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Non si doveva fare il referendum sull'estensione dell'art. 18?

di Tiziano Bagarolo

(30 Luglio 2003)

E' aperta, e non vuole chiudersi, anche se ormai siamo a un mese dal voto, la discussione postuma sull'opportunità o meno del referendum sull'estensione dell'art. 18, discussione che verte soprattutto sulla valutazione che viene data del suo esito da un lato e dall'altro delle ragioni e dei modi di chi lo ha proposto e sostenuto, in modo particolare dei fini perseguiti con l'"operazione referendum" dal gruppo dirigente bertinottiano del PRC.

C'è un elemento che colpisce in questa discussione: l'intreccio di posizioni e di valutazioni che attraversano "trasversalmente" (come si usa dire) tanto la maggioranza quanto la minoranza del partito.

Chi esprime più nettamente un giudizio di bocciatura "senza se e senza ma" dell'intera operazione referendum è la componente Ferrari-Confalonieri (indicata a volte nel dibattito interno al PRC come la "destra della destra" o i "riformisti padani"). L'argomento forte di costoro è sostanzialmente uno: l'operazione referendum non andava fatta perché contrastava con la ricerca dell'accordo strategico col centrosinistra. Ogni altra argomentazione è aggiuntiva (infatti, per costoro, il referendum non andava fatto "a prescindere" dal suo risultato…).

Anche molti compagni dell'area dell'"Ernesto" (ma non l'area come tale) hanno sviluppato delle critiche al referendum; i loro argomenti, anche se a volte più legati alla valutazione dello strumento in sé o dei livelli di coscienza dei lavoratori, tendono in ogni caso a echeggiare l'argomento principale della "destra della destra": il referendum ha provocato una rottura con la "sinistra del centrosinistra" (in realtà con Cofferati…).

Anche i compagni di "Falcemartello" ribadiscono a posteriori le critiche avanzate anticipatamente allo strumento del referendum, ma è comunque significativo che la loro assonanza con atteggiamenti della "destra della destra" o con l'area dell'"Ernesto" trovi un parallelismo con la loro proposta di "fronte unico" fra PRC e DS (i DS di D'Alema e Fassino!)…

Altri compagni, invece, anche in Progetto comunista, avanzano critiche all'"operazione referendum" a partire da preoccupazione del tutto opposte e, soprattutto, trovando nell'esito del referendum una conferma alle proprie valutazioni sull'errore di adottare nel contesto dato un simile strumento.

Le critiche di questi compagni vertono in genere su alcuni dati di fatto incontrovertibili, in primis il modo in cui il gruppo dirigente bertinottiano ha concepito e condotto questa battaglia.

Un secondo argomento essenziale nel ragionamento di questi compagni è l'inadeguatezza dello strumento rispetto al fine.

Personalmente, pur condividendo molte critiche del primo tipo, non condivido affatto le conclusioni a cui arrivano questi compagni: essendo stato l'utilizzo del referendum da parte del gruppo dirigente del PRC strumentale e d'immagine, questa battaglia era sbagliata dall'inizio e non andava intrapresa.

Resto dell'opinione che, pure con questi limiti di fondo, i PRO dell'iniziativa referendaria superavano di gran lunga i CONTRO e credo che, a bilancio, ciò sia ancora vero, malgrado il fatto indiscutibile che le potenzialità di tale iniziativa sono state sfruttate solo in minima parte e, ovviamente, anche e soprattutto (ma non esclusivamente) per responsabilità del gruppo dirigente del PRC.

Non condivido affatto invece le critiche del secondo tipo (lo strumento era sbagliato rispetto al fine), che mi sembrano affette da uno strano "operaismo" ("economicismo"?) di ritorno, in combinazione con un "anti-istituzionalismo" che mi pare ben poco coerente con la tradizione comunista (leninista). Infatti, se valesse in generale che su una materia che riguarda le condizioni dei lavoratori non si deve ricorrere a uno strumento come il voto perché nel voto si pronunciano anche i non lavoratori, e gli unici strumenti "ammessi" sono le lotte sindacali e politiche extraistituzionali, staremmo davvero freschi! Dovremmo rifiutare la partecipazione elettorale nonché ogni battaglia per riforme legislative: forse alle elezioni non votano tutti e, di regola, i comunisti escono come piccola minoranza? Forse che anche alcune leggi che noi stessi difendiamo (ad es. l'articolo 18) sono state votate da parlamenti eletti da tutto il corpo elettorale?

