il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Imperialismo e guerra    (Visualizza la Mappa del sito )

Nel "giardino di casa" degli USA

Nel giardino di casa degli USA

(5 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Elezioni presidenziali 2010. Il Brasile si sposta a sinistra.

Tutte le vignette di Enzo Apicella

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

SITI WEB
(Americas Reaparecidas)

RIVOLUZIONE E CONTRO-RIVOLUZIONE IN AMERICA LATINA: LA SEVERA LEZIONE DELLA BOLIVIA

(15 Novembre 2019)

bordighismo cileno?

All’inizio dell’anno la prima e principale centrale imperialista del capitalismo mondiale, quella nordamericana, è stata determinata a dichiarare e muovere apertamente la guerra di classe contro le masse latinoamericane e per assicurarsi il totale controllo sul continente, storico suo giardino di casa. All’assedio ed alla conseguente caduta del Venezuela bolivariano avrebbe dovuto seguire, secondo la protervia dei piani apertamente dichiarati, l’attacco al Nicaragua, alla Bolivia di Evo Morales, infine al bersaglio grosso Cuba. Tutti paesi renitenti da riportare sulla retta via della “libertà e della democrazia” vale a dire sotto il controllo politico di Washington e sotto la piena disponibilità di Wall Street.

Le cose non sono andate e non stanno andando esattamente secondo i piani. Nella nostra infinita nullità avevamo scritto: “Imperialisti democratici vi siete sbagliati di grosso: non basta proclamare la guerra per vincerla. La vostra spudorata iniziativa contro-rivoluzionaria susciterà la Rivoluzione, fino in casa vostra.” Così è stato e così è.

Per quanto allo stremo e castrato della sua potenza di classe dalla borghesia patriottica chavista il proletariato venezuelano è rimasto, spina dorsale della resistenza, miracolosamente ed eroicamente in piedi. E’ subito seguita la sollevazione delle masse haitiane che, disperate ed entusiasmanti, sono forse vicine ora a cogliere il primo frutto della lotta per il rovesciamento dell’infame governo della borghesia haitiana, stracciona e quisling dell’imperialismo democratico. Esse inoltre, come abbiamo sottolineato in un nostro breve saluto a quegli indomiti proletari, hanno indicato – dato brutalmente fisico e materiale – la via per spezzare effettivamente l’assedio dell’imperialismo democratico e sconfiggerlo. La via dell’azione di Forza, della violenza rivoluzionaria di massa e di classe, unica sorgente di vera liberazione. Una catena di pronunciamenti di forza proletaria si sono poi susseguiti: dall’Honduras, all’Ecuador fino al sollevamento di massa cileno venuto a rompere i cristalli del “paese più ricco del Sudamerica”.

Si tratta di una serie di pronunciamenti di forza proletaria del tutto privi di “coscienza di sé”. Del tutto privi di un indirizzo preciso di classe e più ancora di una qualsiasi organizzazione politica capace di centralizzare, unificare e moltiplicare la potenza rivoluzionaria racchiusa dentro quei movimenti di massa e di popolo. Simbolicamente, non per caso, non è la nostra bandiera rossa a sventolare sulle masse di Santiago piuttosto che di Port-au-Prince (come fra i proletari di Francia non lo è). Sono invece le bandiere nazionali oppure “etniche” come quella Wisphala degli indios boliviani. Non è ancora la nostra bandiera rossa, ma è già la nostra rivoluzione “anonima e tremenda” in atto che oppone, sia come sia, la sua Forza – dato brutalmente fisico e materiale – alla forza della contro-rivoluzione. Alla massa dei proletari e dei senza-riserve scesi in piazza a Santiago poco o nulla importa dei fratelli di classe di Port-au-Prince o di Quito o di El Alto, e viceversa. Essi “semplicemente” reagiscono alla insopportabilità del presente e il dato politico spontaneo indotto dal fisico e materiale ingaggio di forza è la riforma dello Stato borghese, certamente non la distruzione e l’instaurazione sulle sue ceneri del potere e della dittatura di classe. Il campo è aperto alla lotta politica nella massa dei senza-riserve messa in azione fra le forze coscienti ed organizzate del Partito della Rivoluzione (al dato attuale nulle o ridotte ai minimi termini) e quelle multiformi che appaiono e sono oggi soverchianti della conservazione e della contro-rivoluzione borghese.

