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L'umore di Moody's

L'umore di Moody's

(18 Giugno 2011) Enzo Apicella
L'agenzia di rating Moody's ha messo sotto osservazione la valutazione del debito italiano per una possibile riduzione

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ALA: la nostra battaglia per nuova politica dell'accoglienza

(Con più diritti e garanzie per lavoratrici, lavoratori ed ospiti)

(23 Ottobre 2019)

La attuale fase politica, gli effetti dei rivolgimenti istituzionali sulla società italiana all’indomani dell’esperienza del governo Lega-5S e dei due “decreti Salvini”, il cambio di esecutivo e il permanere delle conseguenze del “salto di qualità” nelle politiche xenofobe e securitarie rappresentato da tali provvedimenti legislativi, gettano una luce sinistra sul processo di degenerazione autoritaria e securitaria, visibilmente trasversale agli schieramenti politici e immune da ogni cambio di governo, dello stato italiano nel suo insieme. Gli effetti di lungo periodo sui migranti, i rifugiati e i lavoratori e le lavoratrici che a contatto con tale “utenza” e le sue oggettive fragilità prestano servizio sono evidenti, in termini di restrizioni vieppiù insostenibili alle condizioni di vita di migranti e rifugiati, e di licenziamenti di massa tra i lavoratori e le lavoratrici dell’Accoglienza.
Se tale è il contesto, questo si rivela quale conseguenza e proseguimento ideale delle scelte politiche degli Esecutivi avvicendatisi negli ultimi anni, in termini di “securitarismo” e di definanziamento e di snaturamento dei luoghi e dei contesti in cui gli operatori e le operatrici esercitano le loro, delicate mansioni.
In tale quadro abbiamo intervistato i lavoratori e le lavoratrici dell’ALA (Assemblea dei lavoratori dell’Accoglienza di Roma), dalle cui parole i dati con cui abbiamo introdotto questa intervista emergono in tutta la loro cruda evidenza.

la vera emergenza sono i nostri diritti

Facciamo una presentazione: quando vi siete formati, qual è la vostra missione...

Noi come gruppo ci siamo formati nel 2014, in occasione dei fatti verificatisi a Tor Sapienza. In quella occasione erano presenti due nostri colleghi, e abbiamo subito pensato che il verificarsi di tale episodio fosse dovuto ai criteri con cui i centri erano dislocati, nell’estrema periferia di Roma, grandi centri,, dai grandi numeri con conseguente affollamento, luoghi in cui si aggiungeva disagio a disagio.e, Rispetto alla situazione di Tor Sapienza, quella di altri luoghi, siti soprattutto alla periferia di Roma est, era anche peggiore. Tale massiccia presenza di stranieri era percepita dai residenti con ostilità, come un disagio sociale che si aggiungeva a precedenti disagi. Di episodi di intolleranza ne abbiamo avuti diversi altri, a Ponte di Nona , per esempio; atti di intolleranza fomentati naturalmente da certe forze politiche dai tratti marcatamente xenofobi, e di cui i primi a fare le spese erano i migranti e i nostri colleghi, costretti a lavorare in condizioni allucinanti. Vista la situazione, abbiamo deciso di dar vita alla nostra Assemblea, per poter far uscire, rendere di pubblico dominio le condizioni reali di questi luoghi,, di cui nessuno parlava. Tali situazioni furono evidenziate successivamente dallo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale, che mostrò chiaramente quanto il Re fosse nudo, quanto le modalità di gestione del sistema che noi denunciavamo da tempo fossero quello che erano: fu proprio in seguito allo scandalo che la nostra Assemblea riscosse i suoi maggiori successi e che molti lavoratori, molte lavoratrici iniziarono a partecipare ai nostri incontri e alle nostre iniziative. Abbiamo avuto incontri con l’Assessore alle politiche sociali, con il direttore dello SPRAR centrale, abbiamo avuto l’opportunità di discutere di tante cose, come il rapporto numerico minimo tra operatori e ospiti dei centri (che non c’era), abbiamo parlato della situazione dei centri di accoglienza di Roma, progettavamo incontri con tutte le realtà istituzionali e associative che si occupavano di queste cose : obiettivo che abbiamo poi parzialmente raggiunto, Non siamo riusciti a incontrare tutte le suddette realtà contemporaneamente, ma solo separatamente, in ogni caso dialogando con i soggetti che ci interessava coinvolgere. Poi la nostra realtà ha vissuto una flessione, molti lavoratori hanno smesso di frequentare i nostri incontri, tanto che in quest’ultimo anno e mezzo abbiamo avuto una battuta di arresto delle nostre attività. Inoltre, alcuni di noi che hanno iniziato questo percorso, non lavorano più nell’accoglienza: le difficoltà oggettive, la precarietà, i pagamenti mancati, tutto questo crea situazioni difficilmente sostenibili per chi opera a contatto con soggetti vulnerabili, in mansioni che richiedono personale qualificato e messo in condizioni di poter svolgere il proprio lavoro.


Possiamo, a proposito di quest’ultima osservazione, introdurre il tema della nostra domanda successiva: chi sono i lavoratori e le lavoratrici dell’accoglienza?

