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Pietro Secchia fu l'alternativa rivoluzionaria a Togliatti?

(9 Luglio 2023)

Una vulgata che ciclicamente riaffiora, e tuttora in voga, afferma che la linea e le concezioni del dirigente del PCI Pietro Secchia fossero un'alternativa rivoluzionaria e rigorosamente classista a quelle moderate, conciliazioniste e legalitarie di Togliatti. Ma è davvero così? I fatti, l'opera e la stessa biografia di Secchia dimostrano il contrario

Pietro Secchia 2

Pietro Secchia

Una vulgata che ciclicamente riaffiora, e tuttora in voga soprattutto fra i giovani, afferma che la linea e le concezioni del dirigente del PCI Pietro Secchia, scomparso il 7 luglio di cinquant'anni fa, delineassero fin dagli anni '30 e dal periodo della lotta antifascista clandestina, e fino agli anni '60, passando per la Resistenza e tutto il dopoguerra, un'alternativa rivoluzionaria e rigorosamente classista a quelle di Togliatti. Una linea, quella di Togliatti, alla quale lo stalinismo di sinistra di varia estrazione ha imputato la trasformazione e la degenerazione del PCI in coincidenza dell'allontanamento da Stalin, e parallelamente dell'emarginazione della figura di Secchia e dei suoi sostenitori.
Questa vulgata dura a morire, però, non solo non trova riscontro nella realtà degli avvenimenti così come accertati dall'intera storiografia, ma non gode neanche del conforto dell'ammissione dello stesso Secchia.
Pubblichiamo a questo proposito alcuni brani del libro di Marco Ferrando "Stalin e il PCI. Tra mito e realtà", in cui l'autore si sofferma su due momenti della biografia politica di Secchia dimostrando il suo ruolo di sostanziale omogeneità alla linea traditrice, controrivoluzionaria e criminale di Togliatti e di Stalin.




LO STALINISMO DI SINISTRA A COPERTURA DI TOGLIATTI E STALIN

Le aree dello stalinismo “di sinistra” nel gruppo dirigente del PCI svolsero in questo senso [nel senso di una copertura dello stalinismo, e quindi di Togliatti, ndr] una funzione complementare. Oggettivamente e soggettivamente. Furono l’attore principale nella commedia della doppiezza.

Fu il ruolo dei Longo e dei Secchia. Formatisi alla scuola di Stalin, avevano disperso dalla fine degli anni ‘20 il patrimonio ereditario di Lenin e di Gramsci. Il partito non era più per loro una strumento di rivoluzione ma il fine di sé stesso, e solo in questo senso una ragione di militanza e di vita. Vita di lotta, di passione, di sofferenza, per lunghi anni nelle carceri o al confino. Una vita estranea ad ambizioni ministeriali, ma non certo ad ambizioni di ruolo nel partito e nel suo apparato.

Nel partito proprio l’esercizio di una interpretazione di sinistra della linea, spesso più immaginaria che reale, conferiva loro un'autorevolezza nel rapporto con la base che era anche forza negoziale nella relazione con Togliatti. E persino nella relazione diretta con Stalin, che Secchia nel 1947 proverà a coltivare in proprio, con uno sgarro che non gli sarà perdonato.

Di certo mai, in nessuna circostanza, su nessuna questione cruciale dell’indirizzo strategico del partito, su nessuna questione decisiva della lotta di classe, venne da Longo o da Secchia una proposta di linea alternativa a quella di Togliatti. Mai. In compenso svolsero entrambi un ruolo di primo piano nel sostegno alla politica controrivoluzionaria di Stalin e dunque del “Migliore”.
Lungo l’intero arco degli anni ‘30, nelle giravolte dello stalinismo, come abbiamo visto. Ma anche negli anni decisivi della Resistenza e dell’immediato dopoguerra. Mettendo al servizio di questa politica tutto il peso delle proprie credenziali di dirigenti integerrimi fedeli alla causa. Se anche si fosse potuto dubitare di Togliatti, si poteva dubitare forse di compagni che avevano fatto carcere e confino?

