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No Expo: i media rivomitano il solito copione

(8 Maggio 2015)

noexpomedia

“Non esistono fatti, ma solo le interpretazioni dei fatti” diceva Nietzsche, parafrasandolo, potremmo dire che non esistono i cortei, ma solo la loro “rappresentazione”.

La società dell’informazione continua e pervasiva fa sì che il “mediatico” plasmi a proprio piacimento qualsiasi evento di una qualche valenza sociale. Il copione per questo tipo di manifestazione di solito è il seguente: un corteo pacifico è stato infiltrato da provocatori violenti (lo spauracchio black bloc) che hanno rovinato la “festa” a tutti, oscurando le ragioni della protesta ai fini di scatenare una violenza “insensata” e fine a sé stessa. Il Canovaccio di Genova 2001 viene pedissequamente seguito da anni. Stavolta però il meccanismo si è inceppato nella divisione tra manifestanti buoni e cattivi: nessuno si è dissociato dagli scontri (al netto di legittimi dubbi sull’utilità di questi e soprattutto sui danneggiamenti alle auto in sosta) né in dichiarazioni ufficiali, né, soprattutto durante il corteo. Mentre a poche centinaia di metri manifestanti e polizia si fronteggiavano, migliaia di persone continuavano a sfilare compatte cantando e ballando. Questo è sicuramente un dato positivo, anche se il risultato finale è stato che non potendo isolare il “virus” che ha infettato la manifestazione è stato direttamente criminalizzato tutto il corteo.

Chi a Milano non c’era e si è informato sugli avvenimenti seguendo le notizie delle grandi testate giornalistiche non può che aver avuto l’impressione che sia stato un giorno di vera e propria guerriglia. Infatti, osservando attentamente, si può notare come nessun media abbia pubblicato anche una sola foto del corteo che non fosse relativa agli scontri: bande musicali, sound system, spezzoni di lavoratori ecc. tutto è stato oscurato per dare risalto ai tafferugli.

Il copione principale è stato poi arricchito da una serie di sottotrame. Non è una novità che in questi contesti i media individuino un fatto o un personaggio di per sé irrilevante e lo ingigantiscano ai fini di “rafforzare” la trama principale: ci ricordiamo, ad esempio, di quando si è discusso per settimane del giovane NoTav che durante una manifestazione in ValSusa aveva osato dare di “pecorella" a un poliziotto, o più indietro nel tempo quando il 15 ottobre 2011 la distruzione di una madonnina da parte di un manifestante era stata messa al centro dell’attenzione pubblica e, sempre lo stesso giorno, la gogna mediatica (con tanto di gossip sulla vita privata) a cui fu sottoposto Fabrizio Filippi detto “Er Pelliccia”.

Stavolta è toccato al giovane Mattia che, imbeccato ad arte dal giornalista del TGcom, con le sue uscite tanto sgrammaticate quanto ingenue è stato fatto passare come l’ideologo del movimento.

Anche l’anarchico Valitutti, fotografato in carrozzina in mezzo agli scontri, ha subito la sua dose di odio pubblico: dal “togliamogli la pensione di invalidità” all’accusa di incoerenza per essere tornato a casa con un Frecciarossa, cosa che andrebbe in contraddizione col suo appoggio al movimento No Tav.

A condire la trama con cui i media hanno presentato il No Expo aggiungiamo anche la demenziale e non provata “accusa” dei “black bloc” col Rolex al polso, che ha perfino provocato la reazione del noto marchio svizzero che ha risposto con una lettera aperta sui principali quotidiani nazionali.

Insomma, la macchina del fango ha funzionato a dovere, pescando innumerevoli conigli dal cilindro. Questo, tuttavia, era ampiamente prevedibile, e pone ai Movimenti il problema su come uscire da cul de sac in cui inevitabilmente si trovano durante questi grandi appuntamenti di piazza: fai un corteo pacifico? Verrai ignorato. Fai casino? Verrai criminalizzato.

Se si poteva pensare che sarebbe bastato avere un corteo unito ed estraneo a grottesche pratiche di delazione interna per “cortocircuitare” la narrazione mainstream, il 1° maggio ha radicalmente smentito quest’ipotesi.

Il punto centrale è, a nostro avviso, che ogni lotta che si pone su un piano simbolico non ha senso di esistere se viene veicolata da dei media “nemici”. In altre parole è assurdo colpire una banca cercando di far passare il messaggio “Contro il capitalismo finanziario che sta distruggendo il pianeta”, quando poi Repubblica e il Corriere e tutti gli altri oligopolisti dell’ Informazione titoleranno “Delinquente sfascia vetrina”. Solo chi condivide il medesimo orizzonte simbolico recepirà il messaggio nelle sue intenzioni originarie, mentre TUTTI gli altri (lavoratori o borghesi che siano) vedranno SOLO “delinquenti che distruggono cose a caso” e chiederanno per loro repressione, repressione e ancora repressione.

I gesti individuali non possono precedere i percorsi collettivi, perché, purtroppo, l’opposizione sociale non si sviluppa per osmosi e “dare l’esempio” con azioni simbolicamente radicali è un gesto fine a sé stesso, al di là delle generose intenzioni di chi lo compie.

Questo non significa naturalmente che bisogna abbandonare la radicalità per paura delle conseguenze, solo che non possiamo permetterci di praticarla su di un piano che non sia quello reale. Ad esempio il cantiere TAV di Chiomonte è lì, è reale, lo puoi toccare e sabotandolo non ci si limita a “lanciare un messaggio”. Infatti, benché pagando un prezzo durissimo in termini di repressione e dovendo subire attacchi mediatici continui, il movimento No Tav, miracolosamente e, oseremmo dire eroicamente, resiste, anche in virtù dell’essersi guadagnato un consenso che va al di là delle solite ristrette cerchie.

È quando in ballo ci sono la propria terra, la propria vita e il proprio futuro che è possibile attuare forme di conflittualità di massa. Altrimenti dopo il solito giorno di gloria ci pioveranno addosso i soliti mille giorni di merda.

ps solidarietà a tutti i fermati/arrestati

Redazione cortocircuito

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