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Mr. Nuke

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(16 Marzo 2011) Enzo Apicella
Nonostante il disastro di Fukushima imperversa l'ipocrisia filonucleare

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    Il materiale del reattore nucleare 1 di Fukushima Daiichi trovato nell’ambiente

    Uno studio anglo-giapponese trova l’uranio di Fukushima nel particolato

    (28 Giugno 2019)

    uranio e altre storie 2

    Attraverso l’analisi della ricaduta di specifiche particelle nell’ambiente un gruppo di scienziati anglo-giapponese ha scoperto nuove informazioni sulla sequenza degli eventi che hanno portato all’incidente nucleare di Fukushima Daiichi del marzo 2011. Così come la tragedia Chernobyl dell’aprile 1986, il disastro nucleare di Fukushima Daiichi (FDNPP) è stato classificato a livello 7 dall’International atomic energy agency (Iaea), il maggior livello dell’International Nuclear Event Scale (INES), a causa della grande quantità di radioattività rilasciata nell’ambiente. I ricercatori evidenziano che «Perfino adesso, otto anni dopo l’incidente, aree significative che circondano l’impianto restano evacuate a causa degli alti livelli di radioattività che ancora esistono. Si ritiene che alcune persone potrebbero non essere mai in grado di tornare alle proprie case a causa dell’incidente».

    Il nuovo studio “Provenance of uranium particulate contained within Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant Unit 1 ejecta material” pubblicato su Nature Communications da un team multidisciplinare di ricercatori guidato da Peter Martin e Tom Scott del South West Nuclear Hub dell’università di Bristol e compost da scienziati della Diamond Light Source, la National synchrotron facility britannica, e della Japan Atomic Energy Agency (Jaea), rivela che «A seguito dell’isolamento del particolato sub-mm da campioni ambientali ottenuti da località vicine all’FDNPP, il team ha utilizzato per la prima volta la capacità dell’ high-resolution combined x-ray tomography i tomografia e l’ x-ray fluorescence mapping capabilities of the Coherence Imaging (I13) al Diamond Light Source. Da questi risultati, è stato possibile determinare la posizione dei vari costituenti elementari distribuiti, attraverso la particella di ricaduta altamente porose, comprese le posizioni esatte di inclusioni di uranio micron attorno alle particelle esterne».

    Dopo aver identificato queste inclusioni di uranio, il team ha poi analizzato la natura fisica e chimica specifica dell’uranio utilizzando il Microfocus Spectroscopy (I18) beamline al di Diamond. E i ricercatori spiegano che «Puntando il fascio di raggi X fortemente focalizzato sulle regioni di interesse all’interno del campione e analizzando il segnale di emissione specifico generato, è stato possibile determinare che l’uranio era di origine nucleare e non proveniva dall’ambiente».

    La conferma finale che l’uranio proveniva dai reattori esplosi di Fukushima Daiichi e arrivata dal particolato analizzato utilizzando la spettrometria di massa all’università di Bristol, dove la specifica firma dell’uranio trovato nelle inclusioni si è rivelata la stessa dell’uranio del reattore 1 di Fikushima. All’università di Bristol sottolineano che «Oltre ad attribuire il materiale a una fonte specifica sul sito FDNPP, i risultati hanno anche fornito agli scienziati informazioni cruciali per determinare il meccanismo attraverso il quale spiegare gli eventi che si sono verificati nell’unità del reattore 1. Attraverso l’applicazione advanced synchrotron analysis techniques, lo stato fisico e chimico delle inclusioni dell’uranio dimostra che nonostante sia di origine reattiva, tale materiale esiste attualmente in uno stato che è ambientalmente stabile, ulteriormente potenziato dal materiale di silicato che lo circonda».

    Questo studio fa parte di un progetto di ricerca in corso che studia l’impatto ambientale di questo particolato contenente combustibile esausto derivante dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, finanziato dal Environmental and Physical Sciences Research Council e dal ministero dell’Istruzione, della cultura, dello sport, della scienza e della tecnologia del Giappone. Un lavoro che coinvolge le università britanniche di Bristol e Sheffield e quelle giapponesi di Ibaraki e Kyoto.

    Martin conclude: «Sono molto lieto che questa ricerca abbia avuto il riconoscimento da parte di Nature Communications . E’ un omaggio all’eccellente collaborazione dei nostri partner dell’Jaea e del Diamond Light Source. Da da questa singola particella, abbiamo appreso una quantità inestimabile di cose sugli effetti ambientali a lungo termine dell’incidente di Fukushima e abbiamo sviluppato tecniche analitiche uniche per ulteriori ricerche sul decommissioning nucleare».

    greenreport

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