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(28 Novembre 2011)

prove neomussolinismo

Ai compagni che ci leggono, talora non limitandosi allo zapping “informativo” sul web, ma entrando in corrispondenza con noi, poniamo, prima di entrare nel merito della “novità” Monti a far da staffetta (più veloce e decisa) del governo Berlusconi, una “precondizione”: riandatevi a leggere quanto scrivevamo il 17 gennaio di quest’anno sul nostro sito sotto il titolo Cronaca di una morte annunciata (e di una precaria resurrezione) per misurare la coerenza o meno delle nostre analisi di fondo sui temi di attualità politica e sociale. E, magari, riandatevi a vedere quanto scrivevano allora certi antiberlusconiani di ferro, “ultrasinistra” compresa, per constatare come e dove ci abbiano portato i loro “impressionistici” salti della quaglia in rapida successione. Sarebbe ora di tirare qualche lezione quanto ai “comportamenti” delle forze politiche in campo, delle quali siamo certamente minimissima parte di peso, ma tutt’altro che ondivaga e priva di riferimenti marxisti conseguenti.

Negli scorsi mesi c’era stata nel paese un’ondata antiberlusconiana abbastanza curiosa. Bisognava finirla con un governo impopolare ed “immobilista” (vera l’una e l’altra cosa), e su questo comun denominatore si era costituito un “fronte unico” abbastanza curioso: le “parti sociali” ripudiavano unanimi il governo Berlusconi e ne esigevano un drastico cambio. Le “parti sociali”! Tutte appassionatamente unite: dalla Camusso alla Marcegaglia, dalle sfaccettate figure di “indignados” scesi in piazza per i “diritti sociali” al Sole-24 ore, dal Manifesto al Wall Street Journal, da Fini a Vendola etc.etc. Uno spettacolo edificante! Via il “puzzone” e tutto si rimetterà a posto...

L’ineffabile Asor Rosa (famoso per avere un cognome palindromo, cioè leggibile allo stesso modo da sinistra a destra come da destra a sinistra, rimanendo sempre allo stesso livello di fesseria), dopo aver invocato in precedenza un intervento... NATO per liberarci dal Cavaliere, scriveva sul Manifesto (23 settembre):

“Ora sono tutti d’accordo. Anzi: ora siamo tutti d’accordo: Berlusconi se ne deve andare. Lo dice da tempo La Repubblica, ha iniziato a dirlo con chiarezza crescente il Corriere della Sera. Lo dice la Camusso; lo dice la Marcegaglia. Con la consueta efficacia ed autorevolezza lo ha detto Eugenio Scalfari... Lo dicono, anche se con qualche significativa distinzione, i partiti di opposizione (da Bersani a Fini, n.). E ora lo dicono persino le agenzie di rating. L’unica che ancora non parla, a dir la verità, è la Chiesa (arrivata forse in ritardo, ma come un bulldozer, attraverso le sue gerarchie e Famiglia Cristiana, rivista che più “di sinistra” non si può: e questo consoli ulteriormente il nostro, n.)”. Non restava altro che la scesa in campo di Napolitano per completare l’opera con lo scioglimento delle Camere. Ed ora finalmente tutti i tasselli sono andati a posto: habemus Papam, papa Monti. Il “popolo” può finalmente esultare!

Che il governo Berlusconi avesse realmente scontentato “tutti” è un dato di fatto. Non lo era e non lo è che i motivi del generale scontento fossero unidirezionali. Al quadro unanimistico mancava e manca qualcosa: la rappresentanza attiva dei nostri interessi proletari di classe alternativa, non accordabili con gli abbracci tra la Camusso e la Marcegaglia, tra centro-sinistra (e sue code tipo SEL) e centro-destra parlamentari, tra agenzie di rating e salari (e “diritti del lavoro”). Berlusconi è caduto sì, ma non sull’onda di una vera lotta di classe, bensì per la “concomitante” (e di segno opposto) opposizione di “forze sociali” da cui noi siamo programmaticamente esclusi, con buona pace anche di quei settori “ultrasinistri” pronti a correre nel blocco dei “tutti d’accordo” per far intanto la pelle a Berlusconi e poi si vedrà (magari con l’inserzione di qualche rappresentanza della “società civile alternativa” nelle combine elettoralesche).

