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Il governo Prodi tra la prosecuzione delle politiche liberiste e l'accettazione della guerra infinita Usa

Tutte le componenti, anche quelle presunte alternative, si sono appiattite al dogma del governismo e della fedeltà alla squadra del cuore ed al patriarca Prodi

(30 Luglio 2006)

Il governo Prodi-PadoaSchioppa-Montezemolo (e schegge folcloristiche varie), come volevasi dimostrare, ha ingranato la quinta marcia per dirigersi a gran carriera nella direzione auspicata dai banchieri, dai grandi industriali e dal FMI: la prosecuzione delle politiche liberiste sancite a suo tempo a Maastricht, liberandosi dalla ormai troppo stretta camicia provincial-populista che Berlusconi, Bossi e Fini avevano fatto indossare all’Italia. Non è il presunto prestigio/decoro nazionale infangato dalle goffaggini berlusconiane, che ha fatto cambiare rotta a lor signori, questa è una favoletta di cui non importa un fico a nessuno di costoro, notoriamente la borghesia è molto più spregiudicata e smaliziata della classe lavoratrice, la morale ce la fanno bere a noi come se fosse Oropilla o Ramazzotti. Loro pensano agli affari.

La posta in gioco, per i poteri economici sopra elencati che hanno cambiato cavallo (sostituendo il ronzino asmatico Berlusconi con l’aitante puledro Prodi) è la credibilità in campo internazionale che deriva dalla capacità di adeguarsi in fretta e con affidabilità ed efficienza a queste direttive economico-politiche: DISSOLUZIONE DI OGNI VINCOLO E OSTACOLO alla flessibilità senza limiti, (vedi l’introduzione quasi in sordina della normativa Prodi-Bolkenstein) alle privatizzazioni generalizzate, al controllo delle lotte sindacali e sociali (vedasi la repressione sistematica, con migliaia di denunce, di ogni manifestazione di dissenso). E al dominio dei mercati e delle materie prime.

La galoppata va sempre nella stessa direzione, il traguardo è quello stabilito in precedenza. Altrimenti non si spiegherebbe perché le riforme sostanziali varate da Berlusconi vengano TUTTE mantenute: la Legge Biagi che precarizza i rapporti di lavoro (come d’altronde il ben più “pesante” pacchetto Treu varato dal primo governo Prodi), la controriforma Moratti all’istruzione. Di più: l’esercito di precari (oltre quattrocentomila) che permette il funzionamento dell’Amministrazione pubblica è destinata a restare tale, quando non a perdere anche il lavoro. Del resto, i ministri di Prodi parlano di centinaia di migliaia di esuberi nel pubblico impiego, di cui disfarsi. Così come di elevare l’età pensionabile a settant’anni, di reintrodurre ticket sulle prestazioni sanitarie, di tagliare fondi agli Enti locali, che già hanno cominciato ad aumentare in maniera impressionante tasse, tariffe e gabelle a carico dei contribuenti.

Aggiungiamo l’accelerazione del furto delle liquidazioni (TFR) a danno dei lavoratori, destinati ad un futuro incerto, ma sicuramente a stringere la cinghia per impinguare le burocrazie sindacali Cgil-Cisl-Uil-Cisal-Ugl, le banche e le compagnie assicurative.

Di far pagare la crisi a chi l’ha generata neanche a parlarne: la stessa Corte dei Conti ha denunciato l’assenza di una politica di controllo dell’evasione fiscale. Non ci sarà nessuna introduzione di tasse sulle rendite e sui patrimoni: lo slogan del governo è: PAGHI CHI HA SEMPRE PAGATO. Saranno solo i lavoratori a subire il peso crescente del carovita.

Il dogma liberista che impedisce qualsiasi politica di controllo sui prezzi anche di generi di prima necessità (“il libero mercato deve svilupparsi senza alcun vincolo, ci mancherebbe”), non vale naturalmente per i salari, inchiodati e congelati dal tasso d’inflazione programmata e dalla concertazione imposta dalle burocrazie confederali.

La grande corsa nell’ippodromo di lorsignori prevede un accelerazione esponenziale nella svendita del patrimonio pubblico, nelle privatizzazioni generalizzate che stentavano a decollare con Berlusconi.