Se vogliamo riferirci alle nostre condizioni di lavoro attuali, occorre precisare che siamo molto divisi: tra noi molti e molte sono specializzati, anche troppo. Mentre in altri casi i lavoratori del nostro settore si ritrovano a ricoprire le loro mansioni a causa di scelte aziendali delle cooperative che gestiscono il servizio, qui spostati da altri tipi di servizi , o perché approdati a questo lavoro grazie alle loro conoscenze.
C’è quindi una certa discrepanza tra gli operatori del settore. Tali differenze rendono difficile portare avanti una lotta, per noi di ALA e non solo, perché non si riscontrano le stesse sensibilità , non tutti gli operatori hanno piena coscienza della delicatezza delle questioni su cui mettono le mani: da una parte abbiamo personale adeguatamente formato e assai sensibile a temi come l’emigrazione e i delicati aspetti umani del nostro lavoro, dall’altra abbiamo persone che non hanno la minima idea del contesto in cui si trovano ad operare e per le quali lavorare in una fabbrica, avvitando bulloni, sarebbe la stessa cosa. Il boom che il settore dell’accoglienza ha vissuto, ha occultato dietro la logica dell’emergenza l’assunzione di soggetti assai poco preparati.
D’altra parte, standard di professionalità e di competenza minimi per chi lavori nel sociale non sono richiesti: la nostra situazione dovrebbe accendere i riflettori su quella che è la condizione del lavoro nel sociale nel suo complesso, in cui, stando così le cose, la discrepanza tra operatori altamente professionalizzati e gli altri si rivela un problema insolubile. Molti di noi sono arrivati a lavorare nell’Accoglienza provenendo da altre esperienze nel sociale, e agli inizi alcuni ritengono che per svolgere tali mansioni non ci vogliano chissà quali competenze …Ma poi debbono ricredersi, ché la relazione di aiuto che il nostro lavoro implica richiede una solida competenza professionale; una ulteriore constatazione che chi intraprende tale percorso professionale è costretto a fare, attiene alle contraddizioni stridenti che caratterizzano questo settore: se le competenze professionali sono qui necessarie, esse vengono sistematicamente misconosciute, non riconosciute a livello contrattuale, ignorate nel momento in cui chi ha costruito il proprio percorso professionale in un ambito viene spostato in un altro, mentre capita che a operatori di base venga chiesto di scrivere relazioni, che poi venivano solo firmate da un responsabile, che magari non aveva tempo o competenze per farle.
La carica di entusiasmo, le forti motivazioni spingono molte lavoratrici e molti lavoratori a svolgere le mansioni di operatore dell’Accoglienza, ma tali motivazioni vengono sistematicamente umiliate, stante l’approssimazione con cui tale settore viene gestito: agli inizi, si accetta la situazione incresciosa, magari ritenendo che questa sia la gavetta da fare, poi ci si rende conto che tale è invece il regolare, normale funzionamento di tutto il sistema, e che la stessa noncuranza che c’è per la professionalità dell’operatore è quella di cui è vittima il migrante, l’ospite. Molti operatori, anche se demansionati, retribuiti in modo inadeguato e con forti ritardi, hanno scelto di resistere e di lavorare in siffatte difficili condizioni, perché c’erano utenti di cui prendersi cura: il prossimo futuro li priverà anche di questi, e sarà la fine della loro e nostra esperienza. Gli operatori negli ultimi anni sono stati sempre più spinti da condizioni insostenibili a dare le dimissioni, mentre i vertici delle cooperative per cui lavoravano sono passati indenni attraverso vicissitudini come quella di Mafia Capitale: alcune di esse in seguito allo scandalo sono fallite e si sono sciolte … per poi essere rifondate dagli stessi personaggi con altro nome, partecipano ancora ai bandi e li vincono regolarmente. Tutto ciò ci spinge a interrogarci se questo è il III settore che vogliamo, dal punto di vista professionale e umano…. Sul lavoro ci si può ritrovare a relazionarsi con colleghi e colleghe con i quali non si ha nulla di cui parlare, ci confrontiamosu livelli totalmente differenti. Alcuni di noi lavorano con i minori, cioè in un ambito in cui sono ancor più necessarie che altrove competenza e professionalità ;)mentre invece le condizioni aberranti in cui si lavora arrivano a svilire a tal punto motivazioni e preparazione professionale degli addetti. per es, perché mancano fondi, che si arriva al punto di (sentirsi dire “Ma se in realtà le cose stanno così allora non serve che chi lavora qui abbia tutte queste competenze…”. Per tacere di una frase fatta come “non ci stiamo dentro con i soldi”, che anticipa sempre la conclusione che sarebbe meglioaffidare questi servizi al volontariato.
Invece, l’’impiego di personale qualificato dovrebbe essere accompagnato a un lavoro sul territorio e al coinvolgimento della società. Accade però l’opposto: chi lavora nel sociale cede alla delega che gli viene conferita dalla cittadinanza: quella di occuparsi degli “sfigati di turno”, così questi non mi ammazzano di botte se mi ritrovo alla fermata dell’autobus nel posto sbagliato.. E le idee di chi è fuori di questo lavoro su noi che lo svolgiamo oscillano tra un pietista “Io non ce la farei mai a fare il lavoro che fai tu”), a un cinico “Certo, però, che non ci vogliono poi grandi competenze per svolgerlo” o che 800 euro al mese per lavorare con otto-dieci adolescenti bastano (anche se in realtà le nostre paghe tardano anche sei mesi). E tale aberrazione accomuna , in realtà, tutto il sociale, i cui utenti,e chi ci lavora, sono sottoposti alla stessa logica, allo stesso trattamento. Una logica che considera tanto i migranti quanto i disabili come “scarti”, derelitti della società, “indesiderati” da tenere separati dal resto della società. In tal senso chi denigra il nostro lavoro può vantare una paradossale, inquietante “ragione”: per svolgere tale, triste compito non servono poi tante competenze. Noi, invece,riteniamo che, certo, si ha qui bisogno anche di operatori generici, ma in un rapporto di coordinazione e collaborazione con figure dalla preparazione, dalle qualifiche e capacità professionali adeguate.


