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Cesare Romiti: morte di uno sfruttatore

(19 Agosto 2020)

Due sfruttatori

Mentre padroni, governo, presidente della repubblica, sindacalisti di CGIL-CISL-UIL e politici di tutti i partiti, a cominciare dagli ex PCI, rendono omaggio al manager, ex amministrare delegato della FIAT di Giovanni Agnelli che licenziò migliaia di lavoratori, NOI NON SPRECHIAMO NE LACRIME NE’ CORDOGLIO PER LO SFRUTTATORE CAPITALISTA.
OGNUNO PIANGE I SUOI MORTI E ROMITI NON E’ UN MORTO NOSTRO.
Riportiamo un breve scritto sul licenziamento di 61 operai FIAT del 1979, sui 14.469 licenziamenti annunciati del 1980 e sui 35 giorni di lotta, fino alla marcia dei crumiri.
Romiti e Agnelli, oltre a migliaia di licenziamenti, furono responsabili anche della morte di oltre 200 lavoratori FIAT cassintegrati che si suicidarono.

IL LICENZIAMENTO DI 61 OPERAI ALLA FIAT
L’acuirsi della crisi genera forti contrasti sociali, il profitto va salvaguardato a qualunque costo.
Si scatena la campagna contro l’assenteista, il violento, il terrorista in fabbrica.
61 lavoratori vengono licenziati alla Fiat di Torino, altri all’Alfa di Arese e alla Magneti Marelli a Milano.
Alcuni di loro, arrestati con l’accusa di appartenenza alle Brigate Rosse, si dichiarano prigionieri politici.
Questo fatto viene usato come un alibi dallo stato per colpire tutti i lavoratori che si battono coerentemente contro lo sfruttamento. Ciò crea uno sbandamento in alcuni gruppi operai, ma anche la necessità per i proletari coscienti di porre all'ordine del giorno il problema dell’organizzazione di classe.
Alcuni mesi dopo, la sentenza dei giudici di Torino reciterà chiaramente il motivo della loro espulsione dalla FIAT: ”.... gli operai licenziati contribuivano ad aumentare il clima di conflittualità in fabbrica con gravi conseguenze sui livelli di produttività in un settore decisivo dell’economia”.
La risposta ai 61 licenziamenti
La FIAT, dopo aver avvertito in anticipo PCI e sindacati della sua intenzione di licenziare circa 80 lavoratori, concordò in un incontro segreto la lista dei licenziati, ridimensionandola in base alle osservazioni dei sindacati e del PCI. Così la lista, depurata e concordata, stabiliva in 61 i dipendenti da licenziare con il pretesto di connivenza con il terrorismo.
Giuliano Ferrara (a quel tempo dirigente del PCI di Torino) ha confermato il sospetto di un’intesa che già circolava all'epoca in un’intervista rilasciata durante la trasmissione televisiva “Porta a porta”, e riportata dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2000.
Nella stessa trasmissione Cesare Romiti, l’allora amministratore delegato della Fiat, confermò che: “la Fiat avvertì in anticipo i vertici sindacali dell’intenzione di licenziare”.
Ma veniamo ai fatti:
il 9 ottobre 1979 a 61 lavoratori della Fiat Mirafiori, Rivalta e della Lancia di Chivasso vengono spedite lettere di licenziamento.
Appena si sparge la notizia in alcuni reparti di Rivalta la risposta degli operai è immediata.
Gli scioperi scoppiano, alcuni spontanei, altri organizzati dagli stessi operai licenziati, tra i lavoratori c’è molta rabbia ma anche molto disorientamento.
La FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici, il sindacato unitario CGIL-CISL-UIL) dichiara tre ore di sciopero per mercoledì 1° novembre , ma la mattina, prima dello sciopero, diffonde un volantino contro il terrorismo.
Durante le assemblee il dibattito viene incentrato dai sindacati sulla violenza in fabbrica, i sindacalisti sostengono che la Fiat avrebbe “prove” contro i licenziati.
Nonostante la campagna forcaiola, l’assemblea del 1° turno di Rivalta con oltre 2000 operai decide all'unanimità di continuare lo sciopero oltre le tre ore sindacali e con la presenza dei licenziati in fabbrica la lotta continua con cortei e “spazzolate” interne.
