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Note su Esercito europeo e dintorni

(4 Giugno 2003)

Una volta tanto sono tutti d’accordo.
Divisi senza rimedio sul tipo di rapporto da sviluppare con gli States, i governi dell’Ue e i diversi schieramenti che animano il dibattito politico nel continente, sembrano aver ritrovato l’unità attorno ad un obiettivo concreto. Quello della creazione di una difesa europea.

Essa viene vista con favore da settori che, se si sono opposti all’impresa irachena, lo hanno fatto senza agitare questioni di principio, riferendosi ad una razionale ipotesi di gestione e risoluzione delle controversie internazionali. Un’ipotesi che può esser sintetizzata con la formula del “concerto delle potenze”.

Ma sulla possibilità di dar vita ad un esercito europeo, convergono anche le componenti che hanno sostenuto l’aggressione all’Iraq da parte delle forze angloamericane e che ora, senza remore, forniscono appoggio all’amministrazione coloniale impostasi in quel paese a guerra finita. Va sottolineato che all’interno di questo schieramento filoyankee a caldeggiare la prospettiva di una Difesa targata UE sono soprattutto i realisti. Quelli, per intenderci, che non fondano l’approvazione della aggressiva politica estera degli USA sulla esaltazione delle virtù della “Civiltà americana”. Certo, qualche richiamo –sia pur non troppo insistito- al ruolo degli americani liberatori d’Europa dal giogo nazifascista si trova anche nei discorsi dei “realisti”. Ma essi –si pensi all’italiano De Michelis, tra i consiglieri del Berlusca in politica estera- più che di ideali e di nobili imprese, amano parlare di rapporti di forza. Giungendo alla conclusione che la attuale debolezza dell’Ue non le consenta di agire, oggi, senza gli USA o di contrapporsi nettamente ai loro disegni. Non stiamo parlando, quindi, di un settore filoamericano in senso stretto. Lo stesso De Michelis, non lo si scordi, ha criticato a suo tempo la fuoriuscita dell’Italia, per volontà dell’esecutivo Berlusconi, dal progetto di realizzazione degli Airbus A-400m, definendola un colpo alla possibilità di realizzare una difesa europea. Poi, certo, per quanto i realisti siano meno amanti dell’unilateralismo yankee di quanto non sembri, il loro modo di intendere un possibile esercito continentale risulta affatto diverso da quello degli europeisti veri e propri. I “realisti” discettano sul conseguimento di una “autonomia relativa” dagli States. Lo ha ricordato il già citato De Michelis in un talk show televisivo condotto da Gad Lerner qualche settimana fa. In quella occasione l’ex esponente craxiano –anticipando i contenuti di un successivo intervento sul “Corriere della Sera”- ha anche invitato i diversi paesi europei a concentrarsi sulle spese militari a scapito di quelle sociali, ritenute inutili.

Sarebbe il caso di complimentarsi per tanta chiarezza, distante anni luce dagli infingimenti propri della retorica europeista. Francia e Germania, nonché il grosso della sinistra istituzionale europea, mirano –infatti- all’obiettivo di una autosufficienza militare che sia il tassello definitivo di un progetto di totale autonomia dagli States. Ma, chiaramente, si guardano bene dall’esplicitare i possibili costi sociali del cammino verso la realizzazione di così ambiziosi propositi.

Ora, della questione debbono iniziare ad occuparsi le forze antagoniste, quelle che si sono opposte alla recente mattanza in Iraq muovendo da una impostazione nitidamente anticapitalista ed antimperialista. Occorre disvelare cosa nasconde il verbo europeista cui una certa stampa vorrebbe conquistare il movimento contro la guerra. Occorre farlo adesso, perché –dall’altra parte- non ci si ferma al solo livello delle parole e delle dichiarazioni di principio.

E’ vero, Francia e Germania hanno chinato il capo dopo la vittoria statunitense nella terra che fu l’antica Mesopotamia. Le loro esternazioni pubbliche, nel campo della politica estera, si sono fatte più prudenti. Ma ciò non toglie che esse stiano agendo concretamente per trovarsi, in un prossimo futuro, più preparate a sostenere la sfida col cosiddetto unilateralismo yankee.

Il 29 aprile a Bruxelles, in compagnia di Belgio e Lussemburgo, i due paesi più importanti dell’Unione hanno definito un effettivo progetto di esercito europeo, proponendosi –nel campo in questione- come vera e propria avanguardia continentale. Il loro intento risulta chiaro. Essi hanno definito una Difesa raccordata alla NATO, ma autonoma da essa e pronta, quindi, ad intervenire anche senza la storica alleanza militare. I tempi di attuazione di siffatto progetto sono piuttosto ravvicinati e, nei confronti di esso, non sono mancate le critiche da parte dei filoamericani. Non si è avuta, però, contrapposizione frontale, nonostante il segno inequivocabile della nuova iniziativa franco-tedesca. E ciò risulta significativo. Indicativo del fatto che il progetto in questione sarà fatto rientrare negli attuali binari della costruzione europea, magari stemperandone il latente connotato antiamericano.

In realtà, si sta già procedendo in questa direzione. Lo conferma la riunione dei ministri degli Esteri dell’UE tenutasi in Grecia pochi giorni dopo il minivertice di Bruxelles, dove lo slancio franco-tedesco è stato assunto come contributo alla realizzazione di una Difesa Europea.

La quale, sia chiaro, non comporterà la messa in comune di tutti i mezzi militari di cui dispongono i singoli paesi europei, ma solo di una parte di essi. Il tutto, nel quadro di una cooperazione militare assai più stretta dell’attuale e di una condivisione delle spese militari volta a recuperare –parzialmente, si intende- il gap tecnologico con gli USA.

A qualcuno, ai più febbricitanti tra gli europeisti, potrà sembrare poco. A noi sembra molto. Anche perché delucida sul carattere che concretamente assumerà l’UE. Che non sarà quello sociale di cui hanno blaterato per anni intellettuali affermati e molto ascoltati nella sinistra critica. La drastica riduzione delle spese sociali cui si accennava prima, sulla base delle dichiarazioni di De Michelis, non può che essere all’ordine del giorno.

E ciò non fa che demistificare i discorsi di chi ha preteso da un lato che l’Europa conti di più sul piano planetario, dall’altro che essa si configuri come continente dei diritti civili e sociali. Come si fa a contare di più se alla moneta unica non si affiancano le cannoniere? Altro che Welfare, altro che tradizione europea diversa da quella statunitense perché più rispettosa delle conquiste dovute a decenni di lotte sociali! Tuttavia, sebbene i fatti li smentiscano e la storia recente abbia dimostrato in modo incontrovertibile l’infondatezza delle oro tesi, i teorici egemoni nel movimento, quelli che hanno fantasticato per anni su un’Europa chimerica, non rinunciano ad osannare l’UE, inebriati dalla opposizione di Chirac e Schroeder all’ultima impresa yankee.

Antonio Negri, in un recente scritto (“Il continente della democrazia assoluta”), arriva addirittura a stravolgere realtà che sono sotto gli occhi di tutti. Francia e Germania sarebbero, secondo lui, addirittura portatrici di un modello alternativo al liberismo! E ciò in un momento in cui, nel partito di Schroeder, diviene più forte l’emarginazione della sinistra di Lafontaine e nella potenza d’oltralpe, l’esecutivo si produce in una seria riforma del sistema previdenziale.

Che ci si può fare.

Non si può pretendere aderenza al reale da parte di chi –assieme al fido Hardt- giunge a parlare di un golpe all’interno dell’Impero, portando avanti da quegli USA che avrebbero così risuscitato il fantasma di un ormai logoro imperialismo. In tale contesto fittizio -creato appositamente da Negri per coprire gli abbagli analitici del suo best-seller- non rimarrebbe che perseguire l’obiettivo tattico di una alleanza con Francia, Germania e –perché no- Russia e Cina. Così da ritornare, dopo una nefasta parentesi di unilateralismo imperialista, ad un sano multilateralismo imperiale. Insomma, un autentico delirio, che non stiamo neanche rendendo pienamente. Il breve scritto cui ci riferiamo, infatti, sembra presentare in alcuni punti addirittura una identificazione tra le moltitudini e i governi europei non allineati agli States. Il che porta con sé un’autentica contraddizione. E tale prima ancora sul piano logico che su quello teorico. Si pensi al fatto che, nella conclusione Negri sostiene che l’alleanza tattica cui si è già accennato non può non portare al rinvio del raggiungimento della meta ultima delle moltitudini. Ossia della attuazione dell’utopia spinoziana di una democrazia assoluta in Europa.

Ma se moltitudini e governi si identificano, l’azione geopolitica dei secondi e l’inarrestabile sforzo costituente delle prime dovrebbero coincidere magnificamente. A meno che…Negri non stia un po’ prendendo in giro i suoi lettori.

D’altra parte, la sua elaborazione risulta di questi tempi piuttosto funzionale ad interessi diversi da quelli propri delle sue pur indefinite moltitudini. Nella trasmissione televisiva citata in principio, oltre a De Michelis risultava anch’egli presente, riabilitato non solo come intellettuale eccelso, ma anche in quanto protagonista del dibattito democratico. Non stupisce che a prodursi in questa operazione sia stato quel Gad Lerner che ha parlato del movimento contro la guerra come di un movimento “oggettivamente europeista”. Non stupisce e dimostra quanto Negri renda un prezioso servigio a quei settori della politica italiana che invocano un legame più forte col carro europeo. Tuttavia, il suo valido contributo non può far dimenticare ch’egli non è il solo a mischiare le carte in tavola, in quella che, per comodità, chiamiamo sinistra critica. Nella componente togliattiana di Rifondazione Comunista non manca chi lo scavalca, inneggiando addirittura al carattere progressivo dell’esercito europeo, in funzione antiamericana.

Di più, rivendicando lo stesso arco di alleanze proposto dal Professore, intellettuali organici a quella corrente come Losurdo arrivano a trasfigurare realtà come quella cinese. Il colosso emergente della economia mondiale non sarebbe, secondo loro, un paese capitalista. E pensare che –a parte ciò che da anni, sulla Cina, scrivono le forze rivoluzionarie- anche nella borghesia nostrana la potenza in questione è stata analizzata e descritta per quello che è. In un momento di onestà intellettuale unico, in una carriere segnata da uno zelo eccessivo verso le direttive padronali e dalla apologia del liberismo, Piero Ostellino, all’indomani della strage di Piazza Tien an Men, scrisse sul “Corsera” che la Cina aveva da tempo intrapreso la strada della economia di mercato. Però quel che già nell’89, mentre il Partito Comunista Cinese commetteva un autentico crimine, ebbero a riconoscere lorsignori, viene ora smentito in altri settori, che si ritengono interni più che al movimento no global, al tradizionale movimento operaio.

Insomma gli attuali epigoni di Togliatti confermano –a partire dallo scarso entusiasmo verso tutto ciò che si è determinato da Seattle in poi- il loro rifiuto di ogni nuovismo, suffragato da un impianto teorico che con quello di Negri poco ha a che spartire. Eppure giungono ad una curiosa convergenza con l’ex esponente di Potop. E non tanto nella comune spinta a stravolgere la realtà (la Francia è antiliberista, la Cina è anticapitalista ecc.), quanto nell’antiamericanismo politico che di certe mistificazioni abbisogna e che porta ad un puntuale schieramento con l’Europa Unita contro gli States. Certo, l’affinità negli obiettivi non comporta eliminazione delle differenze su altri piani. I togliattiani –al contrario di Negri- condiscono il loro antiamericanismo anche con una sterile e gretta contestazione culturale, ancorata al falso presupposto che l’Europa sia portatrice di un’altra “idea di civiltà”. Ma, soprattutto, essi, nella rituale fedeltà alle terminologie tradizionali, usano, seppur svuotandole di senso, le parole giuste. Non esitano, insomma a parlare di imperialismo, anche se alcuni di loro lo identificano con i soli Stati Uniti.

L’autore di “Impero”, invece, non solo nega all’attuale, sempre più evidente, conflitto tra gli USA e il nucleo duro dell’UE il carattere di conflitto interimperialistico; non solo pensa allo stesso imperialismo americano come ad una parentesi o ad un accidente che non corrisponde alla naturale linea evolutiva della politica estera di quel paese, ma fa di più. In uno sconcertante passaggio del libro appena citato il nostro, assumendo l’idea di “fine della storia” elaborata da un Francis Fukuyama incredibilmente preso sul serio, la corregge sostenendo che essa non coincide –come nei sogni del “teorico” nippo-peruviano- con l’avvento della pace nell’espansione del capitalismo . Bensì con la fine delle “guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste”, sostituite da “conflitti interni e minori”, da operazioni di polizia svolte dal potere imperiale in varie parti del pianeta. Ovviamente, la realtà risulta essere molto diversa. E non perché si possano configurare scontri tra le potenze totalmente espliciti. Ma perché la cosiddetta guerra preventiva altro non è se non prevenzione –da parte degli USA- dell’ascesa di altri soggetti politico-economici nello scenario mondiale. Tentativo di contenere la Cina, attaccando la Corea del Nord o di arginare l’UE, creandosi –mediante l’operazione in Iraq- un avamposto in un’area dove l’offensiva dell’EURO è così forte da far temere che esso ne diventi la moneta di riferimento.

Ora, in un conflitto siffatto non ci si può assolutamente schierare, neanche a partire dalle posizioni dei più illuminati tra gli intellettuali togliattiani. Quelli, per intendersi, che non riferiscono l’imperialismo ai soli USA, ma che considerano la potenza più forte enormemente più pericolosa di quelle emergenti, con le quali ci si può alleare tatticamente.

Parliamoci chiaro: è ovvio che faccia inorridire la politica americana, fondata com’è sull’arroganza di chi pretende di definire quali Stati siano civili e quali canaglie. Essa può e deve suscitare una opposizione permanente, che in questo momento dovrebbe tradursi nel rifiuto dell’atteggiamento coloniale che sta distinguendo gli States nell’Iraq liberato.

Ma tale battaglia deve saldarsi con i moti di resistenza nei confronti dello strapotere yankee diffusi ovunque e non con la rivendicazione di un maggiore ruolo, nello scacchiere internazionale, dell’UE e di altre potenze.

Proprio la previsione, non difficile, su come funzionerà il futuro esercito europeo, può risultare illuminante al riguardo. Essa non disegna uno scenario unico, ma diverse possibilità, comunque di carattere negativo. Nel caso dovesse prevalere l’idea di “autonomia relativa” cui si è accennato prima, l’UE, partecipando con proprie forze alle imprese militari “contro il terrorismo” guidate dagli USA, arriverebbe –rimanendo impedita nella propria proposizione come polo imperialista- ad accaparrarsi quote sempre maggiori dei bottini derivanti dalle prossime guerre di conquista. Qualora si verificasse invece la situazione auspicata dai più ferventi europeisti, ossia quella di una autonomia totale del “Vecchio Continente”, le prospettive non sarebbero comunque buone, anzi. Da un lato si condividerebbero comunque aggressioni imperialiste con gli States laddove non vi sia una divaricazione di interessi tra le 2 sponde dell’Oceano e risulti possibile accordarsi per la spartizione della torta.

Dall’altro si promuoverebbero iniziative in proprio, sul modello, magari di quelle che la Francia già porta avanti a sostegno dei propri interessi in Africa. Si pensi all’ingerenza militare nella Costa d’Avorio in crisi, volta a mantenere il proprio controllo sul paese che Charles de Gaulle definiva la perla francese in Africa e che costituisce –da sempre- una base d’appoggio per l’intervento delle multinazionali d’oltralpe in quel continente. Parigi, oltre ad inviare proprie truppe in quella che viene definita terra eburnea, è giunta sino a spingere per modificare la compagine governativa di quello che da alcuni è stato definito come “protostato”, creazione vera e propria dell’imperialismo, mai dotata di autentica autonomia. E lo ha fatto attraverso “trattative di pace” svoltesi con il beneplacito dell’ONU di Kofi Annan. In sostanza, il rilancio di una politica schiettamente imperialistica in Africa, nel segno del superamento della prudenza di Jospin, incontra l’incoraggiamento del luogo cardine dell’auspicato “concerto delle potenze”. Lo stesso segretario generale dell’ONU, dopo aver benedetto l’interessamento francese alle vicende ivoriane, ora richiede un altro intervento nel più martoriato tra i continenti. Stavolta il suo teatro dovrebbe essere la Repubblica democratica del Congo, dilaniata da quella che Madeleine Albright definì “prima guerra mondiale africana” e che appare come un perenne scontro tra fazioni interne, sostenute, dall’esterno, dai diversi paesi circonvicini. In realtà, per vie indirette, e cioè attraverso il rapporto privilegiato con alcuni degli Stati africani che soffiano sul fuoco congolese, ad appoggiare le fazioni della guerra in un paese ricchissimo di materie prime ci pensano anche gli Stati Uniti e la Francia, come abbiamo già accennato nel volantino “La ragione e la forza” (distribuito il 12 aprile) e come il 23 maggio specificava un bell’articolo di “Liberazione”, tardivo ma comunque gradito contributo ad un più corretto inquadramento della politica estera parigina.