Una domanda a questa collegata è, per noi: sapreste descriverci una giornata-tipo di un lavoratore, di una lavoratrice dell’accoglienza?

E’ difficile parlare in termini di “giornata tipo”, a causa della forte sperequazione tra figure professionali che dicevamo poc’anzi. E’ più agevole muovere da esempi. Uno tra gli esempi possibili è quello di chi svolge mansioni non di operatore, ma di psicologo: uno psicologo arriva al centro di accoglienza al mattino, e lì trascorre le otto ore della sua giornata lavorativa, confrontandosi con le dinamiche tanto degli operatori, quanto dei migranti ospiti, o è presente nelle ore notturne, che presentano delle problematicità specifiche; scrive relazioni sui casi che segue, si confronta con il territorio, analizzandone il grado di interazione con la struttura che vi è inserita, tenta di rendere il proprio lavoro fluido, interagendo con le varie situazioni; e tutto questo, cercando di evitare di risultarne fagocitato come persona.

Uno psicologo partecipa quindi anche a incontri di equipe, assieme agli operatori?

Si, ma sempre tentando vie autonome all’approccio con le dinamiche interne ai centri, e di interagire con il maggior numero di soggetti, in vari momenti della giornata, dalla colazione alla notte, soprattutto durante i colloqui, anche quelli informali, durante la pausa caffè o la pausa sigaretta. Lo sforzo è quello di far interagire le persone, ad esempio riportando all’interno dell’equipe degli operatori le giuste modalità di approccio ad un ospite in particolare, che sta magari vivendo una situazione particolarmente delicata. Riguardo la figura dell’ospite, si tratta di identificare il punto di vista dal quale partire per affrontare i suoi problemi, sanitari, sociali, legali, capire in qual momento, in quale punto del suo percorso migratorio questi si è ritrovato nel centro..
La giornata tipo di un operatore invece inizia di solito a colazione, momento in cui egli/ella si può ritrovare da sola/o –di solito si è in due- o perché il collega è in ritardo, o perché è “in uscita” (cioè, sta accompagnando l’ospite all’ospedale o in commissariato ecc.). Molti colleghi, inoltre, sono assai demotivati) per via dei pagamenti che non ricevono, e questo crea situazioni assai disagevoli in contesti in cui la mole di ospiti e le loro problematiche creano emergenze continue: succede, per dire, che uno si sbatte tra richieste molteplici: chi chiede una medicina, chi un bicchiere d’acqua…sono). sei ore di servizio , ma sembrano molte di più.. Far fronte a tutte le richieste degli ospiti dovrebbe essere il nostro compito, ma molti dei colleghi sono persone capitate per caso a fare questo lavoro, che finite le loro ore se ne vanno a casa, mentre un operatore motivato e qualificato resta sempre quella mezz’ora in più, così da chiudere le varie pratiche, per la residenza e altro; un lavoro che spesso l’operatore continua a svolgere per gli ospiti a casa propria, scrivendo mail agli avvocati o alle associazioni. Un lavoratore sensibile a certe problematiche non si limita a fornire servizi come la colazione o il pranzo o le medicine, ma tenta sempre di attivare percorsi d’inclusione o di socialità per l’ospite, anche organizzando attività di tempo libero come una partita a calcetto, purché queste persone non se ne stiano abbandonate a se stesse a ciondolare nei centri. Anche chiedendo aiuto agli ospiti che parlano italiano: una cosa che non andrebbe mai fatta, perché così si accollano le responsabilità del proprio lavoro a quello che è pur sempre un soggetto vulnerabile. A fine turno l’operatore deve anche pulire il centro, dato che il personale addetto alla pulizia non c’è mai.
Una delle ragioni che spiegano il modo distorto in cui è gestita l’accoglienza, è che questa, unitamente ai flussi migratori, è sempre stata gestita con la logica dell’emergenza, basti pensare agli enti pubblici che si occupano di migranti, le questure e le prefetture. Finché si parlerà in termini di emergenza , di ordine pubblico, tutte le progettualità messe in piedi dai lavoratori dell’accoglienza saranno regolarmente calpestate; ciò è reso ancor più evidente dallo spirito che anima l'attuale, primo Decreto Sicurezza firmato da Salvini.
Spesso si definisce il lavoro nel sociale una sorta di attivismo, per cui ognuno declina la scelta di fare questo lavoro in base alle proprie motivazioni. E questo è qualcosa di bello che accomuna tanti e tante di noi; poi però veniamo messi di fronte a una fortissimafrustrazione: quell di non ricevere le proprie retribuzioni per lungo tempo, spesso per mesi (e qui sarebbe opportuno interrogarsi sulle ragioni dei ritardi e delle irregolarità dei pagamenti, ragioni che sono lo specchio del modo in cui l’intero sistema è pensato e organizzato); frustrazione dovuta anche al fatto che un operatore non può interrompere il flusso della produzione, non può “incrociare le braccia”, ché altrimenti non erogherebbe il servizio, una cosa molto diversa dall’interrompere la produzione del pane da vendere al mercato.In questo caso, si interromperebbe un servizio che tra l’altro impedisce di “sbroccare” all’ospite del centro, e dell’’aspirazione di questi a una vita serena nel posto in cui è capitato o dove ha scelto di stare.
Quindi l’attivismo dell’operatore, il fatto di recarsi al lavoro in questi luoghi, aspetto assai positivo del “sociale”, impatta in più di un ostacolo, tra i quali la mentalità corrente e pregiudizi assai diffusi, secondo i quali il nostro “non è un vero lavoro”, ma una “missione”, una “vocazione”, il che fa accapponare la pelle: io mi arrabbio molto, a sentirmi dire che dovrei pormi con uno spirito di “gratuità”. Chi ha studiato, si è preparato per svolgere questo lavoro non vuole sentir parlare di “vocazione”: chi è stato a questo scopo valutato e considerato idoneo a queste mansioni con persone in certe condizioni, è dotato di quel “quid” in più che gli impedisce, che so, di sputare in faccia al primo che passa; tali competenze, tali capacità e sensibilità vengono quotidianamente svilite, tanto nell’opinione corrente, quanto dal “sistema” che al nostro lavoro presiede, se un operatore, poi, scioperasse, il danno non lo farebbe alla cooperativa da cui dipende, ma all’ospite, o al collega che sarebbe costretto a coprire la sua assenza. : essendo i “centri” luoghi residenziali, un operatore non può andarsene a casa fino al cambio del turno: il collega che fa un ritardo (magari con tutte le giustificazioni di questo mondo, che non vede lo stipendio da mesi) non fa alcun danno alla cooperativa, danneggia il suo collega che è costretto dal suo ritardo a restare sul posto di lavoro un’ora in più.. Allo stesso modo, se vanno male la Commissione o il ricorso di un ospite, questi perde i suoi documenti e il diritto all’accoglienza: alla cooperativa non gliene frega niente, che il posto che si libera è subito occupato da un altro ospite : se io mi impegno perché la Commissione o il ricorso vadano a buon fine, io lo faccio per l’ospite, non certo per la cooperativa E ci mancherebbe, visto quanto le cooperative pagano, e con quali ritardi, e il modo in cui ignorano o umiliano le nostre competenze ... Proprio per questo è assai arduo per no pensare a forme di protesta e denuncia delle condizioni in cui ci troviamo ad operare. Su questo aspetto, poi, è utile ricordare come la pratica maggiormente diffusa tra gli operatori, in caso di divergenze con l’ente da cui dipendono, è quella della vertenza individuale contro la propria cooperativa, e il successivo patteggiamento. E’ molto difficile che gli operatori agiscano e si rappresentino come gruppo. Qui all’ALA facciamo un discorso diverso, e infatti gli operatori e le operatrici che ne fanno parte lavorano in servizi anche molto diversi l’uno dall’altro. Accade a volte che un gruppo di operatori si rivolga in blocco a un sindacato, e in tal caso buona parte delle loro rivendicazioni hanno soddisfazione; poi però capita anche che, raggiunti gli obiettivi della singola vertenza, il gruppo si scioglie e i singoli lavoratori vengano, all’interno delle cooperative per cui lavorano, segnati a dito e messi in condizioni di grande disagio e difficoltà, tanto che in molti casi sono costretti alle dimissioni. Sulla questione delle retribuzioni che non arrivano o tardano ad arrivare ai lavoratori (paghe spesso insufficienti a coprire il costo di un lavoratore, eppur gli enti(che dovrebbero retribuirci, per gestire i servizi hanno vinto un bando in cui le spese per le retribuzioni erano dichiarate nella documentazione che hanno dovuto esibire per accedere al bando stesso), tale problema fa si che si reggano in piedi solo i soggetti più grossi, gli unici in grado di anticipare i pagamenti degli stipendi anche se gli enti pubblici non erogano i finanziamenti dovuti .

