. Il “sottoconsumo” è una conseguenza della scelta tra la diminuzione di K oppure del “monte salari” diretto o indiretto; ma non è la causa della crisi. In tale fase non si può chiedere ai capitalisti di aumentare il “monte salari” diretto o indiretto a scapito di K; anzi essi faranno proprio il contrario, e le politiche riformiste non possono fare altro che trasformarsi in politiche contro-riformiste; oggi Renzi ne è un esempio. Alla gente comune possono promettere solo peggioramenti reali, in qualunque falsa veste li presentino; alla natura possono procurare danni sempre più irreversibili per abbassare le spese di produzione e contrastare l’abbassamento dei profitti.

Dal punto di vista del capitale quali sono, dunque, le possibili vie d'uscita alla crisi?

Storicamente, nessuna politica keynesiana ha permesso l’uscita dalla crisi; per il semplice motivo che essa può risolvere temporaneamente i problemi della sfera della circolazione, ma non può influire sui meccanismi della sfera della produzione che sono alla base della crisi. E’ come se ad un’automobile col motore vecchio mettessi le ruote nuove, oliassi il cambio e tutti gli ingranaggi per farla andare meglio; ma senza operare sul “motore” della produzione. Anche dalla precedente crisi strutturale avviatasi dopo il primo decennio del novecento, e che la I Guerra Mondiale (essendo stata interrotta a causa della rivoluzione russa) non era riuscita a risolvere, non si uscì attraverso le politiche keynesiane messe in atto negli anni ’30 negli Usa e non solo (in Italia se ne occupò il fascismo). Essa fu risolta invece dall’immane distruzione di beni di consumo, mezzi di produzione e forza-lavoro in esubero, operata dalla II Guerra Mondiale. Si è tentato di rimandare la crisi odierna con mezzi finanziari, accentuando lo sfruttamento imperialistico delle nazioni deboli e col connesso dilagare di guerre locali; ma per risolverla davvero ci vorrebbe una III Guerra Mondiale. Però oggi non ci sono solo due o tre atomiche, ma trentamila; per non parlare di armi batteriologiche e altro .. : in una III guerra globale il capitalismo sa che rischierà di distruggere se stesso (e soprattutto il genere umano)!

Permettimi di concludere con una domanda più "politica". Spesso il crollismo, nella sinistra comunista, ha portato con sé l'inazione, la pura attesa che i processi giungano a pieno compimento. A tuo avviso, che tipo di iniziative dovremmo portare avanti in questa fase?
L’inazione è sempre conseguenza della volontà dei singoli compagni, che per giustificarla possono appoggiarsi al crollismo. Anche a Grossman, in buona o cattiva fede, è stato attribuito un atteggiamento crollista che non ha mai avuto. Per chiarire, lui non ha detto mai che il capitalismo sarebbe caduto da solo, ma semplicemente che non poteva cadere per mezzo dell’azione delle masse quando la fase era affluente; per la semplice ragione che, in quella fase, almeno nelle nazioni più ricche (imperialiste) avrebbe potuto elargire di più. Le lotte operaie del ’69-71 in Italia, ad esempio, miravano, per la gran massa dei lavoratori, ad ottenere miglioramenti consistenti, visti i buoni profitti che ottenevano i padroni; e non avevano nessuna intenzione di rovesciare il sistema. Quindi l’analisi della crisi e delle tendenze al crollo di Grossman vuole sottolineare semplicemente che non in tutte le fasi dello sviluppo dell’accumulazione capitalistica il proletariato è di per se rivoluzionario, non in tutte le fasi c’è la reale possibilità di abbattere il sistema; ma solo quando il sistema già di per se si indebolisce e crea delle contraddizioni insanabili tra le classi sociali. Una di esse oggi, è l’irreversibile crescita della sottoccupazione, della disoccupazione, della precarietà dell’esistenza per le masse proletarie, della fame pura per metà del genere umano, a fronte del super-arricchimento di poche migliaia di individui. E penso che le iniziative da portare avanti nei confronti dei proletari (e non solo) che lottano, anche su obbiettivi limitati, devono anche mirare a sensibilizzarli sul fatto che, se non si cambia radicalmente sistema sociale, le enormi ricchezze e la enorme capacità potenziale di produrre ricchezze (anche senza dissestare la natura) che il capitalismo ha sviluppato, non potranno mai essere “sfruttate per l’intera umanità” se vigerà ancora questo sistema sociale che pur le ha generate… anzi!

Note

1
Ci riferiamo alla più celebre opera di Henryk Grossman (Cracovia, 1881 - Lipsia, 1950), nota in Italia come Il crollo del capitalismo. La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalista (1929), il cui titolo in tedesco coincide perfettamente con quello dello scritto di Gianni De Bellis.

A cura di Stefano Macera

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