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(6 Novembre 2010) Enzo Apicella
Esplode la Eureco di Paderno Dugnano: sette operai feriti, quattro rischiano la vita. In Puglia tre morti sul lavoro nell'ultima settimana

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(Di lavoro si muore)

Omicidi sul lavoro: colpevole il capitale

(24 Novembre 2019)

no morti sul lavoro

Più di tre morti al giorno (solo in Italia), centinaia di invalidi e malati per cause di lavoro: una strage, che colpisce tutto il mondo – fabbriche in fiamme, miniere che esplodono, cantieri che crollano, laboratori clandestini che soffocano, macchinari che divorano, veleni che uccidono, se non di colpo, lentamente – centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di morti proletarie. Una strage senza fine, che cresce in maniera mostruosa di pari passo con l’approfondirsi della crisi: perché bisogna obbedire alla legge del profitto e della competizione internazionale, alla necessità assoluta del capitale di sfruttare al massimo gli impianti e la forza-lavoro risparmiando sulle “spese inutili” (questo infatti è il significato vero di “produttività”, parola magica e idolo da venerare di tutti i funzionari del capitale). Una strage che, al di là delle singole responsabilità, ha in realtà un unico, vero colpevole: il capitale, in quanto modo di produzione che è ormai diventato – su questo come su altri piani – sempre più distruttivo, sempre più sanguinario.
Scrive Marx, nel Libro Primo del Capitale: “Dal punto di vista del processo di valorizzazione, il capitale costante, i mezzi di produzione, esistono al solo scopo di succhiare lavoro e, con ogni goccia di lavoro, una quantità proporzionale di pluslavoro. [...] Il prolungamento della giornata lavorativa oltre i limiti della giornata naturale, fin nel cuore della notte, è solo un palliativo, sazia solo in parte la sete da vampiri di vivente sangue del lavoro. L’impulso immanente della produzione capitalistica è quindi di appropriarsi lavoro durante tutte le 24 ore del giorno naturale [...]. [...] nel suo cieco, smisurato impulso, nella sua fame da lupo mannaro di pluslavoro, il capitale scavalca le barriere estreme non soltanto morali, ma anche puramente fisiche, della giornata lavorativa. Usurpa il tempo destinato alla crescita, allo sviluppo e al mantenimento in salute del corpo. Ruba il tempo necessario per nutrirsi d’aria pura e di luce solare. Lesina sull’ora dei pasti e, se possibile, la incorpora nello stesso processo di produzione, in modo che i cibi vengano somministrati all’operaio quale puro mezzo di produzione, così come si somministra carbone alla caldaia e sego od olio alla macchina. Riduce il sonno gagliardo, indispensabile per raccogliere, rinnovare e rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne richiede la ravvivazione di un organismo totalmente esausto. Lungi dall’essere la normale conservazione della forza lavorativa il limite della giornata lavorativa, è al contrario il dispendio giornaliero massimo possibile di forza lavoro, per quanto morbosamente coatto e faticoso, quello che determina il limite del tempo di riposo dell’operaio. Il capitale non si dà pensiero della durata di vita della forza lavoro; ciò che unicamente lo interessa è il massimo che ne può mettere in moto durante una giornata lavorativa. Ed esso raggiunge lo scopo abbreviando la durata in vita della forza lavoro, così come un rapace agricoltore ottiene dal suolo un maggior rendimento depredandolo della sua fertilità naturale” (K. Marx, Il Capitale, Libro Primo, Cap. VIII: “La giornata lavorativa”).
Così era ai tempi di Marx, così è oggi: turni di lavoro massacranti allora e turni di 12-16 ore adesso, straordinario, cottimo, lavoro notturno, precarietà, miseria allora, e lo stesso oggi. E’ la rapina delle condizioni di esistenza, è l’omicidio e la strage. Le decine di migliaia di omicidi di allora sono diventate le centinaia di migliaia di oggi. Ovunque oggi è presente una fabbrica, un cantiere, un luogo di lavoro, lì è un luogo di detenzione e di morte.

