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Ci vorrebbe un Marchionne(!)

(29 Luglio 2006)

“Ci vorrebbe un Marchionne”: è questa l'affermazione centrale contenuta nell'intervista al Presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, con la quale si apre ufficialmente il processo di allargamento a destra della maggioranza di centrosinistra, che aveva vinto (nelle condizioni che sappiamo) le elezioni del 9 Aprile scorso.

Sullo stesso quotidiano il segretario DS, Piero Fassino, parla di “sinistra radicale con smanie esibizioniste, con la quale non si può governare”.

Dopo una settimana di fibrillazioni che hanno investito la politica estera, quella economica, quella della giustizia, il quadro politico italiano è in movimento, in tempi ancor più rapidi di quelli che, pure, si erano preventivati in tempi assolutamente non sospetti.

Intendiamoci bene: il punto non è quello dell'autosufficienza della maggioranza di centrosinistra al Senato con o senza i “senatori a vita”; oppure i contorcimenti dei rappresentanti della cosiddetta”sinistra radicale” che, alla fine, si allineano (piuttosto, in questa direzione, occorre stare attenti a non offrire loro spunti per esercitare improprie egemonie al riguardo del processo politico che si va aprendo).

La questione vera può essere così riassunta:

a) la coalizione di centrosinistra è stata costruita, sul piano della complessità dei rapporti sociali, esclusivamente sulla base di una analisi elettoralistica del quadro politico, con l'intento di realizzare l'alternanza rispetto al regime instaurato dal centrodestra nella precedente legislatura. Il contorno, però, rimaneva lo stesso: in politica estera, in politica economica, sulla concezione dello stato sociale e delle relazioni politico – istituzionali. Si puntava a “limare” determinati “eccessi” e a rendere maggiormente presentabile una politica filoUSA, monetarista, liberista, fondata sulla politica dei due tempi a senso unico, governativista. Tutto ciò evidentemente non poteva bastare, ed avrebbe causato rapidamente contraccolpi. Così è stato.

b) Il ruolo della cosiddetta “sinistra radicale” è sempre stato indicato come di mero complemento: l'asse politico centrale di riferimento della coalizione era quello formato dalla cosiddetta “sinistra riformista” ( in realtà liberista). Il risultato elettorale, rendendo decisivo l'apporto numerico dell'ala più estrema ha reso urgente il riequilibrio al centro: in questo modo, senza passare attraverso la strettoia della formazione del Partito democratico (che si pensava dovesse rappresentare il punto di svolta, verso destra), si pensa già alla cooptazione di una parte del centrodestra (tutta o parte dell'UDC?). La novità è che il taglio delle ali non ci sarà: l'ala sinistra si appresta, infatti, a considerare il ruolo di governo esaustivo della propria funzione e, quindi, a presentarsi addirittura quale promotrice di questo spostamento d'asse;

sicuramente avremo, nei prossimi mesi, la dimostrazione tangibile di questo riallineamento: oltre alla modifica nella composizione del governo e della maggioranza parlamentare, avremo l'avvio della formazione del Partito Democratico (inevitabile, e senza scontare scissioni, salvo, forse, quella di Socialismo 2000 nei DS) e della Sinistra Europea (all'interno della quale Rifondazione Comunista manterrà il simbolo, soltanto per ragioni di natura meramente elettorale).

Potranno essere possibili altri mutamenti in corso d'opera? Mi scuso con i miei cortesi interlocutori se limito la mia analisi alla dinamica del quadro politico, senza indicare gli elementi di contenuto e di relazione politico – sociale sui quali dovrebbe basarsi una urgente iniziativa politica, sul terreno della sinistra d'alternativa. Credo, però, ci siano tutti gli elementi per stabilire rapidamente un minimo comune denominatore (credo di aver indicato poco sopra alcune discriminanti declinabili a sufficienza, in un progetto di confronto politico – programmatico a sinistra) tra le forze da chiamare in causa.

Nella sostanza potremmo avere una ridefinizione del quadro politico, così riassumibile: un governo di centro appoggiato, a sinistra, da una sinistra autodefinitasi radicale non determinante sul piano della maggioranza di governo, con una opposizione rappresentata dalle fasce più estreme, populistiche, razziste della destra (azzardo,ma verificheremo anche cosa produrrà in AN il passaggio di una parte dell'UDC, o di tutta l'UDC, verso il centrosinistra, dal punto di vista dell'esplosione di tensioni “governiste”). Un governo la cui natura politica davvero si accentuerà nella direzione della “grosskoalition” (tanto per semplificare). Una grosskoalition totalmente priva di un contrappeso, politicamente autonomo, a sinistra. Nelle tante idee che corrono a sinistra (tra RC, PdCI,ecc) al riguardo della necessità di ristrutturazione del quadro politico, sento citare Izquerdia Unida e Linke: dimenticando che entrambe queste formazioni stanno all'opposizione e non nelle coalizioni di governo.

Il punto, mi spiace ripeterlo ma mi pare anche doveroso, è quello del lavorare per costruire questo contrappeso politico: una operazione che non avverrebbe a tavolino, a freddo, soltanto per una logica di appagamento di voglie di ribalta; ma per assolvere ad una precisa funzione sociale e politica. Insomma: non ci muoveremmo davvero sulla sabbia.

Rivolgo, allora, un esplicito invito a tutti i possibili protagonisti di questa vicenda: ci sono gruppi, spezzoni di partito, soggetti locali o basati su dimensione più ampia, intellettuali, di diversa estrazione politico – culturale ( socialisti di sinistra, comunisti eretici e di diversa storia) perché si realizzi, in tempi rapidi, una sede di confronto all'interno della quale si discuta, senza infingimenti, dell'eventualità di strutturare una diversa opzione politica.

Ai deputati e ai senatori che hanno espresso dissenso, su questo o quel provvedimento (in particolare sui temi della politica estera e della politica economica) deve essere richiesto di non aderire alla svolta centrista, al governo “Marchionne” per dirla con il Presidente della Camera. Un governo legato, ancor più di oggi se fosse possibile, ai poteri forti dell'economia (come dimostra anche il decreto sulle liberalizzazioni). Deputati e senatori dovrebbero esprimere il loro dissenso e riprendere in mano la propria autonomia politica, non seguendo una logica scissionista, ma indicando con precisione il mutamento d'asse che sta avvenendo e reclamando, davvero, un riequilibrio sul piano delle dinamiche politiche.

Ricordando, infine, come è certo che le dinamiche politiche conseguono ai movimenti della materialità dell'economia e degli spostamenti sociali, ma rappresentano il punto fondamentale attorno al quale realizzare sintesi, progetto, rappresentanza, spostamento anche faticoso nei rapporti di forza.

Insomma: occupandoci, come ho cercato di fare anche questa volta, delle dinamiche del sistema politico credo si faccia di tutto, meno che del politicismo.

Savona, li 29 Luglio 2006

Franco Astengo

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