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Gli USA lasciano Falluja

Gli USA lasciano Falluja

(16 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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(Iraq occupato)

La guerra di Ciampi e i nostri compiti.

(15 Novembre 2003)

Com'era prevedibile, gli accadimenti iracheni del 12 novembre richiamano un'attenzione fortissima in questo paese. Quotidiani, radio e televisione non parlano d'altro e avanza con forza il tentativo di cavalcare la vicenda per lanciare un nuovo patriottismo, per consacrare definitivamente il valore dell'unità nazionale, così da portare alla fine d'ogni conflitto interno. In prima fila su questo fronte troviamo, naturalmente, il grosso delle forze politiche che fanno capo al centrodestra. La loro è una campagna che ha dei tratti peculiari. L'Italia, il suo ruolo nel mondo, vengono esaltati nell'ambito di un rapporto privilegiato con gli States. Ora, questo discorso è minato da una grave contraddizione interna. Nei fatti, le relazioni tra il belpaese e gli USA sono attualmente improntate ad una indiscutibile subalternità e ciò rende poco credibile la propaganda patriottarda di Forza Italia e soci. Tanto più che il Cavaliere, su certa stampa, è addirittura oggetto di calzanti sberleffi, legati al suo voler a tutti i costi emulare i neoconservatori statunitensi, i teorici, cioè, della cosiddetta guerra preventiva e del disegno neocoloniale di riassetto del Medio Oriente iniziato proprio con l'aggressione all'Iraq.

Non può far presa, dunque, un titolo come "è il nostro 11 settembre", sparato in prima pagina su LIBERO giovedì e destinato ad esser percepito dai più come una forzatura di chi "vo' fa l'americano".

I formidabili limiti culturali e politici del centrodestra nostrano ci salvaguardano, quindi, da ogni serio rigurgito nazionalista? Purtroppo non è così. Si pensi a Ciampi, attualmente in visita negli Stati Uniti. Dopo aver saputo dei fatti di Nassiriya ha subito tuonato che non si darà tregua a chi ha ucciso i "nostri ragazzi" che stavano lì per fare il loro dovere e tutelare la pace. Il Presidente della Repubblica, garante dell'equilibrio istituzionale e indefesso promotore dell'unità del paese, cioè della sua assoluta concordia interna, si sta producendo in un uso ottimale dell'evento in questione.

E non poteva che essere così.

E' lui che più di tutti parla di patria, pronunciandosi in solenni elogi nei confronti dei soldati italiani che partecipano alle innumerevoli imprese dell'imperialismo in ogni parte del mondo.

E' Ciampi, ancora, che -rendendosi conto dei pericoli insiti in un revisionismo troppo spericolato, che rischia di privare l'Italia di miti fondativi- ha rilanciato il valore della Resistenza. Presentandone una versione oleografica, tale da eliminare le spinte radicali che, nei fatti, l'hanno attraversata e da ridurla -nella esclusione di qualsiasi ipotesi di guerra civile- alle sole ragioni di una guerra di liberazione dall'invasore.

Insomma, la Resistenza viene letta in quanto definitivo compimento del Risorgimento e dei suoi valori, nel solco della tradizione ideale di Mazzini e Garibaldi.

D'altra parte, la riconsiderazione di momenti del passato promossa da Ciampi, mira anzitutto a definire l'immagine di una penisola in grado di affrontare i problemi con la cooperazione di tutti, attraverso quegli "scatti di orgoglio" collettivi che sarebbero propri di ogni "grande paese". Risulta evidente quanto questa sgradevole retorica si collochi nel quadro della consapevole rivendicazione di un forte ruolo internazionale per l'Italia . Un ruolo che passa anzitutto per l'Europa, che non è vista come entità limitante, anzi. L'Italia, nell'ottica del Presidente della Repubblica, deve ricordarsi di essere una fondatrice dell'Europa Unita e sostenerne un'ulteriore sviluppo, un potenziamento tale da renderla in grado di competere su tutti i fronti con gli Stati Uniti.

Di più, l'Italia, per il suo ruolo nell'UE, dovrebbe essere anche un ponte tra le due sponde dell'Atlantico. La competizione non dovrebbe mai portare a deflagrazioni vere e proprie, come può accadere se ci si pone nell'ottica di scontro frontale che sembra appartenere, talvolta, alla Francia.

Occorre dare vita ad una gestione comune, tra USA, UE ed altre potenze, delle cosiddette controversie internazionali. Non si può scavalcare la sacra sede dell'ONU perché è lì che si può trovare il giusto equilibrio tra interessi, è lì che si può decidere in base a quali criteri spartirsi le torte di ogni "missione di civiltà". Ora, questo verbo l'ex governatore della Banca d'Italia, era deciso a portarlo in America già prima del 12 novembre 2003. Lo aveva sottolineato un editoriale del "Corriere della Sera" del giorno prima, ove si sosteneva con vigore questa linea, tanto più attuale nel momento in cui gli USA, che non riescono a superare l'impasse irachena, sembrerebbero propensi a ridimensionare la loro protervia unilateralista.

