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La fatalità dominante

La fatalità dominante

(26 Novembre 2011) Enzo Apicella

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(3 Settembre 2023)

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È bastato un giorno e sui morti operai dell’incidente di Brandizzo si è già accumulata una mole impressionante e indecente di parole tonanti, di proclami e impegni istituzionali, di sdegno tanto al chilo. Ogni voce dell’orrido coro borghese ha voluto esibirsi nel proprio acuto. Nessuno si è tirato indietro: dal sindaco del comune in cui ha sede l’impresa per cui lavoravano gli operai deceduti che ha sentito il bisogno, in questo frangente, di esprimere in un’intervista video la vicinanza all’azienda e al suo titolare, di cui ha colto l’occasione per testimoniare commosso le virtù imprenditoriali (tutto vero), al giornale locale che ha sparato in prima pagina la tesi soprannaturale dell’incidente (tutto vero), alla testata nazionale che ha scelto di titolare il commento in prima pagina con la formula «ma nessuno di noi può dirsi innocente» (tutto vero), nel solco di un comodo e interclassista “tutti colpevoli nessun colpevole” che, se funziona per quanto riguarda la questione del degrado ambientale può a maggior ragione tornare utile quando si tratta “solo” di un pugno di operai (gli ennesimi) morti sul lavoro. Non sappiamo quali di queste narrazioni si aggiudicherà la palma della migliore trovata mediatica, dello slogan “vincente”. Sappiamo che, passato il consueto periodo di tempo (in questa fase storica di drammatico disarmo della classe operaia si tratterà presumibilmente di qualche giorno), salvo clamorosi sviluppi, la notizia scivolerà nelle pagine interne, lontano dalle prime serate televisive, dai palchi da cui si levano i moniti delle supreme autorità. E i proletari continueranno a morire come prima nella loro quotidianità di sfruttamento, di insicurezza sistematica in nome della priorità assoluta del profitto. Per altro questo dato di fatto è tranquillamente riconosciuto dagli stessi operatori ideologici dell’industria mediatica, dai professionisti della retorica a tempo determinato. Che questo moto di indignazione da palinsesto sia effimero e non lasci traccia nella realtà sociale è una constatazione che gli stessi apparati dello sdegno rituale dell’informazione e della politica borghese hanno ormai assorbito, ritualizzando anch’essa. Si partecipa alla messinscena declamando che di messinscena si tratta, come se questo potesse conferire al teatrante in questione una patente di alterità, di superiore dignità rispetto al resto della compagnia. Noi sappiamo che l’indignazione della politica e della stampa borghesi ha questo ruolo e svolge questa funzione non solamente perché abbiamo potuto constatarlo innumerevoli e tragiche volte. Il nostro non è il contegno dei cinici e degli “uomini di mondo” che accettano con tanta più facilità e disinvoltura le vergogne di una società classista quanto più si sono trincerati nell’autorappresentazione di un’amara consapevolezza come destino degli spiriti superiori. Noi sappiamo che l’indignazione, se priva di una precisa, netta, indicazione delle responsabilità di classe, è solo truffa di classe. È concime rovesciato sulle tombe operaie perché ingrassi i vermi e faciliti l’oblio dei nomi, dei volti, della terribile testimonianza dei lavoratori che la logica del capitale ha ucciso. Noi sappiamo che questa indignazione svanirà presto e non porterà ad autentici cambiamenti nella prassi capitalistica che conduce al macello di carne proletaria perché sappiamo che la vulnerabilità, l’insicurezza dei lavoratori è il risultato, su scala sociale, della loro debolezza come classe. Si può discettare quanto si vuole sulle lacune o sulla controproducente cavillosità delle norme a tutela della sicurezza sul lavoro, su di una astratta volontà politica puntualmente in ritardo rispetto al prodursi delle manifestazioni più gravi dell’insicurezza dei lavoratori, per gli immancabili amanti del genere è sempre l’occasione per esibirsi in lezioni di vita sull’imprudenza operaia, su una subcultura proletaria che rende vani i migliori provvedimenti varati dalle premurose istituzioni borghesi e patrocinati dall’illuminato padronato. La condizione basilare, l’elemento di fondo è altrove. È nella precarietà che diventa ricattabilità. Non si può contare su nessuno scudo giuridico se nella propria realtà quotidiana di forza lavoro il rifiuto di salire su un ponteggio insicuro si paga con la mancata chiamata, con la disoccupazione. Non ci si può rifiutare di svolgere mansioni pericolose o nocive per la propria salute, magari nemmeno previste nel proprio inquadramento professionale, se si punta a rendere stabile il proprio contratto a termine e magari già si avverte la pressione di altri proletari senza lavoro pronti a subentrare al proprio