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L'umore di Moody's

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(18 Giugno 2011) Enzo Apicella
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C'E' UNA STRADA NUOVA PER IL CAPITALE?

(21 Febbraio 2020)

Editoriale del n. 86 di "Alternativa di Classe"

oxfam logo

Anche quest'anno, tra Martedì 21 e Venerdì 24 Gennaio si è tenuto a Davos, in Svizzera, il Forum Economico Mondiale (World Economic Forum), l'incontro tra “vip”, aziende e politicanti di tutto il mondo, che, da momento di incontro “informale” promosso cinquanta anni fa dalla omonima “fondazione senza fini di lucro” (peraltro, in realtà, finanziata dalle principali multinazionali), dal 2015 è divenuto un vero e proprio evento ufficiale internazionale.
Quest'anno i tremila presenti hanno discusso di “Sviluppo Sostenibile”, sotto lo slogan “Portatori di interesse per un mondo coeso e sostenibile”. Non poteva mancare, perciò, oltre al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Centrale Europea, a rappresentanti di primo piano della politica e della finanza mondiali, la ormai celeberrima Greta Thunberg, giovane attivista svedese ambientalista, per il secondo anno consecutivo.
Dopo il fallimento annunciato della Cop25 di Madrid (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n.84 a pag. 2), non si poteva che parlare, infatti, anche di ambiente e di clima... E la chiave con cui è stata approcciata la questione è stata, ovviamente, in termini di economia di mercato. Oltre tutto, nel contesto in cui la maggioranza degli amministratori delegati (Ceo) ha previsto che, per il terzo anno consecutivo, aumenterà il tasso di riduzione della crescita economica mondiale per il 2020, superando quello, già alto, del 29% dell'anno scorso...
L'avvio a soluzione, secondo gli analisti ed i network di consulenza strategica, come PwC, starebbe nel fatto che il mondo dell'impresa dovrebbe cambiare l'atteggiamento di fondo, passando dall'obiettivo “ottimista” del profitto a breve termine per gli azionisti, ad una visione, più lungimirante, di un cosiddetto “realismo tecnologico”, che individui i “portatori di interesse” come referenti.
L'analisi in termini economici rivelerebbe che il 75% dei territori, il 66% dell'ambiente marino ed il 47% degli ecosistemi del pianeta hanno già subito profonde modifiche da parte delle attività antropiche, con un probabile danno di 44mila miliardi di dollari per l'economia mondiale. Interi settori, come quello edile, quello agricolo e quello alimentare, dipendono dalle situazioni ambientali, e con costi da miliardi di dollari, che per i principali imperialismi sarebbero 2700 per la Cina, 2400 per la UE e 2100 per gli USA.
Lo stesso maggiore utilizzo della “Intelligenza Artificiale (AI)” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 45 a pag. 4), che spinge verso una irreversibile dipendenza dalle tecnologie informatiche, dovrebbe smettere di avvenire per il profitto immediato, ma essere indirizzato verso la creazione delle infrastrutture necessarie per la “banda larga”, il Cloud, le reti energetiche e satellitari, in una parola per la “rivoluzione industriale 4.0”, cui sarebbe funzionale una massiccia digitalizzazione verso il “lavoro 4.0”.
Rispetto al lavoro, infatti, è stato traguardato per il 2022 un ampliamento delle “conoscenze digitali di base” in tutti i settori, a partire dai servizi alle imprese, intese in senso ampio, e cioè compresa la pubblica amministrazione ed i “big data” (con le propensioni al consumo). E' stato calcolato che entro il 2030 nel mondo oltre un miliardo di persone dovranno accedere a “competenze digitali avanzate”, pena una perdita di 11500 miliardi di dollari di PIL per i maggiori imperialismi.
Sono stati analizzati tutti i fattori di rischio per “l'economia globale”, classificati come rischio economico, ambientale (in passato totalmente non considerato), geopolitico, sociale e tecnologico. Ogni singolo rischio dei diversi tipi ora considerati è stato inserito in un diagramma probabilità/impatto, ed al livello più alto è risultato proprio quello ambientale, con il “fallimento delle azioni sul clima” al livello maggiore di impatto (> 4), e gli “eventi meteorologici estremi” al livello maggiore di probabilità ( > 4), seguiti dall'alto livello di probabilità (sempre > 4) anche dello stesso “fallimento climatico”.