Quali sono le mobilitazioni che avete in programma, o quali quelle possibili?

Qui occorre precisare quali sono le condizioni delle varie figure professionali che nel settore hanno una formazione specifica e specialistica, e gli operatori semplici; tra gli operatori, siamo in minima parte italiani, e in maggioranza ex ospiti dei centri. In alcune situazioni si è creata una spiacevole spaccatura tra lavoratori: non percepiamo lo stipendio da mesi, e, nella malsana logica di una guerra tra poveri, alcuni degli operatori africani accusano i colleghi italiani di non capire la loro situazione, vuoi perché i locali hanno una casa di proprietà, vuoi perché hanno una famiglia che li sostiene. In tali situazioni unirsi e far causa comune è molto difficile.

Qual è il vostro contratto di lavoro di riferimento? Forse quello nazionale delle cooperative sociali?

Si. Ma viene rigorosamente NON rispettato.

Quindi, se non si fa sciopero, quali altre azioni possono essere possibili?

Nel momento in cui ALA era al culmine del suo successo e radicamento tra i lavoratori del settore, a fare uno sciopero ci siamo quasi arrivati. Fu tre anni fa, poi la cosa non ebbe seguito. Per tutti i motivi che abbiamo prima esposto. ALA è nata proprio per questo, per conferire visibilità alla figura dell’operatore, che risulta schiacciata tra le cooperative (un mondo infame) e il ricatto rappresentato dagli ospiti e le loro condizioni. Da una parte chi arriva a fare questo lavoro lo fa sull’onda delle proprie motivazioni, dall’altra cozziamo contro un muro, rappresentato dal sistema delle cooperative, che non ti permette di fare niente.
Il famoso termine burn-out incarna una problematica che molti di noi vivono quotidianamente; a chi si sente schiacciato tra responsabilità ed esigenza dell’utenza, talvolta viene proposto di svolgere mansioni meno usuranti e a contatto con i vertici delle cooperative, ma molto spesso l’operatore posto innanzi a tale alternativa rifiuta, non tollerando di vivere e lavorare a contatto con i responsabili di un sistema aberrante, con il risultato che molti di noi prima o poi danno le dimissioni e abbandonano questo lavoro. Vedere che né il proprio lavoro, né gli ospiti hanno un futuro ti manda fuori di testa: abbiamo visto persone, i nostri colleghi, dis-umanizzarsi, diventare di ghiaccio, totalmente anaffettivi. C’è un doppio binario su cui viaggiano le motivazioni di un operatore: da una parte la vocazione, encomiabile ma sbagliata, che prima o poi ti porta a distruggerti, a non avere più una tua vita; allo stesso tempo, mentre non riesci a dare a te stesso una vita soddisfacente, non riesci nemmeno a dare prospettive di vita soddisfacente alle persone al cui servizio lavori. Una situazione che può essere tragica, e spingere l’operatore a dare le dimissioni e ad affrontare la disoccupazione, anche nel lungo periodo, visto che le opportunità di lavoro sono scarse per tutti e tutte. ALA è nata per conferire centralità alla figura dell’operatore, per fare comprendere che la figura dell’operatore rappresenta un pilastro di tutto il sistema dell’accoglienza. E’ impensabile che chi è portatore di un grave disagio come il burn-out o cui non venga pagato lo stipendio, possa occuparsi di persone portatrici di un disagio ancor più grande come gli ospiti dei centri di accoglienza, come i migranti che prima di approdare nel nostro paese hanno attraversato la Libia e il mare: pretendere ciò è pura follia. Al di là delle specifiche figure professionali che lo animano, il nostro è un lavoro basato principalmente sulla relazione. La relazione si costruisce sull’incontro, e come faccio a incontrarti se mi manca di che mantenere i miei figli, di pagare l’affitto di casa, di riparare un’aut? Noi operatori sociali al massimo siamo avvantaggiati per il fatto di pagare l’abbonamento annuale dei mezzi pubblici a prezzo scontato.
Il burn-out, poi, è una sindrome che la medicina sociale del lavoro non ha ancora ben isolato nell’ambito di studi e ricerche. Sappiamo però che le categorie professionali più esposte al rischio di burn-out sono proprio quelle socio-sanitarie, ovvero persone che vengono a contatto con le persone. D’altra parte, sono anni che dagli operatori sociali si richiede invano il riconoscimento come lavoro usurante quello nel sociale, in cui si viene a contatto con la sofferenza altrui e con se stessi, e su se stessi si deve lavorare, costruendo un equilibrio assai delicato e assai arduo da raggiungere. E a tale scopo i lavoratori dovrebbero essere supportati all’interno di percorsi di supervisione da parte di figure professionali specifiche, che spesso mancano. Spesso quindi gli operatori si ritrovano isolati, ognuno a confrontarsi con la propria dinamica, avendo comunque in comune una doppia situazione assai dolorosa: da una parte il non essere messi in condizione di svolgere il loro lavoro in modo adeguato alle esigenze degli ospiti, dall’altra il loro non essere adeguatamente riconosciuti, supportati, retribuiti. E le questioni strettamente professionali non rappresentano l’unica ragion d’essere del lavoratore di questo settore: c’è anche un aspetto nettamente sociale, attinente alle motivazioni che ci spingono ad operare in questo settore, motivazioni volte all’aspettativa di vedere una società diversa da quella che determina le condizioni delle persone di cui ci occupiamo. Per tale ordine di motivi spesso per un operatore è molto frustrante vedere il risultato del proprio lavoro sgretolarsi a causa di errori o leggerezze commessi altrove.
