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Eric Hobsbawm

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(11 Ottobre 2012) Enzo Apicella

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IL “PROBLEMATICO” DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE

(4 Ottobre 2023)

Dalla postfazione all’antologia Bagliori nella notte. La Seconda guerra mondiale e gli internazionalisti del «Terzo Fronte», Movimento Reale, luglio 2023.

Bagliori nella notte

III

NON SERVIAMO NÈ IL RE NÈ IL KAISER c’era scritto sullo striscione appeso davanti al Liberty Hall, il quartier generale dell’Irish Transport and General Workers Union. E io ci avrei aggiunto: NÈ NESSUN ALTRO invece di ma solo l’irlanda. Non me ne fregava un cazzo a me dell’Irlanda.

Roddy Doyle, Una stella di nome Henry, 1999


Nel corso del tempo molti sedicenti marxisti hanno – deliberatamente o meno – confuso l’internazionalismo proletario con il pan-nazionalismo della borghesia nella fase della sua ascesa rivoluzionaria. Il motto: «il proletariato non ha patria» è stato derubricato a frase ad effetto priva di contenuto reale, mentre si tratta al contrario di un concetto scientifico che esprime l’internazionalismo di una classe mondiale che oggettivamente non ha patria perché ha gli stessi interessi e gli stessi nemici in ogni paese. Un concetto che, vale la pena sottolinearlo, non ha lo stesso significato della formula propagandistica borghese e utopico-romantica: «ad ogni popolo la sua patria» o di quella dell’«affratellamento internazionale di nazioni (ovvero Stati) libere ed uguali». Marx non è Mazzini e nemmeno Garibaldi, l’internazionalismo non è un’evoluzione del nazionalismo, e se il marxismo riconosce il «diritto dei popoli alla loro patria» questo avviene esclusivamente se e quando ciò favorisce concretamente l’autodeterminazione di classe del proletariato internazionale. Un riconoscimento funzionale e subordinato all’internazionalismo proletario e alla lotta di classe rivoluzionaria del proletariato, un’autodeterminazione che tende a distruggere i motivi di antagonismo nazionale, non certo a conservarli, esasperarli o addirittura a crearne di nuovi.

Se, con la sostanzialmente compiuta maturazione imperialistica del capitalismo, è venuta meno la valutazione di un qualsiasi ruolo progressivo e del conseguente appoggio da parte del proletariato verso qualsiasi borghesia nazionale, il secondo motivo alla base del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione da parte del marxismo – la denuncia di qualsiasi forma di oppressione e la lotta contro i pregiudizi nazionalistici all’interno della classe operaia – finché esistono il capitalismo e i suoi Stati, rimane tuttora valido per il proletariato delle nazioni che ne opprimono altre.

Quella dell’autodeterminazione nazionale rimane una rivendicazione che il proletariato cosciente della nazione dominante non può eludere nei suoi rapporti con il proletariato della nazione oppressa. Ciò nonostante, il marxismo, che antepone sempre al principio borghese dell’autodeterminazione il superiore principio dell’unità internazionale della classe operaia, non riteneva obbligatorio ieri e ancor meno oggi, per i partiti operai rivoluzionari delle nazionalità oppresse, l’inserimento nel proprio programma della rivendicazione dell’indipendenza nazionale[1]. Se di obbligo si può parlare, esso vige solamente nel caso del proletariato della nazione dominante, che deve dimostrare di rifiutare qualsiasi complicità con la propria borghesia nell’opprimere altre nazionalità e che deve lottare contro questa oppressione sia prima che dopo l’eventuale presa del potere.

Affermare che attualmente l’avvenuta maturazione imperialistica del capitalismo sottrae qualsiasi ruolo progressivo alla borghesia in ogni angolo del pianeta non significa negare che sussistano ancora situazioni di oppressione nazionale, tantomeno vuol dire negare che ne possano sorgere di nuove. Al contrario, proprio le guerre dell’imperialismo, con il loro portato di invasioni, occupazioni e annessioni, moltiplicano tali situazioni, inserendole però in un contesto nuovo.

Ciò che è importante acquisire è la netta distinzione che il marxismo opera tra il principio giuridico borghese e l’uso politico rivoluzionario, strumentale, del diritto all’autodeterminazione. L’atto politico del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione di un paese oppresso, occupato e annesso, da parte del proletariato rivoluzionario del paese che lo opprime, lo occupa e lo annette, non rappresenta una concessione teorica al diritto borghese, bensì la concreta, reale, inequivocabile affermazione di un’opposizione di classe contro la propria borghesia, necessaria a fugare nel proletariato della nazione oppressa qualsiasi dubbio che sotto la bandiera di un internazionalismo di facciata si nasconda un sostanziale ed opportunistico appoggio alla potenza imperialistica di casa propria. Si tratta di un atto politico dovuto, il cui carattere rivoluzionario risiede nel tentativo di togliere il terreno sotto i piedi all’influenza del nazionalismo borghese sul proletariato del paese oppresso. Il proletariato cosciente della nazione dominante non può ignorare o sottostimare l’inevitabile dato psicologico e politico prodotto dall’oppressione nazionale che favorisce l’influenza ideologica del nazionalismo borghese sul proletariato della nazione dominata. In tali circostanze, il riconoscimento del diritto borghese all’autodeterminazione permette di acquisire delle credenziali di credibilità internazionalista. E questa credibilità, se e quando esiste, non può che favorire la stessa propaganda internazionalista dei rivoluzionari del paese oppresso.