Berlusconi è caduto sì, ma perché il suo (fantomatico) “partito” è riuscito insieme a scontentare sia la massa dei lavoratori stabili, dei precari e dei senza-lavoro aspiranti a condizioni di maggior vivibilità contro i continui colpi (per quanto soft, se commisurati ad altre situazioni europee: vedi la Spagna e la Grecia – con governi “di sinistra”, guarda un po’! –), sia la borghesia imprenditoriale (ed affaristica) insofferente per la “mancanza di regole”... antioperaie. La nave in gran tempesta, “non donna di provincia, ma bordello”, traccheggiante tra l’una e l’altra sponda.

Arriva, allora, Monti col suo “governo tecnico” (cioè politicissimo). Tutto a posto?

D’improvviso ci si accorge che nel cambio qualcuno non ci guadagna affatto. Noi, probabilmente.

A Berlusconi si rimproverava simultaneamente dall’opposizione parlamentare di “non essere in sintonia con le indicazioni dell’Europa” e di “troppo piegarsi ai diktat (plutocratici, n.) europei”. E adesso abbiamo trovato la quadra? Non sembra proprio.

Novità “sconvolgente”: Berlusconi lascia il trono, anche senza l’espressione di un’esplicita sfiducia parlamentare, e si appresta a sostenere, a determinate condizioni, il governo Monti in accordo con Asor Rosa e soci. Fin qui si era tenuto a galla coi voti di “responsabili” considerati “comprati” dalle opposizioni. Ora, di fronte alle defezioni nelle proprie file di contro-responsabili (se non comprati vendutisi), lascia campo libero a un Monti che si appresta a fare ciò che la sua squadra non era riuscita a fare nell’identica direzione antiproletaria lasciandogli il cerino acceso in mano. Con la benedizione di “tutti noi” dal lato “opposto” del palco.

E qui cominciano i guai.

Tra gli antiberlusconiani di ferro che hanno oggettivamente e soggettivamente lavorato per questo esito “liberatorio” cominciano ad affiorare dei (legittimi) mal di pancia.

Primo: volevano un governo “designato dal popolo”, attraverso regolari elezioni (coi sondaggi tutti a favore), per affermare una – non si sa bene che – “alternativa al berlusconismo”, ed ora si ritrovano con un esecutivo calato dall’alto, pur se sempre dal buon nonno Giorgio, perlomeno formalmente, e l’alternativa che si ritrovano è di “baciare il rospo” come per i manifestini–linea Marco Revelli o – ancora – non si sa bene che; peggio che mai dal momento che a sostenere Monti si ritrovano assieme al nemico che avevano giurato di capovolgere a suon di programmi e cose diametralmente opposti.

Secondo: che programma è quello che ci propone Monti? Quello, parrebbe, di un classico “liberalismo” impostoci dall’UE e, dietro le quinte, dagli USA del buon Obama (a suo tempo largamente sponsorizzato dai nostri “progressisti”). L’infrazione alle regole costituzionali formali nel caso di cui sopra parrebbe configurarsi proprio come copertura di un’operazione strutturale di politica economico-sociale piuttosto indigeribile.

A parlare di “golpe costituzionale”, pensa un po’, si ritrovano assieme Ferrara, Scilipoti, Sansonetti, Ferrero, manifestini vari, da destra all’estrema sinistra tutti “egualmente” compresi dei sacri principi della famosa Carta (straccia) “nata dalla Resistenza”. A sostanziare la cosa con considerazioni di sostanza economico-sociale si ritrovano in meno, ma non è detto che anche in questo caso destra e sinistra non si rimandino la palla.