Proprio in ragione della forte sperequazione tra lavoratori e lavoratrici che svolgono le mansioni di operatore sociale, ci sono anche nostri colleghi che, per non svalutare la propria professionalità, arrivano a rifiutare lavori in cui la supervisione da parte di uno psicologo non sia prevista, anche se ciò comporta spesso che le ore corrispondenti a tali incontri, così necessari ai fini del corretto svolgimento del lavoro, non sonoretribuite. Dobbiamo opporci ogni giorno ai tentativi di svilimento del nostro lavoro: c’è chi, avendo richiesto informazioni in sede di colloquio di lavoro, a proposito della supervisione, si sente rispondere che tale percorso non è necessario, non serve a nulla, giacché a tale scopo bastano le riunioni di équipe.mentre invece la supervisione, se ben svolta, ha anche lo scopo di sottrarre l’operatore a una condizione di isolamento che, paradossalmente, i lavoratori del sociale vivono spesso: ad esempio quando si è soli in turno, o sotto organico, perché magari mancano le risorse perché l’operatore sia affiancato da un collega, con conseguente difficoltà a svolgere il lavoro nei termini previsti per legge. A volte la difficoltà degli operatori di solidarizzare, di sentire proprie le ragioni dei colleghi, dei singoli operatori di pretendere il rispetto della loro professionalità, nasce dal modo in cui gli enti per cui si lavora sono strutturati: anche le cooperative di vecchio stampo, che serbano in sé lo spirito che animò per generazioni il vecchio movimento cooperativo italiano, possono essere fautrici di dinamiche scorrette: in queste cooperative ci si sente avvolti da uno spirito di solidarietà interna, di grande famiglia: che in realtà può svilire la professionalità di chi ci lavora, che si è formato per essere un professionista del settore, e non un ingranaggio di una comunità ristretta, in cui le mansioni svolte possono ridursi a riferirsi non alle esigenze reali del lavoro, ma a un bisogno di appartenenza. Se, poi, guardiamo a come in questo mondo si pretende dalle donne che vi lavorano quel quid di senso materno (anche da lavoratrici che non hanno alcuna intenzione di far figli e di farsi una famiglia), si comprende quanto in questo settore l’aspetto motivazionale è spesso indebitamente presunto. Invece) crediamo che una persona che lavori in questo settore non debba in alcun modo essere vagliata per le sue qualità personali, vere, presunte, pretese, ma riconosciuta e retribuita per ciò che è in grado di fare nell’ambito della sua professione. Tra l’altro, certe pretese che chi lavori, ad esempio, ogni giorno con minori – a volte in condizioni che abbiamo descritto, con un rapporto numerico tra operatori e ospiti assai problematico - sia propensa o propenso a farsi una famiglia, in fondo fa un po’ sorridere: si pretende ciò, mentre si mette l’operatrice o l’operatore in una situazione in cui prendersi cura di una famiglia propria è pressoché impossibile.
Inoltre, ciò che nel nostro lavoro si arriva (, di fatto a “pretendere” è una attenzione al luogo in cui si opera e alle persone ospiti, che si colloca molto oltre le orari e mansioni prestabilite: chi di noi si limitasse a farsi le sue sei ore di servizio per poi tornarsene a casa, tralascerebbe un lavoro “in più” (mettere in ordine il Centro, ad esempio) che poi ricadrebbe sui colleghi o sugli ospiti: è impossibile lavorare con le persone e liberarsi del tutto di tale “etica del lavoro”. E si può arrivare al punto di sovraccaricarsi di lavoro e a svolgere sette turni di lavoro senza interruzioni, magari per coprire le assenze dei colleghi, e a reagire in modo scomposto alle contrarietà, ad accumulare stress e nervosismo…
Tra le problematiche foriere di tensioni e malessere tra gli operatori dobbiamo annoverare anche il fatto che i nostri contratti sono estremamente parcelizzati; in alcuni casi le clausole dei contratti suddetti vengono rispettate relativamente alla retribuzione delle ore diurne, ma al tempo stesso gli straordinari e le ore notturne non sono riconosciuti né retribuiti come tali e come da quanto prescritto dai contratti di lavoro stessi. Questo costringe il lavoratore a lavorare ore in più, senza che esse siano riconosciute come straordinarie (che per farlo mancano i fondi), o a cercarsi un secondo lavoro in un altro servizio. In entrambi i casi la conseguenza è un forte aumento delle tasse sui propri introiti, non certo così ricchi. Siamo qui in presenza un circolo vizioso: la cooperativa, non potendo usufruire come in passato di sgravi fiscali o di altre condizioni favorevoli, firma molti mini-contratti, non riesce a mantenere il lavoratore nel servizio per il quale è formato, quindi lo sposta in un altro servizio per cui l’operatore non ha qualifiche sufficienti, e la sua professionalità risulta così svilita da tale dinamica: viene in tal modo richiesta un'estrema flessibilità, al punto che può persino accadere che a un operatore consumato dal burnout si proponga di lavorare in ufficio, nell’amministrazione.