Il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del paese oppresso, quale che sia il suo grado di sviluppo capitalistico – che si tratti di un paese arretrato o dipendente, oppure del territorio di un’altra potenza dell’imperialismo che viene occupato nel corso di una guerra –, è inseparabile, per gli internazionalisti del paese che lo opprime, dalla politica della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, dalla politica del disfattismo rivoluzionario contro la propria borghesia, contro il suo Stato e il suo esercito, dalla politica dell’opposizione di classe contro lo sforzo bellico, e dal tentativo di stabilire un collegamento con i proletari del paese oppresso. Ma, nell’attuale stadio imperialista del capitalismo, questo riconoscimento da parte degli operai coscienti del paese oppressore non implica che il proletariato della nazione oppressa debba invece sostenere la propria borghesia in guerra, al contrario, esso prescrive la lotta contro quest’ultima, il perseguimento dell’obiettivo della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, in collegamento con il proletariato rivoluzionario del paese oppressore.

Finché esisteranno oppressioni nazionali e annessioni imperialistiche, ovvero finché ci troveremo nell’ambito della società capitalistica, con le sue nazioni ed i suoi Stati, i comunisti internazionalisti dovranno battersi concretamente contro di esse, non illudersi di superare la realtà nell’idea.

Dal riconoscimento marxista della necessità dello Stato nel processo rivoluzionario discendono importanti conclusioni, che distinguono i comunisti internazionalisti dall’anarchismo o dalle suggestioni anarchiche di certe correnti che si richiamano al marxismo. Quello proletario è, per il marxismo, uno Stato che nel corso del suo operare distrugge gli stessi presupposti della propria esistenza, nondimeno, finché questo strumento rivoluzionario transitorio sarà necessario, e a meno che non si ritenga che la rivoluzione mondiale debba scoppiare simultaneamente in ogni angolo del pianeta, nella contrapposizione contro gli Stati borghesi lo Stato proletario dovrà giocoforza mantenere per un certo tempo alcuni degli attributi che lo caratterizzano in quanto forma di dominio di una classe sopra un’altra; uno fra tutti: frontiere che circoscrivano uno specifico territorio.

La domanda da porsi allora diviene: quali frontiere? Quelle dello Stato borghese che il proletariato ha abbattuto e sostituito con la propria dittatura di classe? Quelle che eventualmente imprigionano minoranze nazionali oppresse? Quelle estese per mezzo di annessioni nel corso di una guerra imperialistica?

Nessun marxista degno di questo nome può sostenere che la rivoluzione proletaria vittoriosa in uno o più paesi debba mantenere sotto il proprio controllo, in nome di un malinteso internazionalismo, territori precedentemente conquistati e annessi e popolazioni incorporate con la violenza dalla propria borghesia imperialistica, quale che sia il livello di sviluppo capitalistico di questi territori e popolazioni. Non si tratterebbe di nient’altro che della continuazione della precedente politica imperialistica della borghesia, ed è una singolare ironia della storia quella che, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ha visto convergere, nella condanna della politica delle nazionalità di Lenin e dei bolscevichi – politica volta a spezzare qualsiasi motivo di ostilità nazionalista nei confronti della rivoluzione proletaria da parte delle nazionalità della «prigione dei popoli» russa – sia correnti marxiste viziate dall’idealismo metafisico in Europa occidentale, sia la controrivoluzione staliniana, che si è affrettata a ristabilire i confini dell’ex-impero zarista e addirittura ad allargarli, come si conviene ad uno Stato capitalista pienamente inserito nella rete dell’imperialismo.

I bolscevichi, sulla scorta di Marx ed Engels, promossero la separazione nazionale proprio per raggiungere l’unione internazionalista delle classi operaie dell’ex-impero russo, e la coerenza internazionalista di questa politica non è minimamente alterata dal fatto che sulla piena attuazione della separazione nazionale influirono la guerra civile e l’utilizzo da parte delle potenze imperialistiche di vasti territori dell’ex-impero zarista come teste di ponte militari per schiacciare la rivoluzione. È evidente che laddove, per l’assenza o la debolezza di una forte opposizione proletaria interna, il riconoscimento dell’indipendenza nazionale si trasformava nella mobilitazione della borghesia nazionalista al servizio delle potenze dell’imperialismo, diveniva preminente la salvaguardia del territorio nel quale il proletariato aveva preso il potere, con tutto ciò che questo implicava dal punto di vista politico-militare.

Il rifiuto da parte del proletariato rivoluzionario di qualsiasi annessione forzata, ovvero – per dire le cose come stanno senza giocare con le parole – il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, non ha nulla a che vedere con l’illusione pacifista piccolo-borghese la quale ritiene possibile che, permanendo il regime capitalistico, le questioni nazionali ancora aperte possano essere risolte con la piena soddisfazione di tutte le parti, o che in regime capitalistico possano convivere pacificamente Stati-nazione liberi ed eguali. È solo nella misura in cui si sarà imposto a livello internazionale e quando avrà finito di distruggere i presupposti della propria esistenza, ovvero il permanere di rapporti capitalistici di produzione e la divisione della società in classi sociali, che lo Stato della classe operaia – la dittatura proletaria – finalmente si estinguerà, e con esso si estingueranno tutti i suoi attributi in quanto Stato, comprese le frontiere.

NOTE

[1] Va da sé che una rivoluzione proletaria vittoriosa in un paese oppresso che non risulti immediatamente vittoriosa anche nel paese oppressore, non potrà non rivendicare l’indipendenza politica da quest’ultimo finché esso rimane tale.

coalizioneoperaia.com

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