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Verso la vittoria

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(6 Ottobre 2012) Enzo Apicella
Domenica 7 ottobre elezioni presidenziali in Venezuela

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(La rivoluzione bolivariana)

Cronache Bolivariane/4

corrispondenza di Fulvio Grimaldi da Caracas

(25 Agosto 2004)


¡NO VOLVERAN!

(significa "non torneranno" ed era il tema di tanti slogan e di tante canzoni di questa rivoluzione canterina e danzante durante la campagna per il referendum ratificatorio della presidenza Chavez. Il "DiarioVEA", giornale della rivoluzione, ha pubblicato una poesia-canzone così intitolata. Ne trascrivo qualche verso, non bisognoso di traduzione, salvo per dire che "adecos" e "copeyanos" vuole dire adeisti e copeisti, con riferimento ai due massimi partiti della conservazione fascistoide e golpista venezuelana: AD, Azione Democratica, e COPEI, democristiani. "Nunca" vuol dire "mai" )

Volverà a salir la aurora
Salmos las aves le dan
Volveràn las mariposas (farfalle)
Vestidas de tafetán
Y vuelven las alegrías
Quando las penas se van
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volveran...

Y volverà la doncella
A los brazos del galán
Volverá a verse en las calles
Una mula y un chalán
Un butaque de madera
Una hamaca en un zaguán (amaca degli indigeni)
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...

Volverá el cura del pueblo
A hablar con su sacristán
Y volverá San Miguel
A luchar contra Satán
Y puede volver Van Gogh
A pintar un tulipán
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...

Volverá Francisco el Hombre
Volverá Ursula Iguarán
Volverá a adornar la Luna
El cielito en Pakistan
Puede volver otro Gramsci
Y volver otro Vietnam
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volveran...

Volverá Rubén Dario
Los poetas marcherán
Volverá a scriber sus versos
Ana Enriqueta Terán
Puede volver Mahoma (Maometto)
A recitar el Coran
Pero adecos y copeyanos
Esos nunca volverán...

A mercerse en un bejuco
Puede que vuelva Tarzan
Puede volver Rintintin
Puede volver Superman
Y puede volver Cantinflas
Puee volver Bolivar
Pero adecos e copeyanos
Esos nunca volveran....


Lasciare questa città è davvero strappacuore. Continuo a trovarla bellissima, con questa sua gente, la più variopinta e bencresciuta del mondo, a parte le larve di Plaza Altamira, che decora come una immenso murales (fioriscono ovunque anche quelli, come nel Messico di Rivera, nella Cuba di Fidel, nell'Orgosolo della resistenza) le neoplasie cementizie dei megalomani speculatori e devastatori di un secolo morto, morto ammazzato da una rivoluzione di popolo come dal 1.gennaio dell'Avana non s'era più vista. Molte città hanno un corpo che ne esprime l'anima. Pensate a Roma, non è una matura matrona accasciata e spampanata, con arti e vesti sparsi in disordine per ogni dove? E Urbino? Non potrebbe sembrare un ragazzo accoccolato su un picco che si stringe le ginocchia al mento e si guarda i piedi? Le città spagnole della colonia sudamericana paiono le legioni di Cesare schierate per la battaglia. Manhattan è il pettine sfuggito di mano alla statua della libertá. Ma Caracas e la versione urbana di queste donne svettanti, in cui la formosità africana si è snellita nella sinuosità india e il portamento è quello delle donne mediterranee impettite ed erette dai cesti e dalle anfore portate in testa. E se le torri un po' Sestriere del Parque Central ne sono l'ornamento che evidenzia l'ombelico esposto, la testa vastochiomata riposa sorridente e ombrettata tra i disordini di Sucre e Vela e insinua le trecce tra i ranchos inerpicati sulle coste che vanno a guardare o i llanos, o il mare. Le lunghissime gambe (non è spesso del Venezuela Miss Mondo?) sollevano le ginocchia per superare i fetidi rigagnoli di Altamira e Castellana e si distendono poi nel florilegio dei reperti coloniali e barocchi di Petare, dove si nasconde la malavita, malattia cronicizzata di un disagio sociale che ci vuole altro che sei anni di rivoluzione bolivariana, di buongoverno e "misiones" sociali per riscattare da una storia di abughraibismi di mezzo millennio.