Non è un caso se dal ‘43 al ‘45 la linea di Salerno fu difesa da Longo e da Secchia con tutto il carico che loro veniva dalla direzione del movimento partigiano. Senza l’apporto di Longo e di Secchia non vi sarebbe stata la Resistenza, ripete una consumata narrazione. È vero, il loro contributo fu decisivo. Ma fu decisivo anche per subordinare la Resistenza alla coalizione politica coi partiti borghesi e coi comandi alleati. Che a sua volta fu l’anello determinante della politica di unità nazionale di Stalin e Togliatti.
Se si consulta la linea editoriale di La nostra lotta, rivolta essenzialmente al quadro attivo del partito, si nota che nell’autunno-inverno del 1944-‘45, è prevalentemente Pietro Secchia a difendere la linea di Togliatti dalle critiche interne e a redarguire apertamente i critici:

«Si sono mai domandati certi compagni se poi davvero anche da loro la maggioranza degli operai “vede rosso”? Si sono mai domandati se accanto agli operai della loro fabbrica, o della loro città, non vi sono altre decisive masse popolari che si tratta ancora di conquistare alla lotta della classe operaia? Hanno considerato la concreta situazione nazionale e internazionale in cui la nostra lotta oggi si svolge?» (15 dicembre 1944)

Il significato degli interrogativi retorici è uno solo: la linea di Togliatti non ha alternative, è Pietro Secchia che ve lo assicura. La retorica dell’argomentazione è del resto mutuata da Togliatti: evitare l’isolamento, tener conto degli altri partiti, tener conto delle potenze alleate. In altri termini rassegnarsi alla linea dell’unità nazionale, rinunciare alla prospettiva di rivoluzione.

Certo, sia Longo che Secchia, a maggior ragione il giovanissimo Curiel, evocavano la necessità di “costruire il potere popolare” nel corso della lotta di liberazione per prefigurare lo sbocco di quella “democrazia progressiva” di cui lo stesso Togliatti parlava. Ma l’evocazione si combinava regolarmente con la raccomandazione dell’unità coi partiti borghesi e la continuità del CLN. Dunque, veniva svuotata di ogni reale contenuto soviettista e rivoluzionario.

La proposta di Longo nel dicembre del 1944 di inserire nei CLN le organizzazioni di massa riproponeva la stessa insolubile contraddizione: subordinare le organizzazioni di massa alla coalizione coi partiti borghesi altro non era che favorire la loro integrazione nel blocco controrivoluzionario del fronte nazionale. Del resto, l’amministrazione delle zone liberate, a partire dalla mitica Repubblica dell’Ossola, fu affidata alle strutture tradizionali dello Stato borghese, perfetta prefigurazione del post 25 aprile. Lì non governava Togliatti, governavano Longo e Secchia. Sulla stessa linea di Togliatti, in coalizione coi partiti borghesi e in accordo con gli Alleati.
Quando nel novembre 1944 il Partito d’Azione propose che il CLN si trasformasse da coalizione di sei partiti in “un organo in grado di darsi strumenti straordinari di amministrazione”, che si raccordasse direttamente con le organizzazioni di massa, i partiti borghesi si precipitarono a porre il proprio veto, e il PCI lo accettò. Amendola fu chiaro nella motivazione:

«Un sistema che permettesse al PCI di avere una influenza crescente attraverso i rappresentanti del Fronte della Gioventù, dei Gruppi di difesa della donna, e soprattutto dei comitati di agitazione di fabbrica rischiava di spezzare la gabbia della pariteticità. Non potevamo permetterci di rompere l’unità dei CLN.»
(Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano)

E quindi di contrapporsi al governo centrale di Bonomi e Togliatti. Longo e Secchia avallarono la scelta, la gestirono in prima persona, la motivarono nel partito. Il “potere popolare”, qualunque cosa volesse intendere, poteva aspettare.



PIETRO SECCHIA CONTRO GLI ANTIFASCISTI RIVOLUZIONARI

«Non è la prima volta che i nazi-fascisti ricorrono all’arma della demagogia e si coprono il volto con la maschera «rivoluzionaria» per tentare di conquistare una qualche influenza tra gli operai. [...]
Non è dunque una novità per noi il constatare che con l’occupazione teutonica in Italia sono apparsi alcuni fogli dai pomposi titoli «proletari» come «Stella Rossa» e «Prometeo» i quali con roboante fraseologia massimalista e pseudo rivoluzionaria dicono di essere sulla via della... sinistra. In realtà sono sulla via della Gestapo. [...]
Ma sotto la maschera del «sinistrismo» è facile scorgervi il bieco sanguinario volto del nazi-fascismo. Strappiamo questa maschera, laceriamo il velo e vi scorgeremo il grugno di Hitler. [...].

