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Libia: Stato in transizione o Stato fallito?

(18 Settembre 2013)

Dalla caduta del regime e' stato un susseguirsi di attentati. Il premier Ali Zeidan non ha il controllo né del Paese né del suo stesso esecutivo.

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Il premier libico Ali Zeidan

di Francesca La Bella

Roma, 18 settembre 2013, Nena News - 11 settembre 2013, Bengasi: un'autobomba scoppia presso una sede del ministero degli esteri libico senza causare alcun ferito. Il fatto in sé potrebbe essere considerato marginale se non fosse per le circostanze in cui avviene. In primo luogo si consideri la data. Dodici anni dopo la caduta delle torri gemelle, un anno dopo l'attentato al consolato statunitense di Bengasi che portò alla morte dell'ambasciatore Christopher Stevens e di altre tre persone. In seconda battuta si guardi al contesto attuale del Paese. Quasi due anni dopo l'uccisione di Muhammar Gheddafi, la Libia è un Paese instabile, irreconciliato e privo di strutture solide. Nel periodo intercorso dalla caduta del regime ad ora molti sono stati gli attentati contro sedi governative, consolati e uffici internazionali ed il Governo di coalizione guidato da Ali Zeidan sembra non avere la capacità di mantenere il controllo né sul Paese né sul suo stesso esecutivo.

In questo senso, al momento, risulta molto difficile parlare di Stato libico. Le brigate che, durante la guerra civile, guidavano l'opposizione contro Gheddafi ora sono a loro volta divise e controllano in maniera quasi esclusiva alcune aree del Paese. Se a Tripoli possiamo trovare i Comitati Supremi di Sicurezza guidati dal salafita Hashim Bishr, Bengasi è attualmente la roccaforte di Libya Shield, da molti considerata la milizia dei Fratelli Musulmani libici. Una spartizione che trova le sue radici storiche nella divisione mai sanata tra Tripolitania e Cirenaica e che potrebbe costituire un ostacolo insuperabile per la creazione di una nuova Libia. A tal proposito, sembra doveroso aggiungere che i due movimenti, formalmente riconosciuti dal Governo e incaricati di compiti di sicurezza, sono affiancati da una galassia di gruppi politico-religiosi che agiscono in senso destabilizzante nel già difficile contesto nazionale. Potremmo citare Ansar al-Sharia, movimento legato a doppio filo all'organizzazione caritatevole salafita Al-Dawa wa al-Islah e che ha rivendicato l'attentato contro il consolato statunitense o le tante brigate con una forte impronta regionalista che agiscono nelle zone rurali o nel sud del Paese.

Parallelamente, a livello istituzionale, la frattura tra liberali e Fratelli Musulmana rappresentata dal Partito Giustizia e Sviluppo si sta rendendo sempre più evidente. Il casus belli dell'annuncio di ritiro dei ministri facenti riferimento alla Fratellanza con la conseguente possibile caduta del Governo è stata la visita di Zeidan in Egitto. Dopo il colpo di Stato e l'arresto di Mohammed Morsi, la Fratellanza libica ha perso un prezioso alleato e la visita del Primo Ministro libico è stata percepita come riconoscimento del nuovo Governo egiziano e, di conseguenza, come un affronto al proprio movimento. Le divisioni hanno, però, basi ben più solide. Da un lato il partito islamico imputa al Governo la mancanza di sicurezza nel Paese, dall'altra i liberali giudicano pericoloso guidare il Paese insieme ad un Partito sospettato di omicidi di oppositori del movimento come l'avvocato al-Mesmari.

Se le divisioni politiche non bastassero, in questo momento, anche l'economia libica attraversa una fase di contrazione. Benché il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov abbia confermato il suo impegno di cooperazione economica tra i due Paesi, affermando che l'economia libica è in ripresa nonostante le difficoltà del periodo post-bellico, il conflitto tra le diverse anime della società libica ha bloccato l'esportazione del più importante prodotto locale: il petrolio. Lo sciopero dei portuali per questioni salariali prima e la contesa tra Governo e brigate locali per il controllo dei porti in seguito, hanno portato nel periodo di maggiore crisi ad un crollo dell'export di petrolio pari a circa il 70%. La percentuale risulta ancor più significativa se si tiene conto che la commercializzazione dell'oro nero costituisce il 97% delle esportazioni nazionali.

Anche se alcuni porti sono stati riaperti alla navigazione, la situazione interna rimane difficoltosa e non sembrano prospettarsi, a breve termine, soluzioni delle problematiche di instabilità che affliggono il Paese. La debolezza dello Stato, la totale mancanza di coesione sociale e la molteplicità di episodi di violenza nel Paese hanno indotto gli Stati Uniti a compiere nuovi passi nell'ottica di un attacco militare. Nella siciliana Sigonella sono da pochi giorni stati inviati 250 marines ad ingrossare le fila della Special Purpose Marine Air-Ground Task Force, unità del corpo dei marines di intervento aereo e terrestre nata per monitorare ed intervenire in Africa. La missione principale dovrebbe essere l'evacuazione di civili da contesti bellici, ma in questo caso, data la reticenza del Governo libico nell'arrestare o consegnare i sospetti responsabili dell'attentato all'ambasciatore, queste stesse forze potrebbero essere coinvolte in operazioni offensive contro gli attentatori.

Le azioni militari, però, difficilmente hanno conseguenze circoscritte al risultato del singolo attacco e se l'intervento contro Gheddafi ci consegna, a due anni di distanza, uno Stato fallito, un nuovo intervento potrebbe avere conseguenze più negative che positive per il destino della Libia: delegittimazione del Governo ufficiale, recrudescenza della violenza e inasprimento delle divisioni interne. Premesse per una nuova guerra civile?

Nena News

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