Eppure nei quattro anni in cui questo governo bolivariano ha potuto condurre e potenziare la sua azione, nonostante le battute d'arresto del golpe, della serrata genocida, dell'immane spreco inflitto dalle inutili sceneggiate della raccolta di firme per il "revocatorio" e per la sua attuazione, dei sabotaggi all'apparato produttivo specie petrolifero, delle cospirazioni calombiano-statunitensi, l'eterno 70% di popolazione vegetante intorno alla soglia di povertà ha potuto essere ridotto di dieci punti, quest'anno, appena 18 mesi dallo sciopero padronale nazionale, quella venezuelana è la prima economia dell'America indio-afro-latina, con una crescita prevista a fine anno del 10%, con in questi mesi un milione e mezzo di eterni esclusi alfabetizzati con la "Mision Robinson", con centinaia di migliaia di giovani ricuperati al diploma, alla Maturità e alla laurea dalla "Mision Ribas", con 12 milioni di cittadini da sempre dimenticati raggiunti dalla "Mision Barrio Adentro" e dai presidi sanitari dei medici cubani, con un milione e mezzo di contadini diventati padroni della loro terra, inclusi in cooperative di produzione e distribuzione che fluiscono verso i "mercal", specie di mercati davvero "equi e solidali" e che tagliano fuori la grande distribuzione vampira, spesso in mano agli italiani, con altre centinaia di famiglie diventate padrone delle loro casette nei ranchos dell'arbitrio, dell'abuso e della precarietà di autoproclamati proprietari, proprietari in virtù di diritti pretesi assegnati da un qualche Filippo o Carlo d'Asburgo.

Scavando tra le mie rughe più recenti ho ritrovato un viaggio attraverso il Venezuela nel corso del blocco padronale di dicembre2002-febbraio2003. Portava il fuoristrada del ministero dell'agricoltura un compagno che dallo stereo traeva le canzoni della sofferenza contadina nel latidofondo schiavista e si commuoveva sistematicamente e tirava pugni sul volante inferocito contro gli aguzzini, incazzato con le sue lacrime. Lungo la strada le colonne sterminate degli automobilisti e trsportatori che cercavano un minimo di carburante per un minimo di mobilità per un minimo di sopravvivenza. E nelle case, come mi raccontò Chavez a San Carlos, dopo che aveva distribuito 700 titoli di proprietà di terra espropriata, la gente per cucinare si bruciava le camere da letto. E a Maracaibo una PDVSA (la Compagnia petrolifera manomessa e vampirizzata dai dirigenti), non ancora bonificata con la cacciata di 19.000 parassiti e sabotatori, faceva saltare per aria i pozzi e manometteva le valvole degli oleodotti, aveva voglia la Guardia Nazionale, esercito del popolo, a riaprire le stazioni di servizio quando le cisterne boccheggiavano... E non arrivavano più nè cibo, nè medicinali, nè ci si poteva spostare fino alla scuola, o fino all'ospedale e le milizie dei capibastone degli Stati in mano all'opposizione, dette "polizie municipali", sabotavano il ripristino, sparavano sulle folla tumltuante, pareva essere nei territori occupati dal sionismo genocida, si opponevano alla Guardia Nazionale. Quei militari bruni e con le facce da selva, mi ricordo, che quando il pus dell'oligarchia cercava di invadere i territori bolivarizzati della capitale, protetto dal sindaco golpista Alfredo Peña, e si trovava di fronte le schiere in rosso, col basco rosso del comandante, per la prima volta vidi operare in difesa del popolo. Il popolo che governava!

Ora si va verso le elezioni in tutti questi 23 Stati, più Caracas, e in tutte le città e l'alluvione rossa della rivoluzione bolivariana promette di penetrare nei fortini ancora in mano ai governatori della reazione, del complotto e del ladrocinio e allora sì che per la Quarta Repubblica sarà finita e si potrà con maggiore fiducia rafforzarsi qui e guardare al resto del continente per quell'integrazione che è sicuramente l'unica alternativa possibile all'ALCA, al revanscismo colonialista degli USA. A cominciare da quella che Hugo Chavez chiama la "Petroamerica", un ente pubblico unico per la garanzia degli approvvigionamenti a un'economia e a un progresso sociale pure integrati.