Anche i cittadini che hanno votato compatti per preservare la Costituzione dalla distruzione progettata dalle destre se ne facciano una ragione: ci penseranno i partiti del centro sinistra a snaturarla in senso liberista.

Il “welfare” per il governo Prodi si riduce nella regolarizzazione, da molto tempo necessaria, di diverse centinaia di migliaia di immigrati, come richiesto dagli stessi industriali (non certo dei benefattori, ma piuttosto degli sfruttatori) che li impiegano come mano d’opera e non vogliono ostacoli. Rimangono invece in funzione i CPT, campi di concentramento razziali e di detenzione per persone colpevoli di nulla.

La direzione di marcia è la medesima anche per quanto riguarda la politica estera: disimpegnarsi dall’ Iraq (“come vuole il movimento pacifista”) e ritirare le truppe, esattamente secondo il copione stabilito dal governo - guerrafondaio e di destra - di Berlusconi; mantenere le truppe in Afghanistan (“però riducendo il danno, come vuole il movimento pacifista”), esattamente secondo il copione stabilito dal governo - guerrafondaio e di destra - di Berlusconi! Il tutto ovviamente concordato con sua divina grazia l’imperialismo statunitense.

Oggi si aggiunge una nuova avventura militare in Libano a fianco del duetto Usa/Israele, “sotto l’egida della Nato, o se non si può, sotto le bandiere dell’Onu”. L’accettazione della strategia della guerra infinita di Bush è implicita, ma molto presto diverrà esplicita. D’altronde Prodi e D’Alema si sono proclamati i migliori amici degli USA, al punto da improvvisarsi maggiordomi di Condoleeza Rice in un summit di facciata che non poteva portare a nulla. Perché gli Stati Uniti che forniscono migliaia di cluster-bomb e di ordigni al fosforo bianco e napalm ad Israele sono i promotori della guerra di aggressione, non hanno nessuna intenzione di fermare le incursioni che loro stessi hanno programmato. Prodi e D’Alema d’altronde non hanno chiesto di fermare le incursioni israeliane, ritenute esagerate ma giuste nella sostanza. Si sono soltanto adoperati per fornire ascari e truppe cammellate per il controllo del territorio libanese, come richiesto dal regime sionista stesso, che ha invaso e devastato due paesi, il Libano e la Palestina.

Di fronte a questo sfacelo economico e sociale, a questa politica imperialistica che prosegue nella direzione tracciata dai precedenti governi, la capitolazione delle ex “sinistre radicali” è il fatto più significativo e di rilievo cui stiamo assistendo.

Tutte le argomentazioni che distinguevano, o così facevano apparire diversi il PRC, i Verdi, i Comunisti Italiani, rispetto ai partiti “perbene” del centro sinistra, - “un altro mondo è possibile”, “partire dagli ultimi”, “no alla guerra senza se e senza ma” - si sono liquefatte come un sorbetto al caldo sole di luglio.

Esaurendosi ogni spazio per le politiche riformiste, le forze politiche che le teorizzano, o rompono con gli alleati borghesi liberali e imbastiscono una critica coraggiosa delle loro posizioni passate, oppure decidono di andare avanti così, e non possono far altro che adeguarsi tirando i remi in barca. Questo è quanto hanno deciso di fare. Possono sì raccontare bugie, con il fiato corto, ma molto corto! A neppure tre mesi dalla nascita del governo di centro-sinistra sembra che sia già esaurito tutto l’ossigeno a loro disposizione. Sono come convitati di pietra, verso i quali gli altri commensali rivolgono tutt’al più qualche occhiata distratta. Sarebbero cavoli loro – verrebbe da dire – se non fosse che la miseria morale di cui si sono ammantati genera miseria materiale per i lavoratori.

Tutte le componenti, anche quelle presunte alternative, si sono appiattite al dogma del governismo e della fedeltà alla squadra del cuore ed al patriarca Prodi. Temono di essere sostituiti dai centristi UDC, un timore infondato, i padroni non hanno paura di loro, li tengono per le briglia e sanno che non costituiscono un ostacolo.

Si aggrappano a Prodi “Altrimenti torna il Berluska!” Panico! Perché? Forse potrebbe far lui quello che già riesce così bene ai “nostri”?