posto. Quale argine si può mettere all’incremento dei ritmi di produzione, alla corsa contro il tempo imposta dalle logiche capitalistiche, con tutti i rischi e i pericoli connessi per la condizione del lavoratore, se questo lavoratore non può permettersi di perdere il lavoro ed è facilmente demansionabile o licenziabile? Come opporsi al prolungamento della giornata lavorativa (spesso e volentieri senza alcun incremento della remunerazione come è prassi del capitalismo italiano formato famiglia, fabbrichetta, capannone), che con l’aumento della stanchezza riduce il livello di attenzione, di reattività, di prontezza, incrementando i rischi per la sicurezza, se nella propria concreta, reale, esistenza, la distinzione tra flessibilità e precarietà è solo una parola vuota? Come, in queste condizioni, opporsi alle consuetudini che sul posto di lavoro mettono quotidianamente a rischio il lavoratore? E soprattutto come portare avanti una battaglia, un’opera di educazione tra gli stessi lavoratori circa il dannoso e pericoloso significato di classe di queste stesse consuetudini, se opporsi ad esse significa diventare bersaglio inerme della ritorsione padronale (che ovviamente, ma evidentemente non per gli estensori di normative come il Jobs Act, si può esprimere in mille, infami forme, senza necessitare di formale esplicitazione)? E, ultimo ma non ultimo, come può una classe lavoratrice resa sempre più debole, vulnerabile, ricattabile, nel corso dei decenni, alzare la testa di fronte alle pressioni padronali che ne mettono a rischio l’incolumità se manca della difesa di un sindacato degno del significato che questa parola aveva assunto storicamente, se non avverte minimamente alle proprie spalle la presenza di una valida tutela e di un coerente sostegno sindacale? Anche questo è l’esito, il portato di un gravissimo e protratto indebolimento di classe: sindacati inefficaci e marginali, burocrazie sindacali imbelli se non addirittura colluse con la controparte padronale e subalterne al gioco politico borghese sono più il risultato di questo processo sociale che la causa. La classe sfruttata non può che scontare nella maniera più amara e dolorosa il trascorrere di decenni di stagnazione della propria lotta, di assenza di quel grandioso e potente momento di educazione, di organizzazione, di crescita costituito dalla conflittualità proletaria, dalla mobilitazione operaia. Debolezza porta debolezza. L’indebolimento di classe ha reso possibile processi di riorganizzazione capitalistica (esternalizzazioni, sistemi di subappalti, deregolamentazione e ulteriore asservimento del lavoratore in forma di cooperative etc.) in cui la forza lavoro è diventata la facile valvola di sfogo, il ventre molle della corsa alla competitività, e in cui si è ulteriormente indebolita. In questa spirale capitalistica, libera di dispiegarsi senza gli argini e i freni posti da una significativa reazione proletaria, in questo continuo gioco al massacro sulla carne operaia, la strage di Brandizzo è tutto fuorché un evento inspiegabile, illogico, assurdo (se lo è, la sua assurdità è solo la filiazione della generale, sistemica assurdità disumanizzante della società capitalistica, ormai giunta ad un mostruoso capolinea storico la cui protratta permanenza rovescia orrori su orrori sul mondo e il genere umano). Lasciamo agli esponenti della borghesia, ai dirigenti d’azienda, i messaggi di cordoglio, firmati con la stessa mano che ha firmato i provvedimenti con cui la debolezza dei lavoratori è stata formalizzata, sancita, tradotta in legge e consegnata, benedetta dalla res publica, alla prepotenza, alla rapacità padronale. All’ennesimo scempio perpetrato sui corpi, sulle menti, sulle anime della nostra classe noi dobbiamo rispondere con la nostra militanza, con un sempre più consapevole e tenace lavoro politico che apporti tutto ciò che è possibile alla causa di una ripresa della combattività proletaria, di una rinascita della lotta per la dignità dei lavoratori, della crescita della coscienza di classe, del radicamento e del rafforzamento di una teoria di classe rivoluzionaria ed emancipatrice. Può sembrare una funzione trascurabile, un impegno troppo piccolo, ininfluente rispetto alla vastità, alla profondità della schiacciante condizione di oppressione in cui versa la nostra classe, a fronte della lacerante grandezza dei suoi dolori. Ma è quello che possiamo, che dobbiamo fare. I semi di forza che riusciremo a gettare oggi nelle pieghe della nostra debolezza di classe saranno parte di quella grande forza che, domani, scuoterà questo mondo capitalistico con le sue leggi sociali, apparentemente indiscutibili. Il trionfo disumano di queste leggi di morte ha come unica alternativa storica la forza vitale, cosciente, della classe operaia.

2 settembre 2023

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»

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