La PDVSA ha i numeri, la forza e la visione per essere la colonna vertebrale di questo progetto antimperialista e di riscatto sociale. E' la terza impresa dell'America indo-afro-latina, tiene per il collo Bush e i suoi neonazi che, per non perdere a novembre, hanno dovuto ingoiare il boccone più amaro, dopo la gigantesca insurgenza irachena (religiosa o laica che sia, qui sanno bene che va sostenuta senza virtuosismi grilloparlanteschi e lo dimostrano militanti e masse, con una coscienza internazionalista di cui ho visto uguale solo in Palestina, in Irlanda e, appunto, in un Iraq per quarant'anni coerentemente antimperialista e socialista nella misura del possibile): riconoscere che Chavez è il popolo, che la rivoluzione vuole e può continuare. E' un'impresa nella cui testa, come del resto in tutti i gangli decisivi del movimento e del governo bolivariani, sono presenti i comunisti, intellettuali e militanti giovani e maturi alla cui intelligenza e determinazione politica Chavez ha avuto l'intuito e la coscienza di attingere a piene mani, fino a fare del mio amico comunista, Willian Lara, il suo braccio destro, la guida del suo partito e l'organizzatore della sua campagna elettorale.

Qui c'è il comunista Antonio Serra, rientrato in PDVSA, come tanti altri, dopo 40 anni di lavoro, per riempire i vuoti della bonifica e rilanciare l'impresa messa in ginocchio dai sabotatori con il gagliardetto a stelle e striscie. E' il numero due della raffineria di El Palito, a Valencia, cuore operaio storico dell'industria petrolifera venezuelana, si occupa di sicurezza, igiene, ambiente, ma soprattutto della riorganizzazione della società nel segno della democrazia operaia. "Da verticali siamo diventati orizzontali", mi spiega. " I comitati operai, i tre sindacati nati nella nuova PDVSA, ora in corso di unificazione, presidiano ogni momento gestionale della società, decidono modi e contenuti della produzione e, soprattutto, governano gli investimenti sociali di una compagnia che è diventata, dopo aver subito la manomorta di dirigenti ladri, il massimo promotore sociale del paese, con qualcosa tra il 17 e il 20% degli introiti destinati ai servizi sociali. Non ci sono più le tre mense, per dirigenti, quadri intermedi e operai. La mensa è unica e il Club House della direzione, con tanto di piscina, terme, golf, spiagge, paerchi giochi, ristoranti, è passato ai lavoratori tutti e alla comunità che vive attorno alla raffineria". Segnali piccoli? Chissá. Piccoli non sono certi i segnali che ci manda l'inaugurazione, proprio mentre eravamo là di un centro comunitario realizzato dalla PDVSA, e al quale faranno capo tutte le campagne sociali bolivariane. Del resto, senza i finanziamenti della PDVSA, poco delle grandi "misiones" di trasformazione radicale della società sarebbe possibile.

Sul giornalone della reazione sconfitta e tanto più virulenta perchè si vede bloccati tutti gli sbocchi istituzionali nel futuro prevedibile, appaiono sempre più frequenti appelli all'eversione. Ci vuole davvero tanta santa pazienza democratica, in Chavez e nei suoi, per non intervenire almeno legalmente contro questi aperti inviti alla sedizione. Un paginone intero sull'edizione odierna invita la "società civile" alla "disobbedienza" e, trasparentemente, allude alla "guerra civile", la minaccia implicitamente. (A proposito, dalle mie lontananze non riesco a sapere come si pone rispetto ai bolivariani e a Chavez quella gente che, da noi, usa gli stessi termini propalati dalla destra fascista e filocolonialista : "società civile", "disobbedienza civile"...) E' vero sono stati stroncati dal voto libero e democratico. Non gli restano altri mezzi che la violenza, il terrorismo, la cospirazione per ricondurre a sè i compari di ideologia e di ladrocinio del Nord del mondo. L'esempio, infatti, è proprio Bush, con il suo golpe di Florida 2000 e i suoi attentati del 9 settembre 2001. Forse è per questo che il comunista Antonio Serra parla della necessità di armare il popolo in vista del ritorno imperialista. Come aveva saputo fare l'Iraq e agli USA ancora gli duole.

CARACAS, 23/8/4

FULVIO GRIMALDI

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