Mi si può rispondere che i comunisti partecipano alle scadenze elettorali che comunque si svolgerebbero con o senza la loro presenza, ma che essi dovrebbero evitare di promuoverle.

L'argomento ha un certo peso, ma sposta la questione dal terreno di principio a quello dell'OPPORTUNITA', l'unico che conta a mio parere: in un dato contesto, l'uso di un certo strumento (il referendum) è "utile" o "dannoso"?

Sul terreno dell'opportunità, molte critiche all'uso dello strumento referendario mi sembrano francamente sbagliate.

Era plausibile o no che, soprattutto dopo la grande mobilitazione in difesa dell'art. 18 promossa dalla CGIL, si fosse creata nell'opinione pubblica una maggioranza favorevole o almeno non ostile alla difesa del principio della inammissibilità del licenziamento senza giusta causa e dunque tendenzialmente favorevole alla sua estensione legislativa?

I sondaggi che ci sono stati in proposito erano tutti chiari e inequivocabili (e l'andamento della campagna elettorale e l'esito del voto li confermano): mai negli ultimi quindici anni gli orientamenti dell'opinione pubblica "generica" in questa materia erano stati più favorevoli.

Non si perda di vista, poi, che il referendum poneva sì un quesito che riguarda la condizione dei lavoratori (anzi di una minoranza dei lavoratori), ma che si tratta anche di un quesito di tipo così "universale" da avere in sé un forte carattere "democratico" e "generalizzante" e tale da poter fare breccia anche fra i non lavoratori (a parte il fatto che molti "non lavoratori" sono semplicemente "ex lavoratori" o "familiari di lavoratori"). In questo senso non si può negare che si trattava di una questione che conteneva in sé una potenzialità maggioritaria tutt'altro che meramente virtuale…

Certo, tutti sappiamo quanto è difficile passare da una generica disposizione favorevole in linea di principio a un risultato POLITICO reale e concreto. A parte il fatto che senza iniziativa politica non si può mai tradurre in atto una potenzialità, chiedo: nel concreto contesto politico dato, c'era una strada realisticamente PIU' EFFICACE del referendum e con la quale il referendum entrava in conflitto? La mia risposta è decisamente NO.

Certamente i comunisti devono indicare le lotte extraistituzionali, sindacali e politiche, come la strada strategicamente più importante; tuttavia essi non trascurano nessuno strumento "utile".

Per battere la tendenza alla precarizzazione e alla distruzione dei diritti dei lavoratori, le lotte non hanno alternative, ma l'uso del referendum (o, in altri contesti, dell'iniziativa legislativa) non è alternativa alle lotte; anzi, può essere ad esse complementare. Nel contesto dato il referendum appariva a larghi settori, ed ERA effettivamente, una possibilità efficace per allargare i diritti e "stoppare" l'aggressione padronale, anche perché la strada delle lotte appariva più ardua e più "costosa" per i lavoratori (gli scioperi, soprattutto quando non ottengono risultati, sono di gran lunga più gravosi della partecipazione al voto) e la via legislativa appariva sbarrata. Non si dimentichi infatti che al momento del lancio del referendum l'iniziativa della CGIL si stava concludendo con una sconfitta e la possibilità di ottenere un avanzamento per via legislativa, stante questo quadro parlamentare, è pari a zero.

Per questi, e anche altri motivi, non condivido le critiche di chi afferma che sia stato un errore fare il referendum e che il risultato rappresenti una sconfitta drammatica del partito e/o della classe di cui si è reso responsabile il gruppo dirigente del PRC.

Sia chiaro. Anch'io ho molte e fondate critiche sul modo in cui l'operazione referendum e nata ed è stata condotta. Ciononostante credo che il partito ha fatto bene a fare il referendum e che il suo risultato non è un drammatico passo indietro.

Ciò che trovo inaccettabile è invece il modo in cui il gruppo dirigente oggi "accantona" il referendum e le sue ragioni per tornare a una vecchia politica che contraddice in tutto le ragioni del referendum - le ragioni di chi lo ha sostenuto e di chi lo ha votato - e che rischia di portarci a medio termine al disastro.

Il 16 giugno era giusto dire ai lavoratori: "Abbiamo perso", perché corrisponde al dato di fatto della sconfitta del quorum. Ma questo non era e non è l'unico aspetto rilevante della battaglia referendaria.

Avremmo dovuto aggiungere (dobbiamo farlo): "Tuttavia le ragioni della nostra battaglia erano e restano sacrosante e ci impegneremo in tutti i modi per realizzare l'obiettivo che il referendum si proponeva, cioè estendere le tutele dell'art. 18 e i diritti a tutti i lavoratori e bloccare l'attacco del governo. Vogliamo fare questa battaglia insieme agli 11 milioni che ci hanno dato ragione. Noi non ci ritiriamo dallo scontro, cambiamo strumento, non obiettivo. Siano pronti a continuare insieme a tutti coloro che hanno condiviso e condividono l'obiettivo del referendum, che sono tanti e che non hanno una rappresentanza adeguata nella società e nel sistema politico, che devono fare un salto in avanti, darsi una prospettiva e organizzarsi con noi per continuare a battersi nel sindacato, nella società, sul terreno politico."

Invece il gruppo dirigente maggioritario del PRC ha fatto una rapida capriola e ha aperto… agli avversari del referendum e delle sue ragioni. E' questo che distrugge sistematicamente la credibilità del nostro partito e di un gruppo dirigente che sembra impegnato in una sorta di infinita (?) tela di Penelope…

I compagni che criticano il risultato del referendum chiedono anche che se ne discuta a fondo. E' giusto. E' in ogni caso utile confrontarsi seriamente sul risultato, sulle sue ragioni e le sue conseguenze, ed è anche un dovere farlo per chi riteneva (come chi scrive) che il risultato sarebbe stato nettamente più positivo di quel che non è stato e che il raggiungimento del quorum, seppur molto arduo, non era del tutto impossibile.

In quel che segue voglio cercare di dar conto dell'esito del referendum (spiegare perché si è perso in quel modo) e di capire se ciò inficia la validità della scelta di fare il referendum.

Dico subito che complessivamente le mie valutazioni non sono catastrofistiche. In estrema sintesi: a mio parere il risultato del referendum NON è drammatico; NON penso proprio che esso configuri una sconfitta della classe o del nostro partito. Ha tutto il peso di una mancata vittoria in una situazione in cui il padronato è all'offensiva e le vittorie mancano da molti anni. Ma una mancata vittoria non è automaticamente una sconfitta.

La sconfitta, anzi: le sconfitte della classe sul terreno dei diritti c'erano già state, con il contributo più o meno decisivo di tutto l'Ulivo, delle direzioni sindacali, della direzione CGIL (e con un nostro contributo non secondario: come non ricordare il pacchetto Treu?).

L'ultima di queste "gloriose" sconfitte ha avuto come "generale" Cofferati (e il PRC non ha saputo/voluto contrapporgli un'altra strategia e un'altra tattica…).

Chi non capisce questo, sbaglia ogni altra valutazione.

Fatta questa premessa, devo aggiungere che, a mio parere, il referendum era/poteva essere un tentativo di invertire la tendenza, era/poteva essere il segnale di una controffensiva, era/poteva essere uno strumento per riaprire la partita e raccogliere forze per giocarla al meglio: in ogni caso in difesa; in attacco nell'ipotesi di un grosso successo dei sì o addirittura di conquista del quorum (che sarebbe stato un autentico terremoto politico: per il governo, per l'Ulivo, per la competizione per l'egemonia nella sinistra).

Evidentemente così però non è stato. Perché?

Perché le cose andassero diversamente (in meglio, ovviamente) occorreva:

(1) gestire la partita referendum come parte istituzionale di una battaglia politica e sociale più ampia che avrebbe dovuto svilupparsi a tutti i livelli, specie nel movimento avviato dalla CGIL, contro la precarizzazione e la flessibilità, per generalizzare i diritti, per una vertenza unificante e generale contro il governo, per costruire lo sciopero generale per cacciare il governo ecc., e non, invece, come sostituto istituzionale di una battaglia che non è stata fatta o è stata fatta con la sordina;

(2) avere la fortuna che il momento del voto venisse a cadere in un momento di polarizzazione politica sui temi da noi proposti.