EL SUEÑO DE LA RAZÓN PRODUZ MONSTRUOS.

E’ interessante osservare come è stato facile rinnegare e smentire, estinguere le proprie ragioni fondanti, i tratti distintivi lungamente rivendicati, per i cosiddetti dissidenti di Rifondazione.

Così come a suo tempo i cossuttiani-dilibertiani hanno rinnegato in un soffio la propria impostazione apparatnik-granitico-partitista – scindendosi dal partito pur di sostenere un governo borghese - Ma come! Proprio Cossutta - che sembrava gli avessero cucito il partito addosso assieme all’abito della cresima - si è messo a spaccare con la massima disinvoltura Rifondazione Comunista!

In seguito i “comunisti” patriottardi e tricolorati, (in compagnia dei grigio-verdi di Pecoraro Scanio), hanno superato se stessi, accettando la guerra “umanitaria” della Nato con le bombe all’uranio su Belgrado e su tutto il territorio Yugoslavo. Nel nome dell’internazionalismo proletario, ovviamente!

Oggi i seguaci di Erre-Sinistra Critica – quelli per intenderci “per natura più vicini e sensibili alle ragioni dei movimenti”, hanno voltato le spalle ad essi in nome della fedeltà ferrea al partito di Bertinotti ed al governo dei banchieri. Quando si sono trovati con il cerino acceso in mano hanno avuto un attacco di tachicardia: far cadere Prodi e rinunciare agli scranni parlamentari (perché Bertinotti mai più li avrebbe ricandidati) o votare per rifinanziare le imprese afgane e la finanziaria lacrime e sangue di Padoa Schioppa? Di colpo per loro si sono volatilizzate le ragioni dei lavoratori, dei movimenti pacifisti e no-global, (nei quali si erano sciolti per anni meglio dell’Alka-Seltzer) non ci sono più le aggressioni dell’imperialismo, ma solo la consistenza del velluto che riveste le poltrone in cui siedono. Tutto nel nome della riduzione del danno – Malabarba e Turigliatto tengono in pugno la Nato, se alzano un dito, fra sei mesi si vedrà se rinegoziare la missione di guerra oppure no! Nel frattempo… cercate di ammazzarne di meno! E’ tutto quanto ci si può aspettare dalla sezione italiana del “Segretariato Unificato della Quarta Internazionale”? Ma questi si sono dati all’ippica per davvero!

Loro sì che sono responsabili, ponderati, avveduti, ragionevoli, ecc. E accusano Progetto Comunista di aver spaccato il partito – orrore! Un partito operaio come Rifondazione! “indebolendo” la forza degli oppositori interni! Ma glielo ha prescritto il dietologo di trovarsi in questa difficile collocazione? Quando Progetto Comunista ha presentato una mozione per vincolare i parlamentari a non appoggiare le missioni di guerra, Malabarba, Turigliatto & Grassi hanno votato contro. La loro è un’opposizione fasulla e di comodo alle capitolazioni bertinottiane. Non piangano lacrime di autocommiserazione.

Oggi il loro orizzonte, con cui si presenteranno (se ne avranno il fegato) di fronte ai lavoratori, è quello della “riduzione del danno” e del “condizionamento a sinistra” verso Prodi, Padoa Schioppa, Mastella, D’Alema, & compagnia galoppante. Nessun salvagente verso costoro. Ci penserà Prodi a cuocerli trifolati a puntino. Li lascio macerare nel loro brodo di vegetazione e passo oltre.

Costruire un’alternativa a Berlusconi ed al berlusconismo non è possibile se non si sconfigge l’offensiva padronale di Prodi che ne prosegue l’operato. Sarà un organizzazione – un partito – comunista, marxista rivoluzionario che potrà ridare una speranza alla classe operaia e a tutti i lavoratori. Oppure le delusioni e le disillusioni produrranno un reflusso generalizzato, “un’andata a casa" a tutto vantaggio delle destre reazionarie.

Quel che manca e che va creato è un lungo percorso unificante e di riorganizzazione del malcontento sociale e una sua trasformazione in consapevole partecipazione di massa alla lotta di classe. Contro il governo borghese che sta infliggendo duri colpi ai lavoratori. E lo si potrà fare costruendo un’organizzazione, il Movimento Costituente per il Partito Comunista dei Lavoratori, che si batterà per farla finita con tutte le ambiguità dei governi dei padroni “amici” dei lavoratori, dei comunisti alleati con i buonisti con la missione Nato e le bombe a frammentazione nel cassetto e la strizzatina d’occhio al disobbediente di turno, dei sindacalisti collaborazionisti e pompieri con cui andare a braccetto, e così via.

Va estesa e sviluppata la partecipazione dei militanti alle lotte sindacali, per unificare le lotte dei lavoratori sui contenuti, a prescindere dalle sigle di appartenenza. Oggi molti compagni della sinistra di classe aderiscono individualmente alla Rete 28 Aprile Cgil o al sindacalismo di base. Sarà opportuno coordinarci. Personalmente considero molto più vivace e suscettibile di ulteriori sviluppi l’intervento nei sindacati di base, in crescita tra i lavoratori, mentre trovo poco produttivo lo sforzo di chi pratica la minoranza della minoranza dentro la Cgil. Ma ammetto che la mia è una visione di parte (sono iscritto RdB/CUB). E’ certamente vero che settarismi e comportamenti autoconservativi dei gruppi dirigenti (o di una parte di essi) sono presenti nei sindacati di base, ed hanno fin ora impedito la loro unificazione in una sola, significativa Confederazione. E’ anche vero che c’è stato lo sforzo di presentarsi unitariamente in occasione di scioperi generali da parte di quasi tutte le sigle. E’ questa una direzione di marcia promettente.

E’ con tutta evidenza necessaria una organizzazione di classe che conti sulle proprie forze (esigue che possano essere), che sia indipendente ed antitetica all’ organizzazione del consenso sociale dei padroni e dei loro alleati. Che si presenti con le carte in regola (nessuna collusione con il sistema, nessuna poltrona da rivendicare,) a cospetto dei lavoratori e dei movimenti di lotta, che li organizzi e che ne assuma la direzione, per costruire, sviluppare, estendere l’opposizione dei lavoratori alle politiche padronali.

Un partito che abbia la sua centralità nel movimento operaio, che sia individuato facilmente come lo strumento di riferimento della classe.

Il grande disorientamento che vivono oggi i movimenti, dopo una breve stagione di vivacità, è causato dalla pioggia di ambiguità e di panzane costruita ad arte soprattutto dal gruppo dirigente di Rifondazione, ma non solo. Soltanto creando una consapevolezza anticapitalistica si potranno rilanciare i movimenti. Un compito per il partito di classe.

Tutto ciò non entra in contraddizione e non impedirà affatto di partecipare, promuovere ed organizzare lotte non immediatamente collegabili con la difesa della classe operaia, come ad esempio le lotte per la difesa della qualità della vita delle popolazioni minacciate, si pensi al movimento NO TAV. Perché neanche le lotte per la difesa dell’ambiente naturale possono essere vincenti se a guidarle saranno gli alleati del grande padronato, che notoriamente considera l’ambiente una pattumiera senza fondo.

Non mi faccio illusioni, sarà una stagione difficile e faticosa, ci vorranno anni. Nulla pioverà dal cielo, ma tutto dovrà essere guadagnato. Partiremo certo in pochi. Ma non ci sono scorciatoie. Qui si tratta di ricostruire la rappresentanza politica del movimento operaio dalle fondamenta o quasi. Un partito che assuma come intervento principale il duro, anonimo e spesso poco gratificante lavoro di propaganda prodotto da militanti sul territorio, nei posti di lavoro, nelle situazioni di lotta. L’unico lavoro che però alla fine produce radicamento sociale, e non consenso virtuale.

La pratica militante dovrà marciare di pari passo con un rinnovato impegno allo studio, troppe domande restano oggi senza risposta se ci mancano gli strumenti per comprendere le dinamiche sociali, i processi di ricomposizione della classe lavoratrice ecc. Pertanto occorrerà sviluppare, oltre al lavoro di organizzazione e propaganda, anche l’elaborazione teorica, ideologica e lo studio, il confronto senza alcuna presunzione con altre realtà marxiste e situazioni di lotta.

28/07/2006

Umberto Cotogni
mPCL La Spezia

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