Le vittime proletarie di questa strage infinita urlano ai loro compagni di vita e di lavoro la necessità di farla finita con questo vampiro, di piantargli nel cuore una volta per tutte il paletto di frassino, perché la sua permanenza in vita significa solo altre sofferenze, altro sangue, altra morte. Urlano la necessità della rivoluzione violenta diretta dal partito comunista mondiale, della presa del potere e dell’instaurazione della dittatura del proletariato come ponte di passaggio verso un altro modo di produrre, di distribuire, di consumare. Urlano la necessità del comunismo in quanto società finalmente senza classi e dunque senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Intanto, però, i proletari continuano a morire sul luogo di lavoro, e di fronte a questo massacro noi comunisti non ci limitiamo a propagandare la necessità della rivoluzione e del comunismo. Sappiamo molto bene che quella battaglia finale sarà possibile solo in quanto la classe proletaria avrà ricominciato a lottare e a organizzarsi per difendere in primo luogo le proprie condizioni di vita e di lavoro – perché solo attraverso queste lotte immediate di difesa essa ricomincerà ad acquisire il senso del contrasto insanabile fra la propria sopravvivenza quotidiana in quanto classe (e non più solo in quanto individui alla mercé di forze immani) e le esigenze del capitale, rappresentate e difese da quel baluardo armato che è lo Stato nazionale. La lotta immediata di difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro è la condizione primaria per uscire dal senso di isolamento e di impotenza, per sentire concretamente la presenza e la solidarietà non retorica e non a parole di un intero fronte proletario in lotta, per dichiarare apertamente e dimostrare nei fatti che non una sola strage di proletari resterà impunita.

Questa lotta immediata di difesa dovrà partire da quelli che sono i nodi principali della condizione proletaria. Essa dovrà dunque porre al proprio centro la lotta aperta per la drastica diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario: proprio per combattere il prosciugamento quotidiano delle energie psico-fisiche, l’abbrutimento di una forza-lavoro considerata pura appendice della macchina, la distruzione di corpi e menti che per il capitale sono solo altrettanti usa-e-getta. Dovrà poi accompagnare a questa rivendicazione l’altra, sua gemella – quella di forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate: perché il salario proletario non basta a sopravvivere e sempre più numerosi sono i lavoratori costretti a turni massacranti, a micidiali straordinari, per cercare di portare a casa qualcosa di più che permetta a loro e alle loro famiglie di arrivare alla fine del mese.

La lotta per questi due obiettivi essenziali dovrà quindi inevitabilmente porsi il problema della rinascita di organismi di difesa economica su basi territoriali. Reagendo infatti all’abbandono e al tradimento delle centrali sindacali trasformatesi ormai da tempo in colonne portanti dello Stato (e dunque in nemici aperti dei lavoratori che non intendano accettare supinamente le leggi del capitale), questi organismi saranno in grado di assicurare la continuità organizzativa: loro compito sarà quello di organizzare concretamente le lotte, di collegare le esperienze dei proletari combattivi in un unico fronte, tutelando così anche le categorie e i settori più sfruttati e ricattabili (immigrati, donne, clandestini), e di difendersi dagli attacchi che Stato e padronato porteranno anche al più piccolo episodio di lotta veramente indipendente. L’arma principale di questa lotta di difesa immediata dovrà tornare a essere quella dello sciopero senza preavviso e senza limiti di tempo, che vada a colpire direttamente la produzione, la distribuzione, i servizi pubblici – cioè quei nodi che sono vitali al “buon funzionamento” del capitale e dunque all’estrazione selvaggia di pluslavoro dalla carne e dal sangue dei proletari. Solo sull’onda di queste lotte, uno sciopero generale non sarà più il triste rituale, l’oscena burla, a cui l’hanno ridotto decenni di patteggiamenti con il nemico di classe, ma che sia davvero il dispiegarsi in campo di un esercito in battaglia.

I proletari più combattivi, che hanno imparato sulla propria pelle che non esistono altre vie, comprenderanno che questa strategia articolata – che parte dalla difesa delle condizioni di vita e lavoro per porre la questione della presa del potere e dell’instaurazione della dittatura proletaria – ha bisogno, per poter avere successo, non tanto nell’immediato (perché ogni conquista parziale può esser rimangiata dal capitale e dal suo Stato), quanto in prospettiva, di un organo politico che la diriga e indirizzi, fondandosi su una solida teoria: il partito rivoluzionario. Ripresa della lotta di classe aperta e radicamento internazionale del partito rivoluzionario dovranno necessariamente andare di pari passo: di più, sono strettamente legati insieme. Se così non sarà, il vampiro celebrerà ancora il proprio trionfo e continuerà l’orrendo olocausto di proletari.

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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