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(25 Aprile 2012) Enzo Apicella

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Andrea Capò Corsetti, Il Disertore

Viterbo, Alter ego, 2015, pp. 101, € 9,90

(20 Luglio 2015)

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A ridosso del ventesimo anniversario dalla Strage di Sebrenica esce questa pubblicazione, ad opera di Andrea Capò Corsetti, che ci riporta direttamente al clima seguito a quella guerra fratricida sobillata dalle potenze occidentali con cui, negli anni Novanta del Secolo breve, si è avuto il disfacimento della Jugoslavia. L’autore, operaio, batterista di origini metal e protagonista della scena punk viterbese, di cui ha scritto Viterbo hardcore, Vent’anni di punk nella Tuscia (Viterbo, Alter ego, 2013), per questa seconda sua sortita cambia radicalmente registro e si cimenta in un romanzo un po’ giallo, un po’ noir, un po’ di viaggio.

L’ambiente è quello mitteleuropeo degli inizi anni Duemila, tra il Friuli, il nord dei Balcani, l’Austria e la Russia. Non mancano riferimenti al passato, in particolare al Secondo conflitto mondiale, circostanza inevitabile se si parla di quei territori e, nella fattispecie, se si è di Viterbo, dove le amministrazioni di centrodestra nel corso degli anni addietro si sono cimentate nella “foibologia dai piedi scalzi”, facendo figurare come civili italiani “infoibati con la sola colpa di essere tali dai criminali slavo-comunisti” decine di soldati e poliziotti del Viterbese morti o dispersi nei Balcani dopo l’8 Settembre 1943.

La trama è incentrata sulla misteriosa figura di Samir Muslinovic, detto Darko, il disertore appunto, un miliziano croato accusato di aver tradito e massacrato dei propri commilitoni nel 1992, che risulta morto ma non per Marko Verni, protagonista della vicenda, un italo - croato impiegato in un’Ong finalizzata al riconoscimento delle salme dei caduti in guerra, il quale si mette sulle sue tracce, con un finale ovviamente sorprendente.
A riempire la trama, tante cose che, tutto sommato in poche pagine, riflettono la formazione e le passioni dell’autore. C’è il ricordo della Jugoslavia al suo crepuscolo da parte di chi, nato nella seconda metà dei Settanta, ha fatto in tempo a studiarla in Geografia, a vedere le trasmissioni sportive di Tv Koper - Capodistria, la temuta Nazionale e le prestigiose squadre nel calcio, mentre la formula del “socialismo plurale autogestito” consumava i suoi ultimi istanti. Poi il collasso, quella guerra vicina presto venuta quasi a noia, con le immagini viste al telegiornale di ritorno da scuola. A mettere la parola fine, poi, nel 1999, le nostre bombe all’uranio impoverito che disintegravano quanto di quella Jugoslavia restava ancora in piedi.

C’è pure dell’esperienza diretta: nel corso, ormai, di decenni di militanza punk hardcore, Corsetti ha girato mezzo mondo, vissuto e raccolto storie. Per quanto concerne gli aspetti culturali e musicali, propedeutica per questa lettura potrebbe essere una monografia uscita qualche anno fa: Stefano Lusa, La Dissoluzione del potere, Il Partito comunista sloveno ed il processo di democratizzazione della Repubblica (Udine, Kappa vu, 2007), in cui si analizza dettagliatamente la fine dell’esperienza jugoslava anche attraverso i fenomeni di controcultura giovanile, soprattutto per l’iconoclastia punk, in Slovenia.

Nascosto - ma non si può non scorgerlo, in particolare nella scelta di utilizzare termini in lingua originale esplicati nel glossario in appendice - c’è pure quell’esotismo verso gli scenari e i paesaggi d’oltrecortina e delle contigue terre di nessuno, inevitabilmente assunto ascoltando i Cccp.

Silvio Antonini

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