Costoro dicono che bisogna fare la rivoluzione proletaria, che ci vuole la dittatura del proletariato. Ecco Hitler, ecco Goebbels che cacciano fuori il loro volto. [...]
Tutti i nemici del nazismo e del fascismo si sono nel corso della guerra coalizzati. Hitler, sempre più stretto alla gola da questo potente blocco di forze strilla e grida al bolscevismo: «Si vuole instaurare il bolscevismo in Europa». Alle sue spalle fanno eco «Prometeo» e «Stella Rossa» [...]. Sciocchi servitorelli di Hitler! [...] Nessun operaio deve più sporcarsi le mani con luridi fogli della quinta colonna e con quelli che coscientemente o no servono alla quinta colonna.»


(da Il "sinistrismo" maschera della Gestapo, Pietro Secchia, La nostra lotta, dicembre 1943).

Questa linea editoriale del PCI nei confronti di Stella Rossa era non solo disonesta, perché accomunava formazioni che avevano verso la Resistenza posizioni molto diverse (Prometeo era astensionista, Stella Rossa vi era impegnata con tutte le proprie forze e a Torino con un ruolo di avanguardia). Ma era anche un'impostazione che trapiantava in Italia i metodi della liquidazione fisica che lo stalinismo aveva usato in URSS e in Spagna contro tutto ciò che si muoveva alla sua sinistra, normalmente definito «canagliume trotskista».

La calunnia non era innocente. Determinava l’isolamento del reietto, e l’isolamento diveniva la premessa del suo possibile assassinio. La campagna del PCI di Secchia contro il Partito Comunista Internazionalista (Prometeo) sfociò in fatti di sangue. Fausto Atti, vecchio militante, fu trucidato il 27 marzo 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, a Trebbo Bolognese. Eugenio De Luca fu assassinato da partigiani stalinisti a Fontanafredda di Socchieve vicino ad Ampezzo. Mario Acquaviva, tra i dirigenti del PC internazionalista, fu eliminato a Casale Monferrato l’11 luglio 1945.

Contro il gruppo dirigente di Stella Rossa si sviluppò un’azione analoga, in particolare nei confronti di Temistocle Vaccarella. Il PCI, a partire da Secchia, capì subito che Vaccarella era il mastice di Stella Rossa, una personalità capace di aggregare. Si trattava peraltro del principale estensore delle pubblicazioni del giornale, di colui che orientava politicamente l’organizzazione e teneva relazioni con altre formazioni del Nord. Una figura intellettuale insostituibile all’interno di una formazione composta quasi unicamente di operai, e per di più quella che più di ogni altra rifiutava la confluenza di Stella Rossa nel PCI.
Questa campagna mirata andò sino in fondo.

«Il nominato Vaccarella, già diffidato per i rapporti da lui avuti con funzionari dell’infame polizia fascista (OVRA) oggi si maschera quale agente al servizio della Gestapo. Egli pubblica un giornale (Stella Rossa) dove si insulta al Partito della Classe Operaia [...].» (Il Grido di Spartaco, 25 novembre 1943)

«I redattori di Stella Rossa non hanno vergogna a qualificare il loro foglio “organo del partito comunista”. Questa gente crede forse che gli operai torinesi non sappiano riconoscere nei redattori di Stella Rossa elementi disgregatori trotskisti [...]. Essi vorrebbero passare per gli amici, i difensori del proletariato per meglio disunirlo, per fare confusione, per renderlo più vulnerabile ai colpi del nazifascismo.» (novembre 1943)

Naturalmente i rapporti con l’OVRA erano calunnia pura. Assai più concreto il fatto che Vaccarella venisse additato «al disprezzo e alla vendetta degli operai», perché «agente prezzolato del nemico».

