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La nuova risoluzione dell’Onu e la Carta delle Nazioni Unite

(11 Giugno 2004)

La nuova risoluzione dell’Onu sulla crisi irachena segna, da una parte, la misura delle enormi difficoltà nelle quali è venuto a trovarsi Bush a seguito dell’irresponsabile invasione dell’Iraq ed asseconda, dall’altra, la determinazione della Casa Bianca di assoggettare quel Paese alle proprie strategie ed ai propri interessi mediante la istituzione di una sorta di protettorato impropriamente legittimato dalle Nazioni Unite. Se è vero infatti che il Governo americano con quella risoluzione ha dovuto per il momento accantonare la presunzione di fare tutto ciò che vuole e di farlo da solo, è altrettanto certo che esso ha posto in atto un’operazione di facciata rivolta ad ottenere, a fronte di alcune concessioni formali o marginali, una ratifica della disastrosa guerra preventiva come argomento di propaganda da spendere in vista delle prossime elezioni presidenziali.

Ma i fatti sono argomenti testardi: si è insediato a Bagdad un governo “ad interim” docile alle direttive statunitensi e guidato da un primo ministro, Ajad Allawi, amico della Cia; la cosiddetta forza multinazionale resta anche formalmente sotto il comando militare americano; manca l’indicazione di un termine improrogabile per i ritiro delle truppe di occupazione dal momento che il loro mandato, la cui scadenza viene ipotizzata per il 31 dicembre 2005, può essere “rivisto su richiesta del Governo dell’Iraq”; le elezioni, che si dovrebbero svolgere entro il gennaio del 2005, saranno certamente condizionate dal clima di guerra determinato dalla perdurante occupazione americana; il riconoscimento del diritto degli iracheni di gestire le risorse petrolifere si appalesa puramente formale per i rilevanti poteri che saranno esercitati di fatto da un “comitato internazionale di consiglio e di monitoraggio” egemonizzato dagli Stati Uniti e per la forza condizionante delle multinazionali.

Ne discende che il nuovo governo iracheno non sarà il prossimo 30 giugno in alcun modo investito dalla tanto sbandierata “piena sovranità”. E di sovranità non può certo parlarsi soprattutto perché la “sicurezza”, sia in chiave difensiva che offensiva, viene dalla risoluzione affidata in partenership alla forza multinazionale e alle forze irachene che agiranno, come si dice nelle lettere di Allawi e di Colin Powell allegate alla risoluzione medesima, attraverso “una stretta consultazione” ed uno “stretto coordinamento” ma senza il riconoscimento di un diritto di veto (chiesto invano dalla Francia) esercitabile dal governo di Bagdad in caso di dissenso su “operazioni offensive delicate”. Che cosa dunque avverrebbe se le “consultazioni” ed il “coordinamento”, per quanto “stretti”, non dovessero portare al superamento di eventuali divergenze? E’ presto detto: le forze di occupazione potrebbero fare ciò che vogliono in assenza di un potere iracheno di interdizione e nella mancata previsione di un organo di garanzia investito del potere di dirimere il contrasto.

E’ appena il caso di ricordare che la “sovranità” non è un orpello né un segno di prestigio: essa si sostanzia nella speciale capacità giuridica di uno stato di esercitare le proprie funzioni in una posizione di indipendenza e di superiorità nei confronti di qualsiasi altro soggetto che si trovi nel suo territorio. E’ una potestà originaria perché non è frutto di concessioni ma appartiene allo stato come elemento essenziale della sua esistenza e come diritto-dovere di costituire il suo ordinamento giuridico e di assicurarne il rispetto anche col ricorso, se necessario, agli strumenti coercitivi all’uopo predisposti. Il governo provvisorio di Bagdad sarà dunque il governo di uno stato virtuale privo di effettiva sovranità. Un governo non nominato dall’Onu perché il Consiglio di Sicurezza non ha, a termini di Statuto, alcun potere di insediare governi, sia pure “ad interim”, così come non può intervenire negli affari interni degli Stati e quindi neppure per assecondare pretese esportazioni di democrazia.

Il Consiglio di Sicurezza quando accerta l’esistenza di una minaccia alla pace può fare solo ciò che è previsto nel capitolo VII della Carta dell’Onu (dall’ art. 39 al 51) e può quindi autorizzare, in casi estremi, l’impiego di forze armate ma sempre sotto un comando internazionale facente capo ad esso Consiglio, coadiuvato dal “comitato di stato maggiore” al quale è attribuita “”.

Bisogna avere il coraggio di dirlo. La risoluzione dell’Onu, per il suo contenuto, si colloca innegabilmente fuori dai compiti e dai poteri previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e perciò non può essere salutata come il ripristino delle regole del diritto internazionale. La risoluzione, che può essere correttamente considerata solo come un compromesso fra le maggiori potenze sulla questione irachena, appare comunque inidonea ad avviare quel Paese sulla strada della pacificazione e di una fruttuosa convivenza civile. Un compromesso voluto a tutti costi da Bush nell’illusione di poter così uscire dal vicolo cieco nel quale si è cacciato; un compromesso che sarebbe stato favorito, secondo quanto trapela dalle segrete stanze, da un penoso retroscena carico di richieste e di promesse in materia di petrolio e di seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Brindisi, 9 giugno 2004

Michele DI SCHIENA

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