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La spada dell'Islam

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(2 Settembre 2010) Enzo Apicella
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Una instabile stabilità.

Editoriale del nuovo numero di Contropiano

(30 Settembre 2009)

Se volessimo usare un eufemismo, possiamo dire che evidente come la credibilità del governo Berlusconi sia oggi sottoposta ad un forte stress. La peculiarità del personaggio e i suoi eccessi, allentano le relazioni con il resto dei poteri forti che gli hanno ripetutamente affidato il mandato di regolare i conti con le “casematte politiche, sociali e culturali” che in questi decenni hanno ostacolato il dominio assoluto del capitalismo tricolore sulla società.

Questa volontà di dominio è stata spesso declinata come modernizzazione del sistema ma i risultati prodotti – anche per la natura molecolare e arretrata del capitalismo italiano – non ha sottratto il paese alla sua dimensione di anello debole del sistema. Al contrario, ha accentuato la divaricazione tra i grandi gruppi capitalisti abbastanza integrati a livello internazionale e supportati dall’apparato statale versus la miriade di piccole e medie imprese che, pur imbracciando a piene mani la delocalizzazione produttiva e la domanda fondata sulle esportazioni, hanno scoperto amaramente che aver compresso troppo il mercato interno (con salari ridicoli e speculazioni sui prezzi in occasione dell’entrata in vigore dell’euro). Il paracadute della moneta debole e dell’evasione fiscale tollerata, alla fine non hanno agito più come prima ed hanno mandato in tilt il sistema industriale.

La dominanza della finanziarizzazione dell’economia ha spinto il sistema delle imprese su questo versante penalizzando ricerca, investimenti e domanda interna nel suo complesso. Il sistema – la cosiddetta Azienda/Italia - si è così convertito a produttore di rendite speculative piuttosto che di merci e capitali concorrenziali nell’ambito della competizione globale.

Berlusconi aveva l’ambizione di mediare tra questi due mondi del capitalismo italiano creandogli intorno un blocco sociale di consenso e un sistema legislativo permissivo e funzionale. Ma troppo spesso ha confuso se stesso (e i suoi interessi personali) con quelli degli altri provocando più problemi che eventuali soluzioni durature.

L’arrivo della onda lunga della crisi economica, ha sottoposto a bruschi strattoni il disegno messo in campo in questi anni ed ha rivelato l’instabilità dello scenario politico e sociale. Ma a queste contraddizioni, evidenti a occhio nudo, si oppongono fattori di stabilità ancora non logorati.

Il punto di forza di Berlusconi resta infatti la sua capacità di fare egemonia culturale in una società ancora fortemente disuguale, arretrata, frastagliata e con un blocco sociale reazionario consolidato, ma soprattutto resta la mancanza di alternative politiche e sociali credibili agli occhi dei poteri forti. Il PD da questo punto di vista resta il principale responsabile della sua inanità e il migliore alleato oggettivo del berlusconismo.

Questa alleanza oggettiva tra destra e centro-sinistra, ha cercato in ogni modo di semplificare lo scenario politico imbracciando come una clava il bipolarismo e il sistema elettorale maggioritario. I risultati devastanti prodotti da questa convergenza dal 1993 in poi sono sotto gli occhi di tutti.

Sono visibili quasi ad occhio nudo le conseguenze sul terreno dell’identità e della coesione sociale mentre iniziano a palesarsi i primi elementi di messa in discussione della stessa forma statuale unitaria borghese dell’Italia.

Gli strappi autonomisti della Lega nel nord e la speculare ripresa di istanze meridionaliste non estranee da frequentazioni inquietanti con i protagonisti del “keynesismo criminale”, ci mandano a dire che l’unitarismo nazionale è sottoposto a sollecitazioni fino a poco tempo fa impensabili con effetti variegati e contradditori nelle stesse fila dei lavoratori e dei ceti popolari del paese.

Parallelamente Berlusconi sta giocando una partita piena di incognite anche sul piano internazionale. Non è un mistero che le sue alleanze personali e spregiudicate con le leadership della Russia, della Libia e della Turchia, non vengano affatto viste di buon occhio dall’amministrazione USA né dall’Unione Europea. Il servilismo sulla base USA a Vicenza o sulla partecipazione alla guerra in Afghanistan o verso la politica israeliana, non bastano a fugare i sospetti verso la leadership berlusconiana. Anche perché su questo terreno il PD pensa, ha fatto e farebbe esattamente le stesse scelte.

E’ questo il contesto – aggravato dalla dimensione sociale che sta assumendo la crisi globale – dentro cui emergono le spinte per logorare ed eventualmente sostituire Berlusconi. La dietrologia politica su questo si è scatenata intorno a varie ipotesi e suggestioni: un “Grande Centro” intorno a UDC e Montezemolo con l’appoggio del Vaticano, l’emersione di Fini come nuovo leader del centro-destra, un governo di unità nazionale per gestire la crisi etc.

Che tali suggestioni possano trasformarsi in realtà politiche resta tutto da verificare. Certo è che Berlusconi non rinuncerà ad alcun mezzo per evitare ribaltoni o uscite di scena che lo consegnino alla magistratura. Gli uomini del presidente non lesinano infatti attacchi alle banche, la Lega non nasconde la sua ostilità contro i grandi gruppi industriali-finanziari, la pancia profonda del paese viene sollecitata – oltre che contro gli immigrati – anche contro le èlite e i poteri forti che complottano alle spalle del leader. Il blocco sociale reazionario che Berlusconi ha costruito in questo anni non è poca cosa ed è molto radicato nella società. Solo gli effetti sociali della crisi orientati politicamente potrebbero sgretolare questo consenso, ma qui vengono le note dolenti.

La sinistra oggi extraparlamentare è adeguata a gestire queste possibilità? E per orientarle in quale direzione? Da questo punto di vista l’antiberlusconismo è una maledizione e un obiettivo fuorviante. E’ diventato quasi disperante verificare come contro Berlusconi vada ormai bene tutto, anche Montezemolo o il gruppo editoriale De Benedetti-Caracciolo-Espresso o il Partito Democratico - “se però vince Bersani” (sic!).

In questi mesi, nel confronto aperto con i partiti che propongono la “federazione della sinistra d’alternativa” abbiamo chiarito che riteniamo l’indipendenza politica dal PD e dalle compatibilità del mercato un fattore costituente e qualificante per una nuova ipotesi della sinistra anticapitalista nel nostro paese. Abbiamo invece la sensazione che il richiamo della foresta stia di nuovo agendo su questa ipotesi in occasione delle prossime elezioni regionali. Una alleanza con il PD, tra l’altro deve fare i conti con il fatto che sarebbe lui a decidere se e dove allearsi con la sinistra oppure con l’UDC. E’ evidente come tutto ciò confermerebbe che i partiti della sinistra ma anche gran parte della sinistra sociale continuerebbero ad essere “oggetto” e non “soggetto” dello scenario politico. Alla luce della crisi di questa sinistra e della lezione degli ultimi anni, sarebbe un errore: quello finale! Una condizione, e lo diciamo ai tanti compagni ed attivisti che quotidianamente incrociamo, in cui non vorremmo ritrovarci ed attorno cui suoniamo un campanello d’allarme.

Settembre 2009

contropiano

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