La vendetta fu eseguita a Milano al Parco Solari il 19 giugno 1944, con sei colpi alla nuca per mano di sicari sconosciuti.
L’assassinio di Vaccarella destabilizzò Stella Rossa. Il sentimento dominante fu la demoralizzazione, il disorientamento, l’oscillazione tra odio verso il PCI e desiderio confuso di pacificazione. Alla fine, fu quest’ultimo a prevalere. Nell’estate del ‘44, a poche settimane dall’assassinio di Vaccarella, il nuovo numero di Stella Rossa (n° 20) rivelava un cambio di linea. Un editoriale firmato da un certo Vitali rivendicava «la solidarietà interclassista» contro «i negrieri nazifascisti», rovesciando radicalmente l’impostazione dell’organizzazione. Era un segnale di svolta inviato al PCI. Ma per il PCI non era ancora sufficiente. Vitali venne definito «un avventuriero senza scrupoli che vuole introdursi nel nostro partito per diventarne un capo». Si pensava a una manovra di Stella Rossa per seminare zizzania nel PCI. Di conseguenza si chiese «chiarificazione ideologica» e un ingresso individuale nel PCI ad esclusione dei capi e senza riserve politiche. Una richiesta di resa umiliante senza condizioni, che sarà accolta.

Molti anni dopo Luigi Cavallo, tra i dirigenti di Stella Rossa, motiverà così la capitolazione finale:

«Non potevamo scontrarci frontalmente con Secchia. Né volevamo discutere a rivoltellate. Dovevano evitare i conflitti e aggirare gli ostacoli [...]. La confluenza nel PCI di Stella Rossa divenne inevitabile dopo la svolta di Salerno, la liberazione di Roma da parte degli alleati e l’ingresso nel governo Badoglio [...]. Non era possibile in una città politicamente sensibile come Torino la coesistenza pacifica di due organizzazioni comuniste armate, ed ideologicamente competitive. La confluenza nel PCI divenne imperativa.»


Proprio nel momento in cui il PCI assumeva responsabilità nel governo, tra innumerevoli contraddizioni interne, Stella Rossa levava il disturbo. Il 15 settembre del 1944, Stella Rossa inviava al PCI una dichiarazione penosa di subordinazione:

«Cari compagni, la lettera aperta del 10/9 che abbiamo letto con attenzione ci conferma la necessità immanente che mai oggi, negli eventi politico militari che viviamo, di unirci a Voi e di riconoscere così che la linea politica che il PCI persegue effettivamente si identifica col raggiungimento degli interessi della classe operaia. Ed è per questo che ci siamo a Voi rivolti perché valutaste appieno la nostra posizione tenendo presente che quello che Voi chiamate ingenuo radicalismo altro non era che l’esasperazione dell’idea rivoluzionaria alla quale erroneamente noi avevamo voluto dare con fede assoluta un ritmo più veloce. Forse fummo ingenui, forse errammo, e la prova del nostro errore sta appunto nel fatto che la nostra passione ha sentito il bisogno di chiedere di venire a costituirci quale parte integrante del Partito di cui si approva, inutile ricordarlo, la linea programmatica e politica. Con questo crediamo che valuterete appieno lo spirito di disciplina che ci anima nell’entrare a far parte del PCI così come Voi chiedete nell’ultima parte della lettera aperta.»

Lo scioglimento del gruppo era ormai irreversibile. Nel novembre ‘44 il PCI annunciò l’ingresso nella cellula di partito di Mirafiori di 200 operai «già facenti parte di Stella Rossa». Una piccola parte dell’organizzazione rifiutò la confluenza e salvaguardò per pochi mesi la sopravvivenza di Stella Rossa nell’azione dei GAP torinesi. Ma si trattava di una presenza ormai residuale. Certo la rapida parabola conclusiva della formazione, dopo l’assassinio del suo leader, dà la misura dell’estrema fragilità delle sue basi politiche.

La fede staliniana fu il tarlo decisivo sotto ogni aspetto. Lo stesso mea culpa della lettera di capitolazione rifletteva quella cultura dell’espiazione del peccato di fronte al tribunale supremo del Partito che lo stalinismo aveva portato, da tempo, nel movimento comunista italiano. Pietro Secchia vanterà a lungo agli occhi di Togliatti l’operazione condotta a Torino.

Marco Ferrando

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