Abbiamo dunque analizzato i vari “fuochi” sui quali è “cotto” un operatore: il burn-out, i problemi legati ai pagamenti e ai ritardi degli stessi, del rispetto delle professionalità, dei problemi) con l’utenza, del rapporto con le cooperative, del rapporto ambiguo tra ambito delle proprie motivazioni e la pretesa che queste portino chi svolge questo lavoro a dare quel di più, quasi dato per scontato. A tali storici disagi che chi lavora nel sociale deve affrontare ogni giorno, si aggiunge un problema ulteriore, contestuale alla situazione attuale dell’Italia, del mondo di oggi e anche dei media: il fatto innegabile che i lavoratori e le lavoratrici impegnati nel settore specifico dell’accoglienza non godono affatto di buona stampa. Vi sarà sicuramente accaduto di interagire con persone che fanno propri alcuni degli stereotipi di un'opinione pubblica costruita e montata ad arte contro chi svolge il vostro lavoro. Ce ne potete parlare?
Si, ci può capitare di essere guardati e descritti come se fossimo i Buzzi di Mafia Capitale, mentre di tale sistema, dello schifo che ha rappresentato e che il sistema rappresenta ancora noi siamo le vittime, siamo sfruttati dai Buzzi di turno e persino denigrati per il lavoro che facciamo.... Noi facciamo il nostro lavoro, al meglio delle nostre possibilità. Il sistema in cui ci troviamo ad operare è quello che è, e non possiamo farci molto: prima che scoppiasse lo scandalo di Mafia Capitale molti di noi tale sistema già lo denunciavano, inascoltati, e ad alcuni le denunce dei meccanismi su cui tale sistema si reggeva sono anche costate il posto di lavoro. Noi operatori e gli ospiti con cui lavoriamo, dei Buzzi siamo stati le vittime. Quindi non abbiamo nulla di cui vergognarci, e possiamo replicare a certe affermazioni nei nostri confronti a testa alta, e riteniamo che sia nostro diritto essere riconosciuti e retribuiti il giusto, anche perché chi svolge questo lavoro , a contatto con grandi sofferenze, con gente che spesso è fuggita dalle guerre, si è formato adeguatamente per svolgere un lavoro assai difficile e delicato. Un operatore di un Centro si occupa della colazione, fa il giro delle stanze, si occupa degli “accompagnamenti”, se ha competenze specifiche esercita le mansioni di “accompagnatore legale”… Ma più che le conseguenze di casi clamorosi come quelli di Mafia Capitale sulla “cattiva stampa” che affligge il nostro lavoro, ciò che ci preoccupa è il clima di razzismo montante nel paese, della ridondanza e diffusione di un linguaggio xenofobo e fortemente escludente di un altro che spesso proviene dalle coste libiche, da distanze relativamente brevi dalle nostre coste. Il primo Decreto Salvini, oltre alle conseguenze pesantissime sulla vita dei migranti, mette a rischio oltre quarantamila posti di lavoro tra i lavoratori dell’accoglienza: si fa un gran parlare in termini di prima gli italiani, ma tra coloro che perderanno il lavoro gli italiani sono molti. A noi non interessa di certo che chi perde il lavoro sia italiano, o afghano, o siriano, ma vedete bene come il lavoro nel nostro settore, come nel sociale in generale, sia trattato alla stregua di un surplus, di qualcosa di superfluo di cui si può fare facilmente a meno. Invece non è così: se, statistiche alla mano, i centri di accoglienza in Italia non sono esplosi, non hanno visto deflagrare le rivolte e gli atti di violenza, ciò si deve al fatto che i lavoratori dell’accoglienza, misconosciuti, vessati, mal retribuiti quando non pagati, il loro lavoro lo hanno saputo svolgere: non c’è altra spiegazione possibile. In tutti i centri in cui abbiamo lavorato, in condizioni anche molto differenti l’una dall’altra, spesso di affollamento, abbiamo notato che anche la relazione tra gli ospiti e l’operatore non formato ha un peso determinante in tal senso. Una volta eliminate le figure degli operatori, si saranno innescate delle vere e proprie bombe. E tutte e tutti noi crediamo che il disegno politico di questo governo sia proprio quello di far scoppiare tali bombe.