Ma ora sono morti i "nostri ragazzi". Il cui "sacrificio" viene dopo mesi di iniziativa "umanitaria" (cioè di attività repressiva svolta contro componenti politiche avanzate come il Partito Operaio Comunista Iracheno) e va fatto pesare.

All'interno ed all'esterno.

All'interno perché la critica agli "eccessi" yankee non può voler dire rinunciare a partecipare a spedizioni imperialiste, a maggior ragione se in qualche modo avallate dall'ONU e partecipate dall'UE.

All'esterno, perché Ciampi, al di là dei toni da Libro Cuore adottati, vuol cinicamente usare la medaglietta conquistata sul campo con i morti di Nassiriya, per proporsi agli USA come partner più autorevole. Un partner in grado di dire la sua, di chiedere che vengano frenate alcune delle spinte che imperversano al Pentagono e che Washington accetti di condividere, almeno in parte, il dominio sul pianeta.

Questa, dunque, è la guerra di Ciampi. Questo è il messaggio patriottico che, ancorato ad una prospettiva politica complessiva, rischia di avere quella incidenza che non può certo essere raggiunta dal continuo sproloquio di Berlusconi.

Ma se è con discorsi di tal fatta che ci si deve misurare, allora occorre rivedere alcune impostazioni, ancora dominanti tra le stesse realtà antagoniste. Va accantonato definitivamente l'antiamericanismo. Esso, non solo non rende conto della complessità della società statunitense, attraversata peraltro da un movimento contro la guerra minoritario ma ricco di spunti libertari, ma arriva anche a fare da velo ad una piena comprensione dello scenario internazionale.

L'antiamericanismo spinge, infatti, a ricondurre alla subalternità nei confronti degli USA posizioni in ultima istanza legate al consolidamento di un'Europa imperialista, come quelle sostenute da Ciampi e dai principali partiti della sinistra. E porta , inoltre, ad applaudire la Francia. Cioè un paese che -a tratti- esce fuori da una ipotesi di cogestione del pianeta con gli USA, ma in ragione di spiccati contrasti di interesse e non d'una politica di pace (allarmante è l'attuale spinta al potenziamento del proprio arsenale militare da parte di Parigi). Per non dire poi della cecità che l'antiamericanismo favorisce nei confronti di una questione come quella rappresentata dal costituendo Esercito europeo. C'è chi non si accorge che esso è in via di realizzazione, ignorando quindi un tassello importante della cosiddetta gestione multilaterale delle crisi, nonchè l'origine -nel contesto di estrema precarietà della vita che stiamo subendo- di un ulteriore taglio delle spese sociali in favore di quelle militari.

In sostanza, il quadro attuale, che vede il rilancio del patriottismo abbinarsi ad ipotesi anche diverse da quelle propugnate dalla più forte e -al momento- più pericolosa potenza del pianeta, deve spingerci ad un salto di qualità. Sviluppare una campagna contro l'occupazione coloniale dell'Iraq, per liberarlo dalle truppe straniere e perché i suoi popoli possano autodeterminarsi e gestire in proprio le risorse contese dalle principali potenze, contestare una ad una le varie "missioni di pace" nel mondo, è quanto mai necessario. Ma, nel portare avanti questa battaglia, occorre ricalibrare i nostri discorsi, preparandosi a contrastare non solo la sfacciata prepotenza yankee, ma anche il più mite -nelle parvenze- governo multilaterale delle crisi.

Di più: non c'è opposizione efficace al riemergere del sacro fuoco nazionalista se non si ha il rilancio di un autentico internazionalismo. Il quale non coincide né col generico solidarismo, né con una mitizzazione di lotte svolte in altri contesti tale da impedirne una conoscenza reale. L'internazionalismo, in un momento in cui lorsignori agitano spettri come la "guerra di civiltà", consiste soprattutto in una interazione tra diversi che sanno di avere problemi (e nemici) simili.

Il che rimanda prima di tutto ad uno sforzo da svolgere quotidianamente nelle nostre metropoli.

Cercando di collegare, nelle lotte contro la precarietà del lavoro e della vita e nelle campagne contro le imprese belliche, tutti i soggetti sociali sfruttati. Quelli d'origine italiana come gli immigrati, spesso provenienti dai paesi che subiscono maggiormente l'imperialismo.

E' anche qui, dunque, che si possono porre le basi per costruire un movimento planetario che sappia, a un tempo, superare ogni frontiera e valorizzare le differenze. Facendo coincidere l'opposizione a tutte le guerre con la negazione dell'ordine economico-sociale che su di esse si regge.

Corrispondenze metropolitane - Roma

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