Cominciamo proprio da un bel “cucù” di Marcello Veneziani sul Giornale (12/11):

“Italiani che vi arrabbiate perché abbiamo parlamentari nominati dall’alto, non eletti dai cittadini, non avete niente da dire ad un premier nominato dall’alto, non indicato né mai votato dal popolo sovrano? Ragazzi che protestavate contro la dittatura della finanza sui popoli, non vi indignate se un governo eletto democraticamente deve cedere il posto a un governo commissariato dall’economia? (Salvo il fatto che antidemocraticamente Berlusconi stesso gli dà l’imprimatur; cosa che andrebbe pur spiegata!, n.). Sinistre del piffero, vendolicchi e pisapie, che eravate dalla parte dei proletari e vi dicevate perfino comunisti, non avete nulla da obiettare che piovra dai poteri economici, capitalistici e “padronali”, un commissario tecnico, mentre la democrazia è Bocconi per terra? (Ma la piovra di prima resta intatta e rafforzata, Berlusconi non a caso partecipe della cosa, n.). E voi signorini che ogni tre parole lanciate una preghiera all’Adorata Costituzione, non vi pare uno strappo alla medesima un governo che nasce così per grazia della Borsa e volontà dell’oligarchia?” (Come sopra in nota, n.)

Il pezzullo di Veneziani sembrerebbe richiamare a schiaffoni la “sinistra” ai suoi calpestati fondamenti. Fin troppo chiaro che si tratta di un discorso “nazional-rivoluzionario” di destra che nulla ha a che fare con un’autentica prospettiva “dalla parte dei proletari” e del comunismo. Ma il bello è che su questa base si sta configurando una sorte di “fronte unito” (vedi la sempre intelligentissima Rinascita) destra rivoluzionaria-sinistra “del piffero”. Un “esperimento” di cui già in passato abbiamo avuto eloquenti prove. Non siamo ancora al suo emergere dirompente, ma se ne danno già abbondanti presupposti, come poi vedremo.

Rileggiamo infatti lo stesso discorso svolto da “sinistra”, attraverso un eloquente intervento di Giulietto Chiesa sul Fatto quotidiano (il giorno dopo la venezianata, 13/11):

«E’ il governo Napolitano-Monti-Goldman Sachs. Vincendo la nausea affacciamoci sul dopo Berlusconi. Monti arriva come commissario al quadrato. I suoi vice saranno gli ispettori del FMI e della BCE. Come in Grecia. Inizia un’altra repubblica: la terza? Che annuncia di voler cancellare la sovranità nazionale dell’Italia... Ne viene fuori un governo della casta, che verrà definito di “salvezza nazionale”, ovvero “tecnico”. False la prima e la seconda definizione. Perché, primo, non salverà il paese, ma obbedirà al diktat della finanza, colpendo la popolazione; secondo, sarà il più politico dei governi del dopoguerra: perché sancisce l’assoggettamento del nostro paese a un “governo” straniero e ostile (e non mi si venga a dire che sudditi lo eravamo già, perché questa eterodirezione è l’inizio di un cambio d’epoca orwelliano» che va ben oltre i confini del berlusconismo. Non è che ancora si dica “arridatece er puzzone nostro”, ma il brodo che si agita anche “da sinistra” una volta esclusa – programmaticamente esclusa – l’alternativa di classe, rivoluzionaria ed internazionalista, è quello del classico mussolinismo antiplutocratico, antiliberalista. Gli estremi si toccano, post-berlusconiani entrambi ed entrambi nazional-popolari, in nome della dignità, della sovranità nazionali (della Grande Proletaria come diceva Lui).

Qualche commento nostro in nome degli assenti, proletariato e marxismo.

