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Truppe USA

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(22 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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(22 Gennaio 2020)

Editoriale del n. 85 di Alternativa di Classe

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Il generale Haftar

L'attacco militare, da parte del colosso americano, all'Iran, che ha diffuso a livello di massa i timori di un imminente conflitto generalizzato, va, come ogni evento in campo internazionale, adeguatamente contestualizzato sul piano politico, del quale quello militare è solo la “continuazione con altri mezzi”. E ciò che caratterizza l'attuale fase di sviluppo dello scontro interimperialistico nel mondo è il configurarsi di un passaggio da un obbligato multipolarismo dopo la caduta dell'URSS ad una nuova bipolarizzazione, questa volta fra USA e Cina.
Durante la “guerra dei dazi”, preceduta dal solito battage USA di dichiarazioni e minacce roboanti, e concretamente avviata nel Marzo '18 dagli stessi USA con la decisione di dazi per 60 miliardi di dollari su di un migliaio di prodotti importati dalla Cina, si è evidenziata, fra l'altro, la corsa alla supremazia tecnologica sui sistemi di quinta generazione (il cosiddetto 5G) e l'hi-tech, che il progetto “Made in China 2025” non fa mistero di traguardare, preoccupando non poco gli USA. Lo scontro fra i due maggiori imperialismi, comunque, è ormai “a tutto campo” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 77 a pag. 2).
Nonostante tutto, dal mese scorso, con la sospensione dei nuovi dazi americani annunciati, si è iniziato a parlare di “accordo”. In realtà, al massimo si tratta di una “tregua”, oggi necessaria sia per la Cina, a causa della crisi di Hong Kong e della imbarazzante diffusione, a livello di opinione pubblica mondiale, delle cosiddette “XinJiang Papers” sulla repressione in atto in tale strategica regione, che per gli USA, a causa della procedura di impeachment del Presidente D. Trump, il cui avvio è ormai in stato avanzato. Ad entrambi i contendenti, cioè, in questo momento serve che si parli della novità dell'inizio della cosiddetta “Fase 1” dell'accordo sui dazi, sancito poi nella firma a conclusione dell'incontro tra USA e Cina di Giovedì 15.
Già dall'inizio dell'anno scorso la Russia aveva seguito gli USA nella sospensione del Trattato anti-missili, firmato nel 1987 da R. Reagan e M. Gorbaciov, ed immediatamente D. Trump aveva chiamato i propri alleati a convergere sulle sanzioni all'Iran (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 77 a pag. 2). Da sempre, infatti, gli USA ostacolano l'uso della tecnologia nucleare da parte dell'Iran, che, a loro dire, starebbe contravvenendo agli Accordi di Vienna del 14 Luglio 2015, il “Piano d'Azione Congiunto Globale (JCPOA)”, mirante a contenerne le possibilità di un suo uso in campo militare. Anche se sono stati proprio gli USA ad uscire anche da tale Accordo nel Maggio '18.
La situazione dell'Iraq, nell'ambito di un Medio Oriente ancora attraversato da tensioni di varia natura, non ha mai trovato pace dal 2005 in poi, dopo le “guerre del Golfo”. Divenuto formalmente una repubblica parlamentare, vede oggi al governo una coalizione, dove la forza prevalente è sciita e vicina al vertice iraniano. Nonostante ciò, la crisi economica è divenuta endemica e si sono susseguite mobilitazioni e rivolte, anche da parte di forze non confessionali, che hanno cominciato ad esprimere livelli di massa, individuando un doppio nemico, sia negli USA, che nell'Islam politico, pure se, in questo momento, in antitesi tra loro.
In tale contesto, dopo alcune tensioni popolari verso l'ambasciata americana in Iraq, si è verificata Venerdì 3 Gennaio una vera e propria azione di guerra degli USA, che hanno bombardato la capitale, Baghdad, in particolare uccidendo con un drone, insieme ad altre nove persone, il Generale iraniano Q. Soleimani, potente esponente della Guardia della Rivoluzione islamica, non senza definirlo “terrorista”, ed attribuendo a tale azione caratteri “dissuasori”. In realtà, l'esponente dei “pasdaran” aveva avuto, tra l'altro, un ruolo di primo piano proprio nella repressione di tutti i tipi di proteste in Iraq e negli altri Paesi sotto influenza iraniana.
La risposta dell'Iran agli USA è stata immediata, e a tutti i livelli. Il Ministro degli Esteri, J. Zarif, ha promesso un rafforzamento delle “resistenze” di Teheran, mentre l'ayatollah A. Khamenei in persona si è spinto a promettere “vendetta”. Si è registrato, infatti, il giorno dopo un attacco cibernetico contro siti web strategici USA. Subito dopo è partita anche l'Operazione militare “Soleimani martire”, con decine di missili iraniani contro alcune delle basi USA che circondano il Paese, in questo caso, verso Al-Asad ed Erbil, sempre in Iraq. Tale operazione avrebbe prodotto un numero imprecisato di morti, dell'ordine delle decine, peraltro negati da Washington. Poi ancora i missili su Baghdad, privi, invece, a detta di tutti, di conseguenze.
Pochi giorni prima dell'intervento, l'Iran aveva effettuato esercitazioni navali militari congiunte con Russia e Cina nel Golfo di Oman, mentre Putin, dopo i raid USA, si era recato improvvisamente a Damasco per colloqui con il Presidente siriano Assad. Dal canto loro, gli USA hanno programmato l'invio di altri 10mila militari in Iraq, nonostante fosse stata precedentemente decisa una smilitarizzazione nell'area.
Pur lasciandosi aperta ogni strada, gli USA di Trump hanno diretto l'iniziativa verso la polemica nei confronti del nucleare iraniano e sulle relative sanzioni, lasciando risalire le quotazioni delle borse dopo il crollo legato allo shock del raid anti-Soleimani. A raffreddare gli accenti sulla crisi è stato anche l'episodio dell'abbattimento iraniano del “Boeing 737” ucraino in circostanze da accertare, ma dichiarato come avvenuto “per errore” Martedì 7, essendo stato scambiato per aereo militare. Il governo iraniano si è, così, scusato con i parenti delle 176 vittime, avvisando che saranno perseguiti per via giudiziaria i responsabili dell'eccidio.
La verità è che in questo momento entrambi i contendenti hanno i loro problemi interni, ