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La primavera americana

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(Capitale e lavoro)

Ad 11 milioni di SI' una proposta coerente

editoriale di PROGETTO COMUNISTA n. 2 nuova serie (luglio-agosto 2003)

(1 Luglio 2003)

Unità dei lavoratori
Autonomia dai liberali
Per un'alternativa di società e di potere


L'appello nazionale contro un accordo di governo tra Prc e Ulivo (v. pag. 3) e per la salvaguardia di un'opposizione comunista è al centro della nostra azione. Non è una battaglia "privata" di una componente di partito, ma è parte della battaglia generale per l'indipendenza di classe del movimento operaio nella sua lotta contro Berlusconi.

Pertanto non è una battaglia confinata nelle sole strutture del Prc, dove pure, com'è naturale, si manifesta prioritariamente: ma è una battaglia rivolta, per sua stessa natura, all'intera avanguardia della classe operaia, alle organizzazioni di massa, ai movimenti di lotta di questi anni.

Dopo il 15 giugno, infatti, una domanda è d'obbligo per decine di migliaia di militanti del movimento operaio, della Cgil, del movimento noglobal: quale prospettiva politica e d'azione proponiamo a quegli 11 milioni di lavoratori, di lavoratrici, di giovani che hanno chiesto col SI' al referendum una svolta sociale e politica in Italia?

Questo è l'interrogativo centrale: tanto più a fronte del poderoso rilancio, su ogni terreno, dell'offensiva reazionaria di Berlusconi e Confindustria, mirata a realizzare un salto drammatico nella destrutturazione dei rapporti sociali e contrattuali.

L'offensiva del governo su lavoro e pensioni mira al cuore del movimento operaio e delle giovani generazioni. A milioni di giovani si offre per l'oggi la precarietà permanente e l'abbattimento verticale delle tutele sociali e sindacali, e per il domani una pensione dimezzata dopo una vita di lavoro (precario) estesa oltre la vecchia età pensionabile (alla faccia dei disoccupati). Il fine del governo è di offrire a Confindustria la contropartita del suo prezioso sostegno; ingrassare il capitale finanziario e il vasto sottobosco di quel capitale malavitoso che è parte integrante del blocco sociale dominante; risparmiare sulla pelle dei giovani le risorse necessarie per finanziare le grandi opere dei costruttori e soprattutto per ampliare le spese militari: anche a supporto delle missioni coloniali che dall'Irak all'Afghanistan vedono le truppe italiane in prima fila.

In più il governo accompagna questa controffensiva sociale ad un'escalation reazionaria sul terreno politico istituzionale in risposta alle difficoltà giudiziarie di Berlusconi ma anche all'incipiente crisi di consenso in settori popolari della sua base elettorale. Berlusconi sceglie l'affondo plebiscitario, l'appello al popolo contro la persecuzione "comunista", il tentativo di catalizzare un'identificazione salvifica ("non lasciano governare l'uomo della Provvidenza") presso masse arretrate e confuse. Con un obiettivo strategico trasparente: fare dell'Italia una repubblica presidenziale alla francese, con un Berlusconi presidente eletto dal popolo e al tempo stesso capo del governo.

Di fronte a un combinato disposto di tale gravità esiste un'opposizione del centro liberale dell'Ulivo? La risposta è nei fatti dei due ultimi mesi. Il centro liberale dell'Ulivo si è schierato con Berlusconi e Confindustria contro l'estensione dei diritti. Ha votato con Berlusconi la spedizione militare in Irak. Ha rivendicato al fianco di Berlusconi l'ampliamento delle spese militari per la prossima legge finanziaria. Ha solidarizzato con Fazio sull'esigenza di una controriforma delle pensioni. E in fatto di decreto sul lavoro ha dichiarato autorevolmente con Tiziano Treu che le misure del governo "non aggiungono nulla di quanto già introdotto da Prodi" salvo non essere coperte dalla concertazione e quindi essere a "rischio di conflitti". Infine, sullo stesso terreno democratico, il centro liberale ha coperto l'operazione di Berlusconi sul caso Corriere con una soluzione bipartizan benedetta da Ciampi e dal banchiere Bazoli, mentre non solo ha rinunciato a qualsiasi ostruzionismo contro il Lodo Maccanico, ma ha rivendicato la propria disponibilità a negoziarlo come legge costituzionale. E' possibile immaginare in soli due mesi una capitolazione più squallida delle forze borghesi liberali a un governo reazionario?

Non si tratta per parte nostra di chiedere loro "più opposizione". Ma di capire la radice di classe indistruttibile della politica liberale.

Il centro liberale sogna di sostituirsi a Berlusconi non nel nome dei lavoratori ma nel nome dell'interesse generale del grande capitale, della sua logica concertativa sul piano sociale, della sua cultura bipartizan sul terreno istituzionale. Tutta la sua politica consiste nel denunciare l'incapacità di Berlusconi come "governante borghese", non la sua politica antioperaia. Nel denunciare il "rischio di un conflitto sociale", non nel promuoverlo. E in tutti gli atti di Berlusconi che intercettino l'interesse generale del capitale vedono non una ragione di opposizione ma un pericolo per la propria alternanza (borghese) di governo.

Tanto più allora c'è bisogno di chiarezza tra i lavoratori e nella loro avanguardia. Il movimento operaio può e deve candidarsi a sviluppare contro Berlusconi l'opposizione che i liberali borghesi non possono e non vogliono fargli. Raggruppando attorno a sé, su un programma generale indipendente e di lotta la domanda dei milioni di SI' all'estensione dei diritti, la domanda antimilitarista delle mille bandiere dell'opposizione alla guerra, la stessa domanda democratica dell'opposizione popolare girotondina: in una lotta a oltranza che unifichi tutte le ragioni, sociali e politiche di due anni di movimenti, che superi ogni frammentazione e dispersione delle forze, che miri a cacciare Berlusconi con un'esplosione sociale dal basso, concentrata, radicale. Perché solo così Berlusconi potrà essere rimpiazzato da un'alternativa dei lavoratori e non dall'alternanza dei banchieri e del loro personale politico ulivista.

Ma il movimento operaio e tutti i movimenti potranno farsi carico di questa necessità ad una sola condizione: la propria piena autonomia dalle forze borghesi liberali del centro dell'Ulivo. Senza questa autonomia non c'è né l'opposizione a Berlusconi oggi, né l'alternativa vera a Berlusconi domani. C'è solo il rassegnarsi a fare da sgabello dell'ennesimo ricambio di centrosinistra al prezzo della propria sconfitta sociale.

Per questo l'autonomia politica del Prc dal centrosinistra, la salvaguardia in ogni caso dell'opposizione comunista sia al centrodestra che al centrosinistra, non sono dunque solo atti dovuti all'identità comunista. Sono al servizio di milioni di lavoratori e di giovani per un'alternativa di società e di potere.

17 giugno 2003

Marco Ferrando

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