Ci fa un baffo lo sgarbo anticostituzionale quanto alle “modalità” della designazione di questo governo (le cui caratteristiche sostanziali sono ben dipinte da Giulietto). Crediamo di sapere fin da tempi remoti che le “regolari elezioni” a norma della Costituzione (di tutte le Costituzioni del capitalismo) per designare dei “legittimi governi, espressione della volontà popolare”, valgono unicamente nel senso di riaffermare la dittatura del capitale, che il proletariato è chiamato ad infrangere non a colpi di schede, ma attraverso una propria antagonista lotta di classe extra ed anti-parlamentare. Che la torta in questione venga confezionata in un modo o nell’altro poco c’importa: in tavola ci ritroveremo sempre e comunque lo stesso prodotto in assenza dell’unica nostra alternativa possibile. Che senso ha reclamare “governi costituzionali eletti dal popolo” al di fuori di ciò? Giulietto Chiesa, come molti manifestini, reclamano ad alta voce il “responso delle urne” contro i “commissariamenti”. Ma che alternativa reale offrirebbe un “vero governo delle opposizioni” (da Bersani-Vendola a Fini?) rispetto al commissario Monti espressione dei diktat della finanza e delle potenze “straniere ostili” cui proprio queste “opposizioni” si piegano docilmente e con “energica determinazione”? Un “corretto metodo costituzionale” cambierebbe di qualche virgola la sostanza? Visto che vi richiamate al voto sovrano dateci almeno una prospettiva elettorale alternativa per cui “esprimerci” al di fuori dell’ammucchiata in corso. E invece no: basterebbe andare alle urne come Dio (la Costituzione) comanda e tutto si accomoderebbe di per sé.

Fessi noi che non ci crediamo.

Le “urne sovrane” ci hanno già dato in Spagna e Grecia dei “governi di sinistra” (Viva Zapatero!, ve lo ricordate?) formalmente “espressione del popolo”, nella sostanza prone ai diktat delle forze “ostili” di cui sopra e le stesse li hanno “democraticamente” rimossi a favore di una destra “non commissariata” formalmente, ma sì di fatto, e in perfetta continuità con la politica della “sinistra” dimissionata dal “voto popolare”, ad onta di tutti i movimenti indignados incapaci di porre un proprio aut-aut antagonista di classe.

Da Chiesa alla Rossanda ci si richiama, con evidente appello all’Italia, all’abortito (grazie a clinici “di sinistra”) referendum greco. Ma davvero un referendum pro-nazionale avrebbe cambiato le cose? Davvero vorreste infrangere le regole del sistema imperialista attuale richiamandovi a “diritti di autonomia nazionale” che esso stesso sistema annulla senza toccare il sistema? Il “popolo” vota contro i diktat del capitale, ma come li annulla? Come rispondere, come uscire dalla reale dittatura del capitale cui siamo sottoposti? Noi conosciamo un mezzo soltanto: la nostra dittatura di classe, che non significa – si badi bene – “estraniazione”, ma apertura di una conflittualità necessariamente estesa a tutte le altre situazioni conflittuali contro il capitale. Se il “socialismo in un solo paese” è una frescaccia, tanto più lo sarebbe un “capitalismo nazionale armonico in un solo paese”. Questo è quanto!

Purtroppo anche dal campo dell’“estrema sinistra” si sta suonando la stessa musica. L’Italia, “il nostro paese”, sarebbe vittima di appetiti “esterni”, UE e, ben più solidi dietro di essa, degli USA. Siamo ridotti a “colonia” che deve, come paese ribellarsi alla neo-colonizzazione. A questo scopo si possono ben chiamare i proletari, ma – come Togliatti insegnava, mentore Stalin – in nome della patria “comune”, risollevando dal fango le bandiere nazionali lasciate cadere da una pavida borghesia inetta alla bisogna.

Qualche onesto compagno ci ha posto in passato il quesito (cui abbiamo già risposto a sufficienza): è mai possibile porre sullo stesso piano il centro dell’imperialismo dittatoriale ed i paesi (sia pur capitalisti) da esso sottoposti a tutela e dominio?