Oltre al fatto, significativo, che già in fase previsionale viene considerata l'ipotesi del fallimento delle misure per l'ambiente, degno di nota appare il fatto che la “instabilità sociale” è stata considerata di probabilità “media”, oltre che di impatto “medio-basso”. Le conclusioni del Forum, però, sono state comunque tutte a favore di una economia “inclusiva”, che consideri di più (bontà loro...) i problemi della natura e dei salariati, con i Bertinotti di tutto il mondo, che gongolano sul leit motiv del “E' proprio come avevo detto io!”... Naturalmente, resta intoccabile il “commercio globale”, riconosciuto dai “Thing tank” (“serbatoi” del pensiero capitalista) come “motore della crescita”.
La principale preoccupazione dei “cervelli” del capitalismo internazionale, che, come visto, si sentono sufficientemente tranquilli sul terreno della “stabilità sociale”, è il superamento della crisi del capitale con la perpetuazione di questo sistema sociale, da cui la ricerca di una garanzia di formazione del valore anche “a lungo termine”. In tale senso, creano problemi i dazi ed i conflitti commerciali fra i due colossi dell'economia mondiale, USA e Cina, che poi si riflettono sul mondo intero, ma anche la Brexit ed i contrasti geopolitici tra potenze, oltre alle “eccessive” regolamentazioni ed alle modifiche normative per il digitale.
Secondo i convenuti a Davos, insomma, la crisi, iniziata nel 2008, ha meno margini di allora sul piano monetario e fiscale, e, per affrontare i rischi globali contemporaneamente alla stagnazione economica, occorrono un approccio “multilaterale” ed una nuova stabilità economico-sociale, a vantaggio della “business community”, con il solerte aiuto del potere politico. In sostanza, le analisi di Davos fungono da substrato comune di conoscenze, sulla base delle quali i colossi della finanza internazionale, ognuno per proprio (torna)conto, premeranno verso l'istituzione di “sufficienti” incentivi da concordare, al fine di valutare eventuali modifiche agli indirizzi dei loro investimenti. A proposito di un prossimo cambiamento dei riferimenti del capitalismo...
Proprio subito prima dell'appuntamento di Davos 2020, il 19 Gennaio scorso, Oxfam, la influente e documentata ong internazionale con sede in Gran Bretagna, ha pubblicato un Report intitolato “Lavoro di cura non retribuito o sottopagato e crisi globale della disuguaglianza”, con un tipo di dati che, nella sostanza, hanno interessato ben poco i convenuti a Davos.
Dal 2013 ad oggi, infatti, il tasso di riduzione della povertà nel mondo, secondo la stessa Banca Mondiale, si è dimezzato, mentre la ricchezza di una piccola elite sta crescendo in modo esponenziale (nonostante la crisi, o forse proprio per quella...). Il Rapporto di Oxfam arriva a dire con chiarezza che nel mondo “al vertice della piramide: solo denaro e niente lavoro”, mentre “alla base della piramide: solo lavoro e niente denaro”.
A Giugno 2019, l'1% più ricco della popolazione mondiale deteneva più del doppio della ricchezza netta patrimoniale degli altri 6,9 miliardi di persone. Andando a discernere all'interno di quel 1% (circa 76 milioni di persone), sono solo 2153 i miliardari che detenevano più ricchezza del 60% della popolazione mondiale (4,6 miliardi di persone), e le 22 persone più ricche in assoluto sono risultate detenere più ricchezza di quanto, ad esempio, hanno tutte le donne africane insieme. Diminuiscono le distanze fra i livelli medi di ricchezza dei diversi Paesi, ma nella maggioranza di essi aumenta la diseguaglianza ed è forte la polarizzazione fra poveri e ricchi.