Immediatamente la FLM ed i suoi delegati sabotano la lotta, cercando di isolare i 61 lavoratori licenziati. Solo in pochi altri reparti la lotta prosegue sino a fine turno.
Alla Lancia di Chivasso succede la stessa cosa, nella giornata di mercoledì lo sciopero prosegue sino a fine turno, ma i cortei interni e gli scioperi organizzati insieme ai licenziati continueranno anche nei giorni seguenti.
Questi episodi di risposta operaia però, dopo la fiammata iniziale, non ebbero seguito. Non si riuscì a dare continuità ed organizzazione alla lotta.
Il ruolo di “pompiere” del sindacato fu reso evidente dal fatto che, oltre le tre ore di sciopero di mercoledì 10, venne indetto un solo sciopero di due ore al Palasport martedì 23 ottobre.
A quel punto scende in campo anche Lama, che dichiara che il sindacato aspetterà di conoscere le prove di Agnelli, perché “il sindacato difenderà solo gli operai accusati ingiustamente”.
Questa posizione viene fatta propria dalla FLM e dal PCI e il licenziamento dei 61 apre la strada ai licenziamenti di massa.
I 35 giorni di lotta alla Fiat
Un anno dopo, il 10 settembre 1980, a Roma avviene la rottura delle trattative tra FLM e FIAT sulla cassa integrazione.
L’11 settembre 1980 la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Subito gli operai del 1° turno di Mirafiori proclamano 8 ore di sciopero. La lotta si estende e si trasforma nei giorni successivi in lotta ad oltranza. Lo scontro si acutizza, si fanno picchetti permanenti davanti a tutte le portinerie ed il PCI soffia sulla protesta operaia, usando questa lotta per i suoi scopi elettorali.
Intanto, il 27 settembre, il governo Cossiga è costretto a dimettersi e la Fiat sospende i licenziamenti per “..spirito di responsabilità”. A questo punto i sindacati ritirano lo sciopero generale proclamato per lunedì 29 settembre e la Fiat annuncia per il 2 ottobre la cassa integrazione per 23.000 lavoratori. Il 30 settembre l’assemblea dei delegati decide di proseguire la lotta e si continua con il blocco totale dei cancelli.
Ma come la storia del movimento operaio insegna, una forma di lotta ad oltranza, confinata in fabbrica, alla lunga è perdente se rimane solo nell'ambito sindacale. Infatti con il passare dei giorni le difficoltà degli scioperanti aumentavano mentre diminuivano gli operai attivi ai picchetti. Per far fronte alla stanchezza e alla rassegnazione il sindacato ed il PCI chiamarono, di rinforzo alla lotta, delegati da tutte le città.
Per 35 giorni, pullman di delegati partivano tutte le mattine dalle città del nord, in particolare dalla zona di Sesto San Giovanni, Milano e Genova con destinazione Torino.
Le ronde ed i picchetti degli scioperanti, guardati a vista dalla polizia, si scontravano spesso con gruppi di crumiri organizzati da capi e leccapiedi della direzione che cercavano di sfondare i picchetti rivendicando il “loro diritto al lavoro”.
Intanto la fermata della produzione alla Fiat dà un duro colpo ad Agnelli, colpendolo nel suo più intimo sentimento: il profitto (o il portafoglio, come dicevano scherzosamente i lavoratori ai picchetti dei cancelli Fiat).
La situazione stava diventando non più tollerabile, ormai anche il PCI e il sindacato stavano cercando un pretesto per chiudere lo sciopero. La direzione Fiat decise di scendere direttamente in campo organizzando capi, impiegati, bottegai. Tutta la Confindustria, padroni e padroncini dell’indotto Fiat, e molti lavoratori diventati crumiri o resi crumiri dalla paura della perdita del posto di lavoro, si mobilitarono.
Il risultato del lavoro svolto dalla Fiat fu una imponente manifestazione per le vie di Torino. La mattina del 14 ottobre 1980 il coordinamento dei capi e dei quadri intermedi convocava una manifestazione al teatro Nuovo contro il blocco dei cancelli. Migliaia di persone intervengono, 15.000 secondo i telegiornali, 30.000 titolerà La Stampa, mentre Repubblica spara la cifra di 40.000. La manifestazione, infine, passerà alla storia come la “marcia dei 40mila”.