La “semplice” e “incosciente di sé” manifestazione di Forza proletaria espressa dalle masse latinoamericane congiuntamente in primo luogo alla cocente perdita di potere subita dall’imperialismo statunitense in Siria stanno portando le cose dentro la sua stessa tana prossime al punto critico di rottura. Prossime cioè al punto in cui gli indici di Wall Street dovranno registrare, nonostante tutti i trucchi messi in campo degli stregoni della finanza, la perdita di potere della potenza portante del capitalismo mondiale. Allora le cataratte si apriranno, evento temuto come la peste da tutta la borghesia mondiale, russi e cinesi inclusi. Proprio perché il punto di critico di rottura si avvicina pericolosamente l’imperialismo darà fondo a tutte le sue risorse anche sul piano delle manovre e delle “sorprese” politiche. Dal cilindro di Trump o di chi per esso non dovremo sorprenderci se, oltre al bastane, sortirà la carota. La carota-tranello della “proposta di dialogo e di pacificazione”, soprattutto il maneggio della trappola democratica attorno cui infinocchiare le masse e per disperderne la forza di classe. L’imperialismo americano si trova nella situazione di impotenza che al dato attuale vieta agli scarponi dei marines di calpestare la terra latinoamericana e allo stesso tempo non può mollare la presa sul giardino di casa. La politica di dominio imperialista deve perciò fare un giro più largo, utilizzando in pieno l’arma democratica di distrazione di massa.

E’ quanto noi presumiamo di intravvedere dagli eventi in atto in Bolivia.

Ci scorrono davanti agli occhi le immagini della rabbiosa risposta dei proletari indios di El Alto (vedi e ascolta QUI) contro il pronunciamento militare che ha “suggerito” – “suggerito” scritto testuale nel comunicato del comando militare – al presidente Evo Morales di dimettersi dal governo. Il loro capo riformista non solo, come “suggerito”, si è dimesso “per evitare spargimento di sangue e per facilitare la pacificazione nazionale” ma è scappato dal paese trovando asilo in Messico. Meno di un mese dopo aver, il 20 di ottobre, …vinto le elezioni.

Con questo passo il capo riformista Morales manda ai proletari indios ed al proletariato boliviano tutto un preciso ed inequivocabile segnale politico. Segnale di resa e capitolazione rispetto alla manovra messa in atto dalla borghesia stracciona di Bolivia e, appena dietro le quinte, dall’imperialismo nordamericano che pure egli denuncia come golpe. Un ennesimo golpe passato in pieno grazie e attraverso l’imbroglio democratico (la infinita e fasulla questione sui brogli e sui non brogli utile a stordire le masse e a farle perdere il bandolo: il conto della Forza proletaria, se c’è o non c’è e non quello delle schede se ci sono o non ci sono nelle urne) e non “contro la democrazia” come si vuole accreditare stolidamente da parte “progressista”.

I patrioti anti-imperialisti del “Frente anti-imperialista internazionalista” (che prendiamo come esempio di tale mentalità) scrivono: “E’ evidente che la immensa maggioranza del popolo boliviano ha votato per Evo Morales, la maggioranza della popolazione indigena e contadina, la classe lavoratrice, lo appoggiava; però la borghesia e il grande capitale trans-nazionale pretendono di cacciarlo per potere depredare con maggior voracità le immense risorse del paese. … Il golpe si è dato mediante la brutalità fascista, la maggior parte della polizia non proteggeva il popolo dagli attacchi dei mercenari e i militari hanno annunciato che si allineavano con il golpe. Come sempre quando la classe degli sfruttatori non consegue il suo scopo attraverso le elezioni, essa ricorre al golpe militare e paramilitare, al terrore…”. C’è “qualcosa” che non torna, che non quadra in questa ricostruzione. Una “immensa maggioranza” ha votato Evo è si è lasciata soffiare la vittoria (evidentemente di carta) dalla brutalità di una minoranza fascista protetta dalla polizia? Ma questo è un insulto per le masse e per il proletariato di Bolivia! La forza di classe è stata invece sistematicamente logorata e castrata dalle politiche riformiste le quali hanno sempre mirato al “dialogo” e alla “conciliazione patriottica” proprio con quel ceto di borghesia stracciona dal cui seno germinano le orde fasciste e razziste oggi scatenate (e che verranno in breve riportate nei ranghi dal potere militare centrale borghese). La politica riformista e la menzogna democratica a cui sono state costrette ad incatenare la loro forza di classe, le ha condotte ad essere impotenti nel momento critico, e si prefigge di farle rimanere tali. La stessissima cosa che avviene in Venezuela, dove i serpenti borghesi alla Guaidò sono lasciati impunemente liberi di vivere e di moltiplicarsi.

