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Iraq: caccia agli emo

Le prime preoccupazioni di un Iraq al tracollo non sono moderazione tra le parti, lotta alla corruzione, riabilitazione di malandate infrastrutture: sbarazzarsi di ragazzini dall’eccentrico aspetto e gusti musicali discutibili è la nuova sintomatica priorità.

(26 Marzo 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in nena-news.globalist.it

Iraq: caccia agli emo

foto: nena-news.globalist.it

ELEONORA VIO

Roma, 26 Marzo 2012, Nena News - A tutto c’è un limite. Impopolare, ma veritiero, è ammettere che agli scontri armati finiti nel sangue, alle violente rappresaglie e ai regolamenti di conti, ci si può abituare. Nel momento in cui ci si accinge a tirare il fiato e a pensare che il peggio sia finalmente passato, ad emergere è però una nuova amara scoperta. Mawt al-Blokkah (morte per mezzo di blocchi) si chiama questa volta.

Stilando ad oggi una sommaria lista delle cose che saltano in mente quando si parla di ‘Iraq’, in due casi su tre ad essere menzionate sono parole come guerra di conquista e mai di liberazione, settarianismo inteso come incomprensione e violenza tra le molteplici parti, corruzione rampante, servizi malfunzionanti, sanità in tracollo.

Fino a qualche settimana fa nessuno avrebbe mai pensato che spappolare i crani di ragazzini “emo,” cioè di fan musicali di un genere post-punk melodico dal look alternativo, con delle mattonelle in cemento, rientrasse tra i tristi temi in questioni.

Da un lato, i media iracheni hanno riportato dozzine di vittime di questa disumana pratica che ha dell’incredibile, se non del grottesco. Dall’altra, organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e la Commissione Internazionale per i Diritti di Gay e Lesbiche, pur alzando la voce contro una “campagna d’intimidazione e violenza ai danni dei giovani iracheni appartenenti alla sotto-cultura anticonformista emo,” affermano di non possedere dati sufficienti per verificare il numero di crimini compiuti e il profilo delle vittime.

Se anche ‘solo’ una decina di giovani ribelli fosse stata in realtà brutalmente zittita e, pure, non tutti tra loro fossero conformi ai valori della cultura emo, l’accadimento non sarebbe meno grave ma, anzi, meriterebbe una ancor più amara riflessione.

La musica emo ha visto gli esordi a Washington DC nei tardi anni ’80 e primi anni ’90. Il tratto caratteristico e distintivo di una musica, che, altrimenti, farebbe il coro ai generi hardcore dal più ampioseguito, quali punk e metal, è il suono pop abbinato a testi dal respiro emotivo e intimistico.

Mark LeVine scrive su Aljazeera che, “i critici del genere la considerano una musica affettata, o femminile, in quanto manca del piglio hard (tosto) e presumibilmente maschile proprio dei generi più tradizionali di punk, hardcore o heavy metal.” Ad una considerazione di tipo tecnico si aggiunge poi un look piùricercato e curato, con pantaloni attillati all’ultima moda e capelli rigorosamente stirati e acconciati in ciuffi vedo-non-vedo, ben lontano dalla stereotipata immagine del macho nostrano.

Il ministro degli Interni iracheno non è da considerarsi un esperto del settore musicale o un individuo che faccia affidamento su classificazioni riportate da critici occidentali. Ciononostante, con le sue aspre accuse contro la comunità dei giovani emo “devoti a Satana” e a “pratiche immorali” ha contribuito ad aizzare le masse ultra-conservatrici sciite, da lui in seguito criticate per aver agito con “mezzi illegali”, a mettere in atto uno scempio a Baghdad e dintorni. Tutto ciò dopo aver riunito lui stesso un corpo di fedelissimi leccapiedi in una caccia all’uomo – contro “pazzi fuori di testa, piaga della società musulmana,” come l’estremista sciita Muqtada al-Sadr li definisce – senza esclusione di colpi e con un marchio di presunta legalità.

In Iraq la sottocultura emo si sta rapidamente espandendo e ciò è tanto più evidente dato il numero crescente di negozi che promuovono dischi e accessori. Tenendo presente la tendenza dei giovani iracheni a stare al passo con i coetanei arabi ed occidentali e a volersi pertanto positivamente ‘normalizzare,’ visto che l’Iraq oggi di normale ha poco o nulla, le motivazioni dietro agli efferati crimini commessi potrebbero avere a che fare non solo con una inusuale scelta musicale.

Emo o non emo, capelli lunghi e movenze femminili che della cultura emo sono un must, rappresentano un non trascurabile dettaglio. Tra le volgari scritte trovate sui muri di est Baghdad, le più violente tracciavano un filo di continuità tra i giovani emo e i “figli di Lot” e intimavano le masse, proprio in virtù di questo forzato paragone, ad estirparli dalla società.

Un attivista omosessuale iracheno spiega che, “Il governo ha dichiarato guerra contro le minoranze sessuali. Vogliono rastrellare le strade di Baghdad. Vanno in giro dicendo: ‘Se qualcuno ha qualche informazione su qualche pervertito, infedele, membro di qualsivoglia giro omosessuale, deve dichiararlo altrimenti patirà le conseguenze.’” Omosessualità in Iraq è sinonimo di privazione da qualsiasi diritto di normale cittadino, e di essere umano.

Il governo, le fedeli milizie, e l’ala ultra-conservatrice al suo seguito, vivono nel timore costante che la fittizia stabilità politica da loro imposta, e tanto oltraggiata, si ribalti e li veda soccombere. Dopo dieci anni di guerra e invasione straniera no-stop, l’Iraq è ad un bivio. Da un lato ci sono le nuove generazioni sempre più vogliose di sperimentare e di creare nuove possibilità per se stesse, dall’altro la pericolosa accoppiata regime-e-religione mira ad estirpare le precedenti.

Ecco che allora, come scrive LeVine, “gli emo e i gay,” in rottura con gli schemi tradizionali, “sono accusati di essere deviati e anormali (shuzzuz, che significa pure omosessuali), di essere strani (gharaba), dediti alla venerazione di Satana, consumatori di droghe, e perfino di succhiare il sangue e masticare le teste dei bambini.”

Le rivolte arabe hanno fatto emergere l’importanza della musica come forza in grado di trainare le masse. Ricordando ciò che il fondatore di un famoso gruppo marocchino ha detto di fronte alle telecamere, “Noi suoniamo heavy metal perché le nostre vite sono heavy metal,” si intuisce perchè, in un paese fatto a pezzi da guerra, divisioni e corruzione come l’Iraq, gli emo, quali giovani martiri musicali di oggi, abbiano appoggiato un genere musicale a metà tra denuncia e cupa riflessione. Nena News

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