Ci avviamo alla conclusione, e questa vostra ultima osservazione introduce in modo ideale il tema della prossima domanda: quali cambiamenti avete notato, sia nelle condizioni di voi lavoratori e lavoratrici, sia in quelle dei migranti, prima e dopo i Decreti Salvini?

Precisiamo che ALA è nata prima di questi Decreti, e ciò indica come già in una fase precedente ci fosse una situazione drammaticamente insostenibile: i Decreti quindi la goccia che fa traboccare il vaso: ci auguriamo che lo scenario che si aprirà nel prossimo futuro sia più la “goccia” che la “mazzata”; nel senso che, se le persone che lavorano in questo settore saranno sufficientemente coraggiose, sapranno cogliere l’occasione del peggioramento netto delle loro condizioni e di quelle dei migranti per attivarsi e lottare. In particolare il primo dei due Decreti andrà a ledere ulteriormente i diritti non solo dei migranti ma anche dei lavoratori, e taglierà molti dei loro posti di lavoro, a cominciare dalle figure professionali più qualificate, come gli psicologi, gli insegnanti di lingua italiana, gli assistenti sociali, gli operatori legali: questi ultimi, anche qualora non vengano licenziati, vedranno ridursi drammaticamente gli orari in cui dovranno occuparsi di pratiche burocratiche assai complesse, che prevedono, ad esempio, molti accompagni del richiedente asilo fino a giungere alla data fissata per l’udienza presso la commissione territoriale. I centri di accoglienza diverranno qualcosa di simile, se non a un carcere, a un parcheggio per esseri umani, in cui gli operatori saranno chiamati a fare i secondini per evitare che gli ospiti litighino e vengano alle mani: sarà il lavoro di relazione ad essere completamente eliminato. I centri saranno sempre più grandi, e le relazioni tra ospiti e operatori assai sporadiche, con conseguente impossibilità di intercettare le criticità e vulnerabilità degli ospiti, persone anche portatrici di gravi patologie, che saranno buttate in mezzo alla strada.
Salterà completamente il secondo livello di accoglienza, quello funzionale all'integrazione: il CAS rappresenta il livello-base, votato ad attività assistenziali. A tutt’oggi l’ospite resta nel CAS fin quando non ha completato il suo iter per il riconoscimento del suo status a titolo definitivo (e, invero, c’è gente che vi è rimasta anche tre-quattro anni). Nel CAS si assiste l’ospite, si provvede alla sua alfabetizzazione e alla cura delle pratiche burocratiche e legali; qualora l’ospite incorra in un rigetto della domanda, deve presentare ricorso, e attendere i tempi della relativa udienza, i quali dipendono dal funzionamento della burocrazia (e sappiamo quanto questo in generale generi disagi; possiamo quindi immaginare quali conseguenze abbia su soggetti particolarmente fragili:.verranno spostate, deportate in luoghi del paese anche assai distanti da quelli in cui hanno intrapreso un percorso di integrazione.
Per molte di queste persone la vecchia protezione umanitaria scadrà nel 2020; se lo status di beneficiario di tale protezione, della durata di due anni, non viene convertito immediatamente in quello di protezione speciale, con conseguente accesso a permesso di lavoro o di studio, tirocini e formazione, il richiedente può al massimo aspirare alla concessione di una ulteriore “speciale”, della durata di un anno, ma rigorosamente “non convertibile”, e si ritrova privo del permesso di soggiorno.
Questo Decreto, quindi andrà a incrementare esattamente il fenomeno che pretende di combattere: produrrà “clandestini” (anche a fronte del fatto che di “rimpatri” non se ne fanno più, stante il costo insostenibile degli stessi), relegando in condizione di clandestinità e “irregolarità” persone che da anni sono “regolari” in questo paese, dopo aver affrontato iter burocratici di sei-sette anni…Il caos organizzativo che il Decreto ha generato, poi, ha gettato nella più totale confusione quelli di noi che lavorano presso gli sportelli informativi: al momento del varo del Decreto, neanche gli avvocati erano in grado di comprenderne le conseguenze pratiche. Molti ospiti, negli anni in cui avevano atteso il rilascio di un titolo, di un documento, avevano conseguito un grado notevole di integrazione, frequentando le scuole o lavorando, per poi apprendere che, da un giorno all’altro, sarebbero stati trasferiti in una città o in una regione assai distanti: in alcuni casi, gli operatori hanno fatto il possibile per trattenere quelli di loro che avevano già un contratto di lavoro, onde evitare loro la perdita del posto di lavoro. Le conseguenze più nefaste di questo Decreto saranno principalmente due: lo sradicamento di persone, relegate in condizione di irregolarità o obbligate a trasferirsi in luoghi lontani, di cui magari ignorano la geografia, e lo sradicamento di risorse tra gli operatori: molti di noi lavorano già sapendo che il loro lavoro presto non ci sarà più, nella speranza di operare in modo che gli ospiti di cui ci occupiamo oggi vivranno, quando non ci saremo più, una condizione migliore.