No. Che ci sia una gerarchia nell’ambito del sistema imperialista è un semplice dato di fatto. Noi siamo ben lungi dal mettere sullo stesso piano gli USA, paese imperialista dominante, o l’UE a direzione pesante Germania, e, poniamo, la... Repubblica di San Marino. Il problema è che i contrasti tra i paesi imperialisti (di cui, salvo ognuno, fa parte l’Italia) riguardano degli interessi di classe borghesi di cui noi rimaniamo semplicemente l’“oggetto” da amministrare e disciplinare. Non ne usciremo se non rompendo questo vincolo di classe. L’“indipendenza” dell’Italia dai diktat dei grandi centri imperialistici è possibile solo ed in quanto rottura rivoluzionaria contro di essi in una prospettiva comunista internazionale. Ci dicano i Chiesa e le Rossande a chi altro e come dovremmo rivolgerci per “autogestionarci” socialmente in proprio!

Noi non ignoriamo affatto il problema posto da Giulietto Chiesa e soci sulla necessità di uscire dalla stretta in cui ci costringe il grande capitale (di cui l’Italia è parte compartecipe, sia pur “sottoposta”). Non ignoriamo neppure il fatto che questa situazione di “commissariamento” nuoce non solo al proletariato, ma all’insieme del “popolo”, borghesi “compressi” e posti in svendita compresi. Il problema è: lanceremo la parola d’ordine di un “fronte unitario nazionale” tra tutte le classi (“colonizzate”) o quella della nostra rivoluzione di classe? Giriamo la questione a certi “compagni” che stanno sulla seconda sponda, per quanto con accenti “comunisti”.

Sempre noi, ci ricordiamo (non per partecipazione anagrafica: non siamo ancora ultracentenari!) di una analoga questione che si pose ai tempi della Terza Internazionale.

La Germania vinta, umiliata ed “oppressa” da Versailles, era costretta a subire tutti gli odiosi imperativi dei vincitori. Una situazione “neo-coloniale”, dicevano molti tra gli stessi “comunisti”, cui rispondere con un programma di riscatto nazionale, sino ad evocare parole d’ordine di “lotta di liberazione nazionale”. I “nazional-bolscevichi” si apprestarono al caso sino a trovarsi assieme ai nazional-socialisti su questo tema reale. Lo stesso Radek, portavoce dell’IC, se ne fece portavoce, con tutti i distinguo del caso, sulla base dell’equazione: riscatto nazionale = rivoluzione proletaria (quest’ultima, perlomeno, rimaneva “teoricamente” salda). “Tutto il popolo” tedesco soffriva per i diktat di Versailles. Va bene. Ma come uscirne? Attraverso un “fronte unito” nazionale, di cui il PC fosse parte interna ed insieme “indipendente”, o attraverso una lotta a sangue con la propria borghesia “oppressa” per il proprio potere di classe? Sganciarsi da Versailles significava per noi sganciarsi dalla propria borghesia, per sua natura incapace di farlo e, sempre per sua natura, preoccupata soprattutto dei sussulti proletari di classe che ne avrebbero minato il dominio.

Sganciarci da “Goldman Sachs” oggi, in Italia, comporta lo stesso processo: o il proletariato si dimostrerà capace di una sua azione autonoma ed antagonista per uscire dal vicolo cieco delle impersonali leggi del capital transnazionale che ci schiavizza o, al massimo, possiamo pensare ad una replica mussolinista di imperialismo nazionale in opposizione ai grandi centri imperialisti che “ci comandano”, in nome dei “nostri diritti a un posto al sole” ed in barba alle inevitabili “inique sanzioni” che ci verrebbero inflitte dai padroni del vapore.

Lo tengano ben presente quanti, tra i “compagni”, si fanno portavoce dei “nostri interessi nazionali” conculcati dai “poteri esteri forti”, demagogia proletaria (pardon!, popolare) a parte.

23 novembre 2011

Nucleo Comunista Internazionalista

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