Se la prima condizione dipendeva solo da noi (e non abbiamo saputo costruirla), la seconda, per ciò che non coincide con la prima, dipendeva dagli altri e dal gioco capriccioso di fattori imprevedibili.

Dipendono dagli altri, ed erano da mettere nel conto, il boicottaggio dei media, le manovre del governo sulla data del voto, l'opposizione della Confindustria ecc. Ma questi erano di per sé argomenti per non fare il referendum? No di certo; il movimento operaio e i comunisti non possono certo permettersi di fare solo le battaglie in cui NON si scontrano con i padroni, o quelle in cui l'esito è certo in partenza; se valesse questo principio il movimento operaio non esisterebbe, l'Ottobre non ci sarebbe mai stato, l'impresa stessa dei comunisti sarebbe insensata.

Dipendono dagli altri, ed erano da mettere nel conto, la campagna astensionista del gruppo dirigente della Margherita e di gran parte dei DS, l'opposizione dei vertici CISL e UIL, la tiepidezza del gruppo dirigente CGIL. Ma questi sono tutti elementi PER FARE il referendum, non per non farlo, e la chiarificazione prodotta dal referendum è, a posteriori, un risultato POSITIVO all'attivo del referendum.

Dipende solo dalla sconfinata ambizione politica personale di Cofferati il suo pronunciamento al fianco di Berlusconi, D'Amato, Rutelli e Fassino. Ma questo, pur potendosi mettere nel conto, non era un elemento scontato in partenza. E in ogni caso era una buona ragione PER FARE il referendum e, a posteriori, è uno dei suoi risultati POSITIVI: un equivoco che rischiava di essere MORTALE per Rifondazione e sarebbe stato pagato a caro prezzo da tutti i lavoratori è stato, almeno in parte, dissipato.

Dipende dagli altri, ma era meno facile da mettere in conto, la bocciatura da parte della Corte costituzionale del referendum sulla riforma della scuola, referendum complementare a quello sull'art. 18, che avrebbe rafforzato la credibilità e l'attenzione attorno ai referendum e avrebbe contribuito alla partecipazione al voto e a un risultato positivo. Di questo non si può onestamente fare una colpa al PRC o a Bertinotti.

Tutta la vicenda della guerra, invece, fa parte dei fattori non prevedibili e imponderabili, che distogliendo l'attenzione dai referendum, hanno contribuito a non far decollare la campagna e perciò a rendere la vita più facile all'astensionismo e meno credibile il quorum.

Anche la sensazione di sconfitta che è prevalsa nei larghi settori popolari che avevano vissuto attivamente la mobilitazione contro la guerra - non tanto al momento in cui la guerra è scoppiata, piuttosto quando è sembrato che essa fosse terminata così come è terminata (con una schiacciante vittoria imperialista) - ha favorito la passività e una ritirata nel privato che sicuramente NON hanno dato un contribuito positivo alla campagna del referendum e alla partecipazione al voto. Sarebbe ingiusto mettere anche questo sul conto del gruppo dirigente di Rifondazione.

Il logoramento dello strumento referendum era noto e da mettere in conto, e credo che sia stato messo in conto. Era difficile invece mettere in conto il suo esito estremo: di fronte alla certezza che il quorum non sarebbe stato raggiunto, anche molti di coloro che erano per il sì hanno preferito non perdere una giornata di relax o un'ora del proprio tempo.

Tutto questo spiega il deludente dato dell'affluenza alle urne.

Ma registrato tutto questo e preso atto dell'indubbio fallimento del tentativo di raggiungere il quorum o almeno un'elevata quota di partecipazione, non si devono perdere di vista altri aspetti.

La quantità di SI' è comunque raguardevole, tanto più che il NO, per evitare una sconfitta che NELLE URNE appariva pressoché CERTA (osservo qui di passata che questo dato non appariva affatto ovvio a molti compagni al momento di lanciare il referendum: eppure anche questo dato, nettamente POSITIVO a mio parere, dovrebbe entrare nelle valutazioni sul risultato, o no?) e che sarebbe stata devastante per i suoi interessi, ha dovuto MIMETIZZARSI dietro l'astensione. La maggior parte dei sostenitori dell'astensione, per altro (con l'eccezione della Confindustria, la quale però non a caso ha scelto di tenere un profilo basso), hanno dovuto giocare in difesa, sconfessare lo strumento (il referendum) piuttosto che le sue ragioni di merito, dichiararsi anzi preoccupati per la precarietà, a favore di nuove tutele e via mistificando, oppure "buttarla in politica" (referendum che divide la sinistra…) per poter convincere molti dell'INUTILITA' di andare a votare, piuttosto che delle bellezze del presente regime d'arbitrio nei licenziamenti nelle piccole imprese...

Ciò significa, in conclusione, che il risultato del referendum, pur configurando un insuccesso di chi lo ha promosso, NON PUO' ESSERE RIVENDICATO come un successo dei suoi avversari. Dal loro punto di vista (in particolare per il governo e per la Confindustria) esso si configura piuttosto come uno scampato pericolo (di cui ringraziano Cofferati e l'Ulivo) che consentirà loro adesso di RIPRENDERE un'offensiva che avevano momentaneamente dovuto sospendere. Ma anche questo effetto, certo non positivo, dimostra che SENZA il referendum la situazione sarebbe stata già adesso PEGGIORE di quel che non sia dopo l'esito del referendum.

Per la classe, in altre parole, la partita del referendum finisce, sfortunatamente, con un nulla di fatto, ma NON con un arretramento dei rapporti di forza sul campo che già non ci fosse stato.

Per ciò che riguarda i livelli di coscienza, invece, ci sono aspetti positivi e negativi.

E' positivo che ci sia stata un'ampia mobilitazione che ha investito larghi settori di lavoratori e popolari per l'estensione dei diritti e contro la flessibilità e la precarizzazione; è potenzialmente positiva la chiarificazione che il referendum ha operato circa la collocazione di certe forze politiche e di certi personaggi.

Il fallimento del referendum potrebbe invece avere un effetto negativo se contribuisse a sedimentare l'idea che non c'è più niente da fare, che la sconfitta sociale e politica delle ragioni dei lavoratori è insormontabile e non si dà nell'immediato la possibilità di lavorare a un'alternativa.

Purtroppo sarà certamente così se la "morale" che i comunisti contribuiranno a propagandare sarà questa, sia sparando addosso al referendum, sia rinnegando le sue buone ragioni e anzi proponendo di fare l'unità con chi il referendum l'ha fatto fallire.

Anche dal punto di vista del partito il bilancio NON è una disfatta, anzi NON è sostanzialmente negativo.

Certo, abbiamo avuto l'ennesima conferma della nostra debolezza di radicamento e un'altra prova che la politica delle iniziative di immagine non può bastare, soprattutto quando la partita si fa dura.

Tuttavia il partito è stato bene o male in campo, ha costruito o rinsaldato relazioni con segmenti delle organizzazioni di classe e di movimento, ha rappresentato, al di là dei suoi limiti intrinseci, la possibilità di un'alternativa di contenuti rispetto all'Ulivo filoindustriale e ha contribuito a smontare le illusioni sul cofferatismo.

Peccato che adesso voglia buttare al macero questi risultati positivi investendo lo spazio e la visibilità riconquistati non per rilanciare un progetto di alternativa ai poli borghesi ma per contrattare con l'Ulivo un accordo di governo che non potrà che avere per programma quello che sceglieranno i nostri "alleati" (l'accordo alle regionali del Friuli è in proposito molto eloquente e istruttivo).

Critici e meno critici del referendum, dobbiamo forse rassegnarci a questo esito? No di certo.

Questo è però un altro argomento e un'altra battaglia che oggi dobbiamo fare. Tuttavia una "buona" discussione su quel che non ha funzionato nel referendum ci può aiutare a capire quali sono gli argomenti e l'atteggiamento migliori, più efficaci, per affrontare questa nuova decisiva sfida che ci sta di fronte.

Tiziano Bagarolo

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