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UN DIBATTITO STANCO E RIPETITIVO

(10 Dicembre 2015)

Un dibattito stanco e ripetitivo quello “lanciato” dai tre sindaci ex- arancioni sul tema del centrosinistra in vista delle prossime amministrative.
Stanco, ripetitivo e soprattutto privo di “oggetto del contendere”.
Il centrosinistra, infatti, dato e non concesso che in passato avesse avuto una qualche “chance”, non esiste più: ma non da adesso, da parecchio tempo.
Non c’è stata, infatti, una qualche “ricollocazione” da quando il PD si è trasformato in PD (R).
E’ dalla sua fondazione che il Partito Democratico è collocato in ben altra dimensione politica.
Dal tempo, cioè, della “vocazione maggioritaria” di marca veltroniana e del taglio brutale della sinistra raccolta nella (stupida perché del tutto subalterna a un politicismo di riserva) invenzione della Sinistra Arcobaleno.
Le lezioni però sembrano non bastare mai, anche quando sono relegate nello stretto ambito dell’autonomia del politico.
La questione vera, infatti, non è quella degli schieramenti bensì quella dell’autonomia politica (e di conseguenza organizzativa) rispetto ai cambiamenti avvenuti nel quadro politico – sociale nel corso di questi anni.
Cambiamenti che hanno determinato, prima di tutto, il ripresentarsi sulla scena delle cosiddette “opzioni nette”: non c’è spazio, come dimostra la ripresa del populismo di destra, per posizioni intermedie.
Nel bene e nel male occorrono ragioni teoriche che si traducano in una dimensione identitaria di soggettività.
Questo è avvenuto perché si sono inasprite le grandi contraddizioni sociali nella fase di crisi verticale della globalizzazione e di ritorno alla geopolitica, al nazionalismo sovranista, al determinarsi di condizioni di vero e proprio squilibrio in una situazione di allargamento delle disuguaglianze e di spostamento di masse imponenti di diseredati che premono alle porte dell’Occidente maturo.
Il capitalismo ha dimostrato di non voler rispondere a questo complicato stato di cose accantonando la stessa dimensione del welfare keynesiano, inasprendo il volto feroce delle logiche perverse dei Chicago-boys e della politologia americana fondata sulle logiche dello “scontro di civiltà” e di “fine della storia”.
La sola risposta non può essere quella di tipo millenaristico di improbabili giubilei: una visione che sembra addirittura accolta da una sinistra europea sempre più debole e smarrita nella ricerca del bandolo della matassa di un’indecifrabile complessità delle contraddizioni cui riferirsi, in un balbettio riguardante impossibili “beni comuni”.
I temi di fondo sono soprattutto tre: già riferito quello della fine della globalizzazione e degli esiti che sta producendo sul piano dell’acuirsi e dell’allargarsi della frattura di classe (che in una realtà di rapporto cambiato tra struttura e sovrastruttura comprende ormai anche le fratture di tipo cognitivo e di genere); il secondo è quello del profilarsi di una prospettiva di guerra globale che potrebbe emergere dalla situazione di conflitto esistente tra Nord Africa, Medio oriente, Asia centrale; il terzo è quello del sempre più evidente distacco tra forme di democrazia liberaldemocratica borghese e capitalismo in un rapido mutamento di dimensione tale da far prevedere il profilarsi di regimi di carattere assolutista – personalistico (regimi frutto non soltanto dell’avanzata dei cosiddetti populismi: anzi. Si pensi con cognizione di causa al PD italiano.)
In questa realtà la sinistra italiana, già ridotta al lumicino, può resistere soltanto assumendo autonomia politica e identità organizzativa adeguatamente corrispondenti alla tragicità della situazione in atto.
Siamo di fronte ad un gigantesco processo di rivoluzione passiva al quale rispondere con un senso di realtà che ci indichi come ci si trovi nella necessità di agire con le armi della “guerra di posizione”.
E’ già capitato di scriverlo tante volte, ma mai come in questo caso repetita juvant: opposizione sistematica per l’alternativa.
Su queste basi la ricostruzione di una soggettività che non può principiare dalla residualità dei pezzettini ancora naviganti nel mare di questa politica, oppure da una semplice dimensione sociale di una presunta coalizione pan-sindacalista.
Si può riassumere il tutto, per fare presto naturalmente, con uno slogan ormai antico: “ Un partito che non sia coscienza separata, né puro riflesso dell’autonomia del movimento, ma teoria, progetto politico, memoria della lotta di classe”.

Franco Astengo

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