Avete parlato di quarantamila posti di lavoro che salteranno: una cifra enorme… Così come del fatto che tutto il sistema di protezione salterà anch’esso. Avete in programma momenti di mobilitazione, o di partecipazione a mobilitazioni più ampie? I cortei che si sono susseguiti a Roma e in altre città, a partire da quello, partecipatissimo, del 10 novembre 2019, hanno reso evidente un dissenso non circoscritto verso i provvedimenti in questione...

Riscontriamo nella società difficoltà assai simili a quelle che si verificano nei nostri ambiti di lavoro: in primis, quella di socializzare il nostro disagio, le condizioni in cui operiamo, operando il passaggio dalla singola vertenza individuale al pensarsi in termini di collettività. Può capitare che il collega iscritto a un sindacato sia malvisto dai propri colleghi, molti non confidano nei grandi sindacati, altri optano per i più piccoli sindacati conflittuali, altri ancora in passato hanno ipotizzato di costituire un sindacato autonomo di lavoratori del nostro settore. Negli anni passati, ai tempi in cui ALA riscuoteva i suoi maggiori successi tra gli operatori, siamo stati in piazza con i nostri striscioni. Ora siamo in una fase di riflusso, e sottoposti, oltre che alle normali vessazioni, alla prospettiva della perdita dei nostri posti di lavoro. In tale fase confidiamo, anche, sull’impatto che questa intervista potrà avere tra i lettori e un pubblico che, anche se sensibile ai temi di cui ci occupiamo, non conosce dall’interno le dinamiche del nostro lavoro e tutto ciò che esso rappresenta e significa. Le cooperative per cui lavoriamo non funzionano in modo molto diverso da come operavano negli anni ’70 - ’80: lavorando con i bandi, su progetti di due-tre anni, espongono i dipendenti alle condizioni di una totale precarietà. E’ assai difficile pensare a percorsi di mobilitazione che coinvolgano lavoratori e lavoratrici ben consci che nel breve periodo il loro lavoro non ce) lo avranno più. E tra coloro che sperano di vedere i propri contratti rinnovati, è altrettanto arduo sottrarsi al ricatto occupazionale, alla eventualità di ritorsioni da parte dei vertici delle cooperative, qualora si oppongano alle logiche che determinano le loro condizioni di sfruttamento e di precarietà: e ciò, ci pare, accomuna tutti i lavoratori e le lavoratrici della attuale generazione, in tutti i settori. Al netto delle condizioni oggettivamente drammatiche in cui versa il lavoro nell’accoglienza, riteniamo che l’intero lavoro nel sociale debba essere totalmente ripensato, valorizzato, riconosciuto, come se fosse un lavoro. Gli operatori dovrebbero essere i primi a pensarsi come portatori di una professionalità e della dignità che ne consegue. Uno dei punti su cui abbiamo più insistito al momento in cui si è costituita ALA è proprio questo: il riconoscersi come lavoratori portatori di una professionalità con alle spalle un percorso di formazione permetterebbe a chi lavora in questo settore di porsi in un certo modo davanti al datore di lavoro; il fatto increscioso che il lavoratore del sociale, segnatamente nell’accoglienza, sia spesso un soggetto privo di una identità professionale definita , spinto ad esercitare certe mansioni perché magari privo di alternative, o, al contrario dalle proprie motivazioni o dal proprio “attivismo”, rende assai più difficile opporsi al datore di lavoro o fare gruppocon i propri colleghi, come invece sarebbe possibile a lavoratori consci della propria dignità professionnale. Accettare di svolgere questo lavoro in condizioni che negano o misconoscono la professionalità dell’operatore, è atto che genera rischi molteplici: quello della perdita di identità per il lavoratore, anche a fronte di un lavoro che è fortemente deprivante di energie e identità di suo (vedi ciò che abbiamo accennato parlando del burn-out), e che depriva anche le persone cui rivolgiamo i nostri sforzi, gli ospiti, di quella capacità di relazione che solo un operatore che operi nel pieno rispetto della sua identità di professionista può offrire. Un lavoratore meno dotato di senso di dignità della propria professione è anche privo degli strumenti necessari per affrontare un altro problema: quello del rapporto con altri soggetti che operano in altri servizi collegati a quello in cui opera, stante la logica della concorrenza che anima questo mondo. Tale, infatti, è lo scenario: a fronte di una situazione che vede il proliferare di narrazioni orrende dell’altro, del migrante, del rifugiato, le varie strutture e i lavoratori che operano a contatto con i soggetti più deboli non si parlano. Si creano qui delle isole, in cui pare che persone che lavorano nello stesso settore svolgano lavori differenti, con effetti devastanti sulla possibilità di condivisione del lavoro stesso e del suo senso.

Leonardo Donghi

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