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(24 Novembre 2010) Enzo Apicella
Crisi irlandese. La finanza specula sul debito pubblico. La politica chiede sacrifici.

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La giostra demente dell’accumulazione di capitale

Dal Partito Comunista N.393 Gennaio-Febbraio 2019

(12 Febbraio 2019)

La fine dell’anno per il mondo capitalistico è sempre un tempo di bilanci: si chiude un esercizio, commerciale, finanziario, di produzione, si valuta quanto guadagnato o perso, le partite non chiuse si “portano a rateo” per l’anno a venire e si fanno previsioni per il futuro.

Per l’anno passato il Fondo Monetario Internazionale ci ha fornito un’anticipazione dei suoi consuntivi, e la solita previsione – outlook – per quel che si aspetta nel futuro prossimo.

Bene, la crescita dell’economia mondiale, dopo una decisa salita nel 2017, ha marcato nel 2018 un certo rallentamento, portandosi ad un valore non alto ma stabile, +3,7%, almeno fino ad inizio estate; per il 2019 si prevede un tasso similare.

Dettaglio di poco conto: questo è un tasso medio, non per tutto il mondo è andata così. Ma quel che veramente conta è lo stato generale delle grandi economie mondiali, le altre dovranno adeguarsi, e la cosa non si presenta per niente semplice, perché il rialzo dei tassi dei titoli di Stato americani li costringeranno ad aumentare i rendimenti delle loro obbligazioni, con conseguente aumento del loro debito. Per ora queste sono considerazioni che stanno in secondo piano e le dinamiche economiche e finanziarie di Stati come Argentina, Turchia, o Brasile saranno da gestire se e quando se ne presenti la necessità e la possibilità.

Il dato che appare significativo è che l’economia americana abbia continuato a crescere, senza una recessione, segnando un lungo periodo di espansione.

La diminuzione delle imposte societarie e l’aumento della spesa pubblica, forzando la domanda di beni e servizi con il continuo gigantesco aumento del volume del debito federale, avrebbe favorito una crescita che ha segnato il miglior risultato da un decennio. Secondo le proiezioni FMI “almeno fino al 2020” l’economia americana continuerà a crescere.

Per la verità i grafici presentati dal FMI non sembrano dar troppo credito a queste previsioni, e all’ottimismo che ne deriva.

Ci sono appunto, oggettivamente, alla scala mondiale tre principali criticità, anche in una prospettiva a breve, che agitano le dinamiche economiche, politiche e finanziarie di questi tempi e sono tutti dati noti e certificati. Stati Uniti, Cina e Germania, che è il pilastro dell’Europa comunitaria, mostrano contemporaneamente, questo è il punto focale, segnali di rallentamento più o meno accentuato, che per la Germania sono più vicini ad una situazione recessiva.

Se queste previsioni si concretizzeranno in senso negativo, o se accordi, minacce, trattati, misure straordinarie di finanza riusciranno a mantenere lo status quo almeno per l’anno a venire, non è al momento ben definibile.

Ci limitiamo ad osservare che le recenti oscillazioni della politica monetaria della FED, con la minacciata continuazione alla stretta dell’espansione del credito, indicano una situazione interna conflittuale, che si accorda con le minacce di inasprimento del commercio con l’estero e con i tentativi di accordi commerciali con la Cina, penalizzata nel suo export dalle barriere doganali.

Lo stesso effetto critico vale per la Germania, già in difficoltà per le restrizioni dei suoi commerci con la Russia. L’esportazione di prodotti energetici dalla Russia è ostacolata da meccanismi di feroce concorrenza.

Quel che appare chiaro è che i “mercati interni” sono ormai incapaci di assorbire i prodotti e realizzarne il valore, e che l’unica possibilità è l’espansione del commercio estero. Questo è il dato centrale delle crisi, siano esse più o meno ampie. Questa evidenza nasconde nella forma della sovrapproduzione l’incapacità per il capitalismo di valicare i limiti del suo produrre, valorizzare ed infine realizzare profitto ad un tasso, se non crescente, almeno stabile.

Su tutto domina un fattore di peso immane, la massa del debito, debito “reale”, ammesso che questa definizione abbia senso, debito cioè prodotto da richiesta di capitali da parte degli Stati, delle industrie, piccole, grandi e “conglomerate”; infine dei privati.

In questa massa non si dovrebbe calcolare, anche se appare quasi impossibile, il “capitale fittizio”, cioè il valore facciale di tutta la montagna virtuale di titoli, che sale e scende con movimenti apparentemente imprevedibili e brucia o genera utili di natura altrettanto virtuale, nel senso che non sono prodotti in un processo di generazione e realizzazione di valore, ma sono quote che solo “cambiano di mano”. È una fornace nella quale alla fine converge tutto ciò che non si può più realizzare come profitto.

Ivi compresi i cosiddetti “derivati”, in tutte le loro forme che non hanno limite se non nella fantasia di chi li confeziona e nella forsennata logica speculatoria di chi li usa, contratti-scommessa sul verificarsi o meno di eventi finanziari, usati nella roulette delle borse per aumentare la posta in gioco, o per mettersi parzialmente al riparo da situazioni negative, “scommettendo contro se stessi”.

Strumenti virtuali che hanno, se possibile, ancor meno sostanza dei meccanismi finanziari su cui si fondano; ma che costituiscono, e qui sta la follia anche contabile della fase finale del capitalismo, parte significativa ma perfettamente ragionevole dei bilanci del sistema bancario e finanziario, il cui surplus contabile viene così ingigantito.

Meccanismi omologhi si presentano anche per le grandi “conglomerate”, che riacquistano le loro azioni ed obbligazioni (buy back), cioè il debito che hanno emesso, con l’immane liquidità che hanno “in cassa”, perché è un “debito” il cui “valore” è cresciuto nel tempo: e questo senza alcuna trasformazione reale nel processo produttivo. Si scambiano cioè contanti contro debito, ed i bilanci crescono.

È un processo fondato sugli specchi, che va avanti sintantoché le condizioni generali del sistema finanziario lo permettono, crescita costante, o brevi-medi periodi di “piatta”, o brevi periodi di cadute dei listini.

I cosiddetti “mercati”, cioè nell’accezione ormai comune di “sistema mondiale di speculazione finanziaria”, sono, nel loro oscillare alle volte contenuto, alle volte spropositato, l’indice immediato dello stato febbrile del capitalismo; le loro fasi euforiche, crescita dei listini e del valore nominale di tutta la massa di carta che li costituisce, o quelle depressive fino ai crolli subitanei, spesso rappresentano gli eventi guida di anticipazioni della situazione di crisi.

Anche ampie oscillazioni di breve periodo sono spesso meccanismi operati dai grandi investitori per indurre condizioni più favorevoli alla speculazione; le vendite allo scoperto, e tutte le manovre per “scommettere” ai danni di una controparte, fanno parte della normale prassi delle borse. I cosiddetti sistemi di vigilanza sono apparati messi per dare una vernice di “moralità” ad un meccanismo fuori da ogni ragionevolezza. Allora si dice, anche in perfetta buona fede, che le “crisi sistemiche” del capitalismo hanno origine e fondamento in questa dinamica di irrazionalità del profitto, in una sorta di mancanza di etica.

Poi vengono i fatti politici, e le decisioni degli Stati. Una stretta monetaria che riduce il “denaro facile” (gran parte usato, è ben chiaro, nella speculazione di quel genere), una stretta dei volumi delle esportazioni, uno scontro per l’approvvigionamento di materie prime, un cambio di personale politico che pare cambi regime, un collasso anche limitato di un ristretto settore del credito; la crisi che aleggia è pronta a scoppiare. È il “debito”! Il grido da tutte le parti, il debito è il primo pericolo.

Il 2019 si apre quindi con queste oscure premonizioni in un quadro che generalmente viene presentato in modo ottimistico; “tiene” lo stato generale economico dei Grandi, il commercio estero va “così così”, ma alla fine “si metteranno d’accordo”, le frizioni tra gli Stati saranno più o meno ricomposte, l’area monetaria del dollaro riuscirà a contenere l’attacco dello yuan come moneta di riserva, tutto sarà gestito. Ma il debito rimane la vera terribile minaccia a questo mondo, sta scritto in ogni documento, in ogni studio teorico, in ogni previsione di andamento della scommessa finanziaria.

È il concetto distorto e parziale che ha di sé il mondo borghese e dei sui teorici, che vedono il pericolo non ovviamente nel modo di produzione medesimo, ma nel suo eccesso, che la caduta del saggio di interesse rende, per un certo aspetto, necessario.

Da marxisti non dubitiamo che questa forma esteriore del procedere capitalistico rappresenti un detonatore, un innesco della crisi generale. Ma il debito è un dato di fatto, ma sappiamo che continuerà tranquillamente a crescere finché “qualcos’altro” lo renderà intollerabile, ed allora questa massa immane darà il suo contributo determinante al crollo.

Nel 2018 l’apparato di controllo del sistema delle Banche Centrali ha lavorato a che l’impalcatura rimanesse in piedi. Alla fine dell’anno il perdurare di questi mezzi e provvedimenti avrebbe prodotto danni altrettanto gravi di quelli che si volevano scongiurare. Il progressivo “rientro” dal denaro facile ha indotto gravi turbamenti sul mercato finanziario, che ha giustamente previsto la stretta al suo evolvere: il dilemma delle autorità monetarie ha nuovamente allentato i vincoli che stavano ponendo, in una alternanza di ferma-vai che un perplesso 2019 capitalistico si trova in eredità; insieme ovviamente a tutti i problemi e contraddizioni che il 2018 aveva ricevuto dal 2017, e che nessun provvedimento è stato capace di risolvere.

Quanto possa durare questa giostra demente non è dato calcolarlo; solo si possono fare previsioni di massima, confrontando dati ed indici della produzione reale; che è il criterio principe con cui analizzare il processo del capitalismo, attività che il Partito prosegue sin dal suo sorgere.

Una cosa è certa. Seppur con andamento altalenante di cicli brevi di ripresa-recessione, è con il 2007 che si è aperta la fase più generale della grande crisi capitalistica, alla fine del quale ciclo si porrà l’alternativa: o guerra o rivoluzione. Rivoluzione, se il proletariato internazionale avrà saputo ritrovare il suo partito, avrà saputo ricostituire i suoi organi immediati di difesa, che il Partito avrà fatti propri come direzione.

Non ci sono alternative.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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