Peraltro, l’intervento francese nell’ex Zaire, sul cui carattere imperialista non è lecito –alla luce di quanto detto- avere dubbi, dovrebbe preparare la strada ad una missione gestita dall’UE nel suo complesso. Il che dimostra in modo lampante cosa comporterà la definitiva realizzazione di un esercito europeo. Esso porterà svantaggi –in prima battuta- ai proletari di questo continente, che lo pagheranno in termini di spese militari. Ma quando la difesa europea giungerà ad un minimo di operatività, rivolgerà la sua azione principalmente contro gli sfruttati di quei “paesi in via di sviluppo” dove forte è la spinta alla razzia da parte dei paesi e dei poli imperialistici in concorrenza tra di loro.

E’ il piano militare, quindi, a far luce sulla autentica essenza dell’Unione Europea, “potenza dal volto umano”. Più si va avanti nel dibattito sull’Europa della difesa, più certi discorsi risultano in tutta la loro ambiguità e nocività. Stiamo parlando naturalmente di tutte le dissertazioni sul fatto che l’UE rinvigorita potrebbe frenare –almeno in parte- la terribile offensiva imperialista americana. Esse sono quanto di più incompatibile con una autentica prassi internazionalista. E’ vero, una UE più forte potrebbe arginare lo strapotere militare yankee. Ma solo per recare vantaggio ad una Europa capace di proporre un miglior dosaggio di bombardamenti e dialogo.

Il che ci porta a concludere che la geopolitica, per il movimento, deve essere più che altro oggetto di sforzo analitico. E mai terreno nel quale individuare alleanze.

Il movimento, i settori di classe in esso operanti, non possono essere distolti dal più importante dei piani su cui operare. Quello della unificazione delle spinte contestative verso l’esistente in atto in tutto il pianeta. Una unificazione che può e deve coincidere con quella dei settori sociali che pongono in essere tali istanze di superamento di una realtà fondata sullo sfruttamento. Il terreno che stiamo individuando, risulta meno impervio di quanto non sembri a tutta prima. Su di esso si può agire qui ed ora, a partire da quelle metropoli dei paesi a capitalismo avanzato dove è possibile, attraverso l’unità d’azione con gli immigrati, creare a un tempo le basi materiali e le condizioni di scambio culturale necessarie all’unità su scala planetaria tra chiunque subisca le scelte del capitalismo e dell’imperialismo.

Proprio il processo, appena accennato, di unificazione delle lotte e delle spinte contestative, deve poi collegarsi, inquadrandola diversamente, alla attuale prassi internazionalista. La quale, in questo modo, può perdere il proprio connotato genericamente solidaristico. Valorizzando maggiormente le esperienze più significative degli ultimi anni. Per fare un esempio: le mobilitazioni a sostegno dei palestinesi, hanno portato molti giovani nella terra più amata. Giovani che hanno conosciuto la rete di solidarietà ed il tessuto di rapporti comunitari sviluppatisi in territori sotto occupazione militare. Ma anche e soprattutto, giovani che –esponendosi in prima persona, in casi come quello di Rachel Corrie pagando con la vita- hanno espresso un totale distacco dagli interessi del paese di appartenenza, dell’imperialismo di casa propria, nel caso specifico vicino ad Israele e comunque ostile all’Intifada. Proprio l’esperienza palestinese, l’interscambio che in essa si sta verificando tra realtà che si è portati a vedere come lontane tra loro e cioè tra una battaglia di massa per l’autodeterminazione e il movimento partito da Seattle, conferma una possibilità. Una possibilità, appunto, che va sostanziata nelle nostre metropoli con lotte comuni tra gli sfruttati, tra coloro che risultano essere –sia pure in forme molto diverse- “sotto attacco” da parte del sistema economico che domina il pianeta e della sua inevitabile spinta imperialistica. Ma soprattutto una possibilità che rimanda alla concretezza di un’utopia –quella della unità tra coloro che subiscono le logiche dello sfruttamento e del dominio- immediatamente rivolta contro ogni velleitario discorso di alleanza, da parte dei movimenti, con una o più potenze in concorrenza con gli USA.

Corrispondenze metropolitane
collettivo di controinformazione e di inchiesta (Roma)

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