La giunta militare chiamata a mantenere l’ordine borghese nel provvisorio vuoto politico creato dalle dimissioni di Evo, si avvia effettivamente a fare opera patriottica di “pacificazione del paese” cioè a schiacciare senza pietà ogni eventuale sollevazione proletaria ed al tempo stesso tenendo a bada le bande dell’estrema destra fascista e razzista la cui azione violenta, se non limitata e circoscritta, rischia di far saltare per aria la manovra d’ordine “di salvezza nazionale” suscitando e provocando una incontrollata e incontenibile ondata di violenza proletaria rivoluzionaria.

Per Morales e per il riformismo si tratta ora di dirigere e impostare “la resistenza” e di aprire la contrattazione con le solite ennesime “frazioni patriottiche” della borghesia stracciona boliviana, nella prospettiva di …vincere le elezioni prossime venture.

Il corso di questa manovra borghese, di questo golpe in atto può essere nell’immediato rovesciato solo da un pronunciamento di classe proletario, imperniato in particolare sui proletari minatori. Se essi (come speriamo e auspichiamo ma riteniamo altamente improbabile) riterranno e decideranno di calare dai loro altopiani su La Paz, debitamente muniti della dinamite che sanno bene usare e dopo essersi debitamente puliti il culo con la carta dei loro certificati elettorali. Loro, se lo ritengono e lo decidono, hanno il potere di farlo. Nelle loro mani è la dinamite e la Forza di classe, che decide. Nel bene e nel male. Se lo ritengono e lo decidono, vincendo non solo le direttive contrarie della burocrazia della COB, la gloriosa centrale sindacale boliviana la quale essa stessa burocrazia ha “suggerito” (esattamente come i comandi militari) le dimissioni a Morales dopo che per 14 anni è stata un pilastro essenziale dei suoi governi. Ma vincendo anche la profonda disillusione e stato di sbandamento politico causati nelle fila del proletariato boliviano dall’opera di compromesso e conciliazione di classe portata avanti dal “governo amico” che non ha esitato in questi anni a soffocare le rivendicazioni e gli interessi di classe fuori dal quadro della sacra competitività dell’economia borghese e a reprimere i proletari rivoluzionari che hanno osato contestarne le politiche anticlassiste.

Ascoltiamo l’urlo di battaglia dei proletari indios di El Alto: “AHORA SI – GUERRA CIVIL”, “ADESSO SI – GUERRA CIVILE”! E’ esattamente il contrario di quanto sistematicamente predicato e praticato dal loro stesso capo Evo che li ha piantati in asso nel momento cruciale e difficile della lotta. E’ esattamente il contrario di quanto predicato e praticato dalle burocrazie sindacali che dietro il nobilissimo scopo di “evitare lo spargimento di sangue” lasciano campo libero alla manovra che si attua nella combinazione legale/extralegale delle forze borghesi.

Quel grido di battaglia, rabbioso e spontaneo, ha un valore non contingente. Esso esprime la linea attorno a cui dovrà orientarsi e disciplinarsi la forza delle masse. In Bolivia, in Cile, ad Haiti ovunque: distruzione dello Stato borghese, potere di classe e non democrazia!

NUCLEO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA

1514