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(18 Novembre 2008) Enzo Apicella

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Con tutto il carovita che possono

(2 Gennaio 2008)

Anno nuovo, nuovi rincari e vita se non vecchia certamente nota. Quella che i Governi di Sinistra-Destra stanno imponendo agli italiani da due legislature. E ognuno dice che la colpa è dell’altro. Le colpe e le responsabilità sono solo le loro, dei Berlusconi e dei Prodi e dei partiti di coalizione scelti e coccolati che prima fanno – come Lega, Udc, Rifondazione, Udeur ma anche altri - i compari del truffaldino di turno che manovra le tre carte. Poi s’accusano di demagogia, vicendevolmente. E se tu cittadino li critichi sei un volgare qualunquista, uno che rema contro. Un figlio dell’antipolitica. L’hanno creata loro l’antipolitica, degni eredi quali sono della madre di tutti i rigetti della politica scaturiti dalla Repubblica delle Tangenti siglata Caf. I Berlusconi, Veltroni-D’Alema – c’è qualcuno più inquietantemente doroteo dei due ex Pci? – Casini sono gli epigoni dei ladri e mafiosi di regime quali erano Craxi, Andreotti e Forlani. Arricchiscono il carrozzone postfascisti e postcomunisti da poltrona, pronti a seguire le orme del populismo più bieco che il Belpaese ha conosciuto da vent’anni a questa parte, quello bossiano.

L’anno s’apre nel segno d’uno dei doni maggiori dei governi del terzo Millennio: il carovita. Quel meccanismo che dal 2001 ha ridotto il milione di lire diventate cinquecento euro a valere davvero pochissimo. E di cui un mistificatore nato come Tremonti diede colpa all’introduzione dell’euro. Chiunque in questi anni abbia viaggiato per i Paesi del vecchio continente che come l’Italia avevano adottato la moneta europea, si sarà accorto che nell’aumento generalizzato dei prezzi i tetti speculativi toccati fra il 2003 e 2004 nelle nostre regioni non avevano pari. Al governo c’era la Casa delle Libertà che col supeministro Tremonti raccontava la favola della responsabilità inflazionistica dell’euro – sic -. Responsabilità che stranamente valeva solo nel nostro territorio visto che in un supermercato tedesco o francese il vino italiano, e ribadiamo italiano, riusciva a costare meno che da noi. Di chi le vere colpe, dunque? Risponderebbe anche un bambino: del bottegaio sottocasa che aumenta le merendine, della lobby commerciale che riunisce esercenti piccoli e grandi, cooperative comprese. E ha voglia la Coop a dire che la sua merce costa meno, costa un po’ meno che in un altro supermercato ma sempre più rispetto al Lussemburgo e forse anche alla Finlandia. Dove però il reddito medio è superiore ai duemila euro, mentre nelle nostre lande i milleduecento sono diffusi e la famosa terza settimana di spesa è diventata un optional.

Sono trascorsi il 2005 e 2006, abbiamo conosciuto Capodanni dove ci s’augurava miglioramenti. E’ migliorata la precarietà del lavoro grazie all’amatissima – da Confindustria, e da qualche ramo sindacale – legge 30, sono aumentati sfruttamento selvaggio e privazioni delle tutele non solo per la salute ma per la vita stessa di chi lavora. Tant’è che ormai si supera il 3,87% di morti al giorno. Poi il governo è cambiato e con la sua compagnìa Prodi ha sfoderato tante promesse: via la legge 30, abbattimento dei costi della vita, aumento dei salari. Venti mesi per non vedere nulla. Oppure sì, il convertito Bertinotti assumere grandi cariche istituzionali, il ministro diesse Damiano parlare dal dicastero del Lavoro di controllo della precarietà, e tante, troppe chiacchiere anche fra i ministri della sinistra definita radicale. Ma di fatti quasi niente. Il ministro di ferro del governo dell’Unione Padoa Schioppa – proprio come fu Tremonti per la Casa delle Libertà prima della defenestrazione – ha dettato legge. E se l’occhio s’è rivolto al risanamento delle conti pubblici, quel peso continua a grave molto più sul reddito dipendente rispetto a un copioso reddito autonomo che resta evasore.

La sinistra di governo non solo resta collusa con le corporazioni commerciali responsabili del saccheggio dei redditi dei cittadini deboli, ma prosegue, proprio come il precedente governo di Destra, una politica economica da stillicidio aumentando i prezzi di suo. Com’altro definire la politica fiscale sui carburanti che vede l’Italia in testa a ogni nazione europea nel caro-benzina e i nostri governi-gabellieri incamerare in eccesso sia se il prezzo del barile di petrolio aumenta sia se resta invariato? Ovunque il petrolio è l’ago della bilancia del carovita, da noi quest’ago schizza sempre più su. Dopo non aver mosso un dito - né Prodi né gli alleati più attenti al popolo – di fronte agli aumenti di beni di primissima necessità come pane e latte, giungeranno le nuove raffiche che portano gli statistici a stilare questo bollettino di guerra familiare: 48 euro in più per gas ed elettricità, 42 per autostrade, 50 per le revisioni auto, 150 – sic – per i treni. Con altri scampoli si prospettano 300 euro annuali di spesa maggiorata solo per queste voci. Plurivergognosi sono proprio gli aumenti dei trasporti su rotaia. Perché intaccano quello che viene tanto sbandierato nel politicamente corretto di certa sinistra buonista e ambientalista: abbattere l’inquinamento del trasporto su gomma.

E allora come la mettiamo onorevoli Veltroni e Pecoraro? Trenitalia - società di una delle finte privatizzazioni di metà anni Novanta curata dal boiardo Cimoli, sponsorizzato proprio da Prodi, a suon di tagli di personale e lavori subappaltati e ancora lifting estetici ma scarsissima efficienza - è l’unica che può farci viaggiare via terra. Possiamo nel Belpaese prendere un treno svizzero? Non ci pare, subìamo invece il ricatto degli aumenti in regime di monopolio. Un servizio pubblico è detenuto da un unico gestore e mentre anni or sono cittadini-utenti godevano d’un po’ di tariffe agevolate per quel soffio di stato sociale presente anche in casa nostra, oggi cittadini-clienti vengono spremuti e turlupinati dalla mancanza di concorrenza e alternative. Lo chiamano libero mercato, liberi sono i prezzi non la resa. E le buonuscite dei risanatori alla Cimoli. Che oggi un Milano-Roma in seconda classe di sola andata costi 90.80 euro tariffa standard, e se va bene 67 tariffa flexi, per sanare il buco lasciato dalla liquidazione di mister Cimoli? Sei milioni e settecentomila euro, poi è venuta per lui quella dell’Alitalia: tre milioni di euro. Mentre Prodi, come le stelle di Cronin, sta a guardare.

1 gennaio 2008

Enrico Campofreda

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