Insieme al fenomeno della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, c'è anche quello dell'aumento dei patrimoni maggiori e della diminuzione di quelli inferiori. Per dare un'idea delle differenze nel mondo, il Report cita testualmente: “Se tutti si sedessero sulla propria ricchezza sotto forma di una pila di banconote da 100 dollari, la maggior parte dell'umanità sarebbe seduta al suolo. Una persona della classe media di un Paese ricco si siederebbe all'altezza di una sedia. I due uomini più ricchi del mondo sarebbero seduti nello spazio.”
In ogni caso, il Report di Oxfam, teso a sostenere che, fermi restando i presupposti di questo sistema sociale, un cambiamento è possibile, analizza la crescita dei salari medi e dei profitti tra il 2011 e il 2017 nei Paesi del G7. Il risultato è che, mentre i salari medi sono aumentati del 3%, i “dividendi dei ricchi azionisti” sono aumentati del 31%, e cioè più di 10 volte in percentuale. E' evidente che la differenza in valori assoluti è molto maggiore, vista l'entità dei profitti. Oxfam, così, chiama in causa la non progressività della tassazione, che certamente diminuirebbe l'entità delle differenze, ma in termini non sostanziali...
Altro dato della Banca Mondiale, riportato da Oxfam, è che quasi metà (il 46%) della popolazione mondiale sopravvive con meno di $ 5,50 al giorno (€ 151,80 al mese), e che “per molte persone è sufficiente una prestazione ospedaliera imprevista o un raccolto fallito per cadere nell’indigenza”. Più del doppio dell'aumento del reddito complessivo va al 1% più ricco della popolazione mondiale, rispetto a quanto va all'insieme del 50% più povero. In questo modo, risulta evidente a vantaggio di chi vanno lo sviluppo e l'incremento nella “produzione del valore”!...
Il lodevole impegno documentale di Oxfam va poi a prendere in considerazione l'aumento, anche in prospettiva (nel 2030 si prevedono 100 milioni di anziani in più e 100 milioni di bambini in più...), della necessità del lavoro domestico e di quello di cura anche per bambini, anziani, malati e disabili, dovuto al taglio dei servizi pubblici, all'invecchiamento della popolazione ed allo stesso cambiamento climatico. Tale tipo di lavoro oggi ricade per la massima parte sulle donne, e in particolare quelle povere: tre quarti di quello non retribuito e due terzi di quello retribuito. Anche per queste problematiche Oxfam si fa portatrice di proposte di riforma radicali, ma di difficile realizzazione nel quadro del sistema esistente.
Nel quadro di una situazione mondiale di questo tenore, anche la situazione italiana non fa certamente eccezione, anzi...
La “mobilità sociale”, cioè, in questo caso, le prospettive di una vita decente per le ultime generazioni, è la più bassa d'Europa: i figli dei più poveri sono destinati a fare a loro volta i poveri, mentre i figli dei più ricchi sono destinati, in massima parte, ad essere ricchi! Aumentano i lavori precari e dall'inizio del terzo millennio i livelli retributivi medi dei più giovani non hanno fatto che diminuire, con un forte aumento dell'emigrazione giovanile. Aumenta la povertà anche fra chi lavora, ed il 30% dei più giovani guadagna meno di 800 Euro mensili!
E oltre tutto, in un simile contesto, la maggior parte delle forze politiche punta il dito contro il Reddito di cittadinanza che, pur con tutti i suoi limiti, le sue contraddizioni, e finanche le sue iniquità, non è certo destinato ai più ricchi. La destra, e non solo, parla addirittura di referendum per abolirlo completamente, destinando interamente quello stanziamento direttamente alle aziende, e, cosa che meraviglia di più, non senza il consenso di molti proletari disorientati!...
Si tratta per i proletari di abbandonare, qui in Italia come altrove, il politicismo, e mettere al primo posto le proprie esigenze dirette ed i propri interessi come classe, senza farsi sviare dalla propaganda dei media e dalle promesse dei politicanti. A partire da una conoscenza diretta dei dati, sempre “addomesticata” dai media, va ripreso il conflitto, partecipando in prima persona, e costruendo necessari livelli di unità nella lotta sia con chi ha oggettivamente lo stesso problema, che a livello territoriale.

Alternativa di Classe

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