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I comunisti e la questione dell’autonomia regionale

(14 Marzo 2019)

scintilla

Le recenti elezioni regionali hanno registrato il cambio degli equilibri politici fra M5S e Lega.

Di Maio e soci sono ormai ostaggi di Salvini. Per salvare la baracca lo hanno assolto dai suoi crimini e ora continuano ad assecondare la sua politica brigantesca. Il prossimo imbroglio sarà sulla TAV.

I populisti grillini – assieme ai liberalriformisti - passeranno alla storia come coloro che hanno portato acqua al mulino dell’estrema destra.

Intanto, il torvo Salvini rassicura gli amministratori leghisti sulla questione dell’“autonomia differenziata” delle regioni.

Questo progetto reazionario va avanti mentre le masse popolari vengono distratte dalla demagogia sociale e avvelenate dalla propaganda razzista.

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (insieme producono il 40% del PIL italiano) nel mese di febbraio 2018 hanno sottoscritto un accordo con il Governo per l'attuazione di condizioni speciali di autonomia.

Altre Regioni, come Piemonte e Liguria, si stanno muovendo per avere mani più libere e ottenere maggiori poteri, grazie alla modifica del Titolo V della Costituzione, voluta dai riformisti.

La partita si gioca sulle materie da trasferire alle regioni, con conseguente finanziamento delle competenze (23 quelle reclamate da Zaia e Maroni).

La disputa è sul “residuo fiscale”, ovvero lo spostamento a favore delle regioni ricche del nord di miliardi di plusvalore raccolti sotto forma di tasse (con il definitivo affondamento del meridione), ma anche sulle diverse strategie che riguardano la tenuta e funzione dello Stato nazionale.

SI tratta di uno scontro fra settori di borghesia, che attraversa tutte le istituzioni, i partiti politici, le associazioni padronali, ecc.

L’autonomia differenziata se da un lato rompe ancor più i legami economici fra il nord e il sud del paese, dall’altro favorisce una più stretta integrazione di alcune aree con il “nocciolo duro” dell’eurozona, che gravita attorno alla Germania.

Ciascuna delle regioni nelle quali si perora il “regionalismo differenziato” fa parte integrante delle macroregioni disegnate dalla politica dell’imperialismo europeo.

La riorganizzazione del territorio per quanto riguarda le infrastrutture, i trasporti, il sistema delle reti energetiche, ecc., corrisponde alle esigenze del capitale finanziario internazionale. Non a caso i sostenitori dell’autonomia regionale chiedono mani libere nei rapporti internazionali.

Ma cosa riserva il “regionalismo” al proletariato? Se sul piano ideologico si vogliono introdurre sentimenti di solidarietà tra sfruttati e sfruttatori, su quello economico i padroni puntano ad aprire la strada a nuove gabbie salariali o a contratti regionali differenziati.

La presenza tra le materie della “maggiore autonomia” della previdenza complementare e integrativa è la pratica realizzazione della collusione tra il capitale finanziario, che deve allungare i suoi tentacoli su ogni aspetto della vita dei lavoratori, e la burocrazia sindacale che vuole mantenere per sè una parte dei sovrapprofitti.

Un’altra materia è l’ampliamento del sistema della ricerca dei proletari da assumere affidato a società private regionali, strumento per la selezione di una manodopera data in “affitto” al capitalista e mantenuta sotto la costante minaccia del licenziamento.

E’ anche prevista la regionalizzazione della CIG e la creazione di “zone franche” per un più intenso sfruttamento della forza-lavoro.

Quanto ai servizi è chiaro che gli operai vedranno altri tagli, privatizzazioni e più tasse.

Noi comunisti (marxisti-leninisti) partecipiamo alla lotta sulla “autonomia differenziata” con il nostro punto di vista di classe e rivoluzionario.

Sviluppiamo la denuncia politica dei populisti, che con le loro misure dimostrano quali sono gli “italiani che vengono prima” (i ricchi, i possidenti, i privilegiati), così come dei nazionalisti fautori dello “Stato unitario forte”, dei campanilisti, dei neoborbonici.

Fra i nostri compiti c’è anche la demolizione delle illusioni costituzionali che, alimentate dal revisionismo e dalla socialdemocrazia, hanno avuto e hanno ampia diffusione nella classe operaia.

Gli pseudo-marxisti imputano la cosiddetta “asimmetria” fra il nord e il sud del paese alla mancata attuazione della Costituzione borghese – anziché alle conseguenze del sistema capitalistico che quest’ultima difende.

Altrettanto ingannevoli sono i proclami sulla “uguaglianza dei diritti”, poiché in regime borghese non può esservi eguaglianza effettiva tra il padrone e l'operaio, tra l’agrario e il piccolo contadino. Queste forze restringono la risposta ai piani reazionari della borghesia sul piano giuridico-parlamentare, non essendo interessate allo sviluppo di un movimento di massa rivoluzionario, diretto dalla classe operaia.

La nostra posizione è radicalmente diversa.

Ci opponiamo frontalmente sia al federalismo in quanto progetto politico volto a scardinare l’unità materiale della classe operaia, a dividere ancor più i lavoratori, sia al riaccentramento dello Stato borghese.

Siamo per la difesa intransigente delle libertà e delle agibilità democratiche conquistate a caro prezzo dalla classe operaia.

Chiamiamo alla mobilitazione di massa contro tale progetto antioperaio e antipopolare gridando NO alla disparità di trattamento fra i lavoratori residenti nelle diverse regioni italiane, NO alla differenziazione delle risorse e dei diritti a danno degli operai e degli strati popolari delle aree più devastate del nostro paese, NO ai tagli alla sanità, all’istruzione, ai trasporti pubblici. Esigiamo l’utilizzo dei profitti e delle rendite per i servizi sociali. Sono i ricchi e i padroni a dover pagare!

Queste rivendicazioni da sostenere con la lotta più ampia, corrispondono a necessità vitali delle classi lavoratrici e sono contrapposte alle necessità di sopravvivenza del capitalismo.

Il processo morboso di questo sistema obsoleto si aggrava. La borghesia rende sempre più alti gli ostacoli economici e sociali che impediscono la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, lo sviluppo della loro personalità.

Il sistema sociale fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione si caratterizza sempre più come un sistema di salvaguardia dei privilegi di una ristretta minoranza.

Dunque la lotta contro l’autonomia differenziata, per soddisfare i bisogni improrogabili del proletariato, è per noi un punto di partenza della lotta per il potere.

Solo con la rivoluzione e il socialismo ci sarà la soluzione della questione meridionale, l’effettiva uguaglianza sociale, dei diritti e la più ampia partecipazione delle masse lavoratrici all’amministrazione del nuovo Stato, per assumerne la direzione.

Solo con la rivoluzione e il socialismo sarà rotto l’asfissiante centralismo burocratico e diverrà una realtà il più ampio autogoverno locale, la completa autonomia amministrativa degli enti locali, delle unità produttive, delle scuole, degli ospedali, ecc.

Ciò di cui hanno bisogno gli operai e gli altri lavoratori non è l’autonomia regionale differenziata, ma uno Stato che assicuri la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, sostituita dalla loro proprietà sociale; una Costituzione che non si limiti a fissare l’eguaglianza formale dei cittadini, ma la garantisca anche per via legislativa con determinati mezzi materiali.

Da Scintilla n. 97 – marzo 2019

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