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Giordania al voto ma monarchia blinda risultato

Con la legge elettorale che favorisce le zone rurali fedeli alla monarchia e l’assenza delle liste dell’opposizione, il 9 novembre dalle urne uscirà un altro Parlamento silenzioso e accondiscendente

(6 Novembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.nena-news.com

Giordania al voto ma monarchia blinda risultato

foto: www.nena-news.com

Roma, 06 novembre 2010 (foto di Bryan Denton dal sito www.nytimes.com), Nena News – I giordani andranno al voto il 9 novembre per scegliere tra i 834 candidati i 120 che occuperanno i seggi della Camera dei Rappresentanti (Camera bassa). Nelle liste figurano anche 134 donne (il numero più alto mai registrato) in competizione per i dieci posti della cosiddetta «quota rosa». Le elezioni giungono un anno dopo lo scioglimento dell’assemblea da parte di re Abdullah in seguito alle denunce di brogli avvenuti durante le precedenti consultazioni. In Giordania il Parlamento è diviso in due camere, quella bassa eletta a suffragio universale e quella alta, il Senato, di nomina regia che tutela gli interessi vitali della monarchia (lo Statuto prevedere l’approvazione dei 55 membri del Senato di ogni iniziativa legislativa).

L’apertura delle urne in questo regno arabo alleato di ferro degli Stati Uniti e dell’Occidente, non riserverà sorprese di rilievo, proprio come avvenuto nelle votazioni passate. La nuova legge elettorale infatti continua a mantenere elevate le rappresentanze nelle zone rurali, poco popolate e dove vivono soprattutto i beduini fedeli alla monarchia hashemita, e a penalizzare la capitale Amman e le città più grandi, come Irbid e Zarqa, dove si concentrano i giordani di origine palestinese (circa il 60% della popolazione secondo dati non ufficiali) e si registra un largo sostegno al Fronte di Azione Islamica (Fai), principale partito di opposizione e braccio politico del movimento dei Fratelli Musulmani.

Non soprende perciò che dal voto sia assente l'opposizione, a cominciare proprio dal Fai.«Queste elezioni saranno una farsa, tutto è stato organizzato per sfavorire i partiti politici, partecipare vorrebbe dire prestarsi ad un gioco che è inaccettabile», ha spiegato Hamzah Mansour del Fai invitando i giordani a boicottare i seggi elettorali. Nei giorni scorsi il partito islamico ha espulso cinque membri che avevano proclamato l'intenzione di partecipare alle consultazioni.

Sebbene l’esito del voto sia scontato e il re abbia la certezza di potersi confrontare nelle prossime settimane con un Parlamento «addomesticato», la campagna elettorale, tra censure e limitazioni di alcune libertà fondamentali, ha toccato alcuni temi di grande attualità in Giordania. A cominciare dalla situazione economica. Gli aiuti internazionali e i 600 milioni di dollari donati dagli Stati Uniti nell’ultimo anno, non hanno aiutato l’economia giordana (cresciuta quasi del 7% nel 2007 ma solo del 2,9% nel 2009). Il deficit di bilancio ha raggiunto i 2 miliardi di dollari e la disoccupazione tocca il 13% secondo i dati ufficiali (in realtà sfiorerebbe il 30%). Per tamponare il deficit l’esecutivo ha perciò tagliato sussidi e pensioni e attuato un programma di privatizzazioni che ha colpito la classe media, formata in prevalenza da dipendenti pubblici. Una scelta che ha generato malumore e proteste nella maggioranza della popolazione che fa i conti con un costo della vita mediamente più alto rispetto ad altri paesi arabi della regione.

Ma al centro del dibattito nazionale c’è sempre anche la questione palestinese. I giordani «originali» premono sul regime affinché vengano tenuti ai margini i giordani di origine palestinese. I nazionalisti, molto forti nelle fila dell’esercito, pongono la questione «etnica» e «denunciano» che circa 2 milioni di palestinesi hanno la cittadinanza giordana, 850 mila avrebbero una cittadinanza «illegale» mentre altri 950 mila palestinesi della Cisgiordania e 300 mila di Gaza vivrebbero stabilmente nel paese grazie ai permessi forniti dal ministero dell’interno. Aggiungono che esisterebbe un piano segreto di Israele (e non solo) per il «trasferimento silenzioso» dei palestinesi in Giordania. Dati che creano tensione sociale e negli ultimi due anni le autorità hanno cominciato a revocare, senza fare troppo rumore, la cittadinanza ad un numero imprecisato di palestinesi, non pochi dei quali vivevano nel paese anche da 30 anni.

Il pugno di ferro del regime, di fronte al malessere sociale, si è fatto ancora più pesante negli ultimi mesi. A fine agosto è stata approvata una legge ufficialmente volta a regolamentare il sistema dell’informazione ma che in realtà colpisce la libertà di espressione in internet (sono stati chiusi 50 siti) e Human Rights Watch ha denunciato, l’ultima volta lo scorso 20 ottobre, la violazioni di diritti fondamentali e fermi di oppositori: a settembre sono stati arrestati attivisti del Partito di unità popolare che protestavano contro la nuova legge elettorale e il 9 ottobre sono finiti in manette una quarantina di giovani che avevano manifestato contro le politiche di governo e monarchia.

Dal voto di martedì prossimo, non ci sono dubbi, uscirà un Parlamento ancora più fedele a re Abdallah e dominato dalle tribù sostenitrici della monarchia hashemita. Gli analisti intanto prevedono un calo della percentuale dei votanti sintomo della disaffezione per la politica e le istituzioni che attraversa la società giordana. Nena News

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