Questa manifestazione fornì l’alibi a sindacato e PCI per capitolare definitivamente.
Il 15 ottobre, mentre Fiat e sindacati firmano a Roma l’accordo che prevede la cassa integrazione per 23.000 lavoratori e la conseguente riapertura della fabbrica, al Cinema Smeraldo di Torino centinaia di delegati e lavoratori Fiat premono per entrare: sul palco Benvenuto (UIL), Lama e Galli (CGIL)- che hanno già preso la decisione di soffocare la lotta - cercano in tutti i modi di far accettare ai delegati operai l’accordo che prevede la loro resa. Nonostante si sforzino di indorare la pillola, sostenendo che “… la Fiat provvederà a richiamare dalla cassa integrazione guadagni, per il loro reinserimento, quei lavoratori che al 30 giugno 1983 si troveranno ancora in integrazione salariale”, dopo 8 ore di discussione il Consiglio dei delegati Fiat ed i lavoratori presenti approvano a maggioranza una mozione in cui respingono l’accordo. Vista l’aria che tira i massimi dirigenti sindacali presenti, in barba a tutte le chiacchiere sulla democrazia, abbandonano la sala prima del voto.
Il giorno dopo, il 16 ottobre 1980, l’accordo messo in votazione dalle assemblee di fabbrica fu respinto - contro ogni previsione - dalla maggioranza degli operai.
Quel giorno, il 16 ottobre, fu una data storica sotto molti aspetti. Per la prima volta i massimi dirigenti sindacali – Lama, Carniti, Benvenuto e altri sindacalisti - vengono malmenati dagli operai e costretti a scappare scortati dalla polizia. I giornali riporteranno la notizia che coloro che hanno respinto gli accordi tra Fiat e sindacato non erano operai, ma provocatori esterni infiltrati nell'assemblea di fabbrica.
Questo episodio ebbe una grande importanza nella presa di coscienza di una parte della classe operaia italiana, come dimostrano i documenti che riportiamo.
Dopo 35 giorni di sciopero ad oltranza, la capitolazione del sindacato segnerà la sconfitta della classe operaia e un periodo di riflusso di tutto il movimento: prima con i licenziamenti per assenteismo che colpiscono ammalati, invalidi, donne in maternità, ricoverati in ospedale, poi avviando nel settembre del 1980 la procedura del licenziamento di 14.469 dipendenti.
Da un giorno all'altro migliaia di lavoratori diventati “esuberi” furono espulsi dai luoghi di lavoro e condannati all'emarginazione sociale.
Molti si sentirono traditi da CGIL-CISL-UIL.
Dopo anni di lavoro e sacrifici in cui la vita dei lavoratori e dei loro familiari veniva decisa dai tempi e dai ritmi della fabbrica, ora la nuova situazione cambiava radicalmente il modo di vivere di migliaia di persone.
Con la perdita del lavoro molti perdevano anche la possibilità di pagare il mutuo della casa, alcuni subirono la doppia umiliazione di perdere la casa (ripresa dalle banche a garanzia del mutuo concesso) e il lavoro, non potendo più neanche mantenere i figli a scuola.
I problemi economici, sommati a quelli familiari e al fatto di essere fatti passare come “lazzaroni” da un’intensa campagna della stampa padronale, aggravarono le condizioni di vita di molti cassintegrati. I lavoratori, costretti a vivere la cassa integrazione e il licenziamento come problemi individuali o personali, pagarono molto pesantemente: secondo dati e documenti raccolti da studiosi borghesi, negli anni ‘80 a Torino si sono suicidati oltre 200 lavoratori Fiat cassintegrati.
Anche di questi delitti dovrà rendere conto il sistema capitalista.
Capitolo 6. [M. Michelino:1970-1983 - La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni]
https://www.resistenze.org/sito/ma/di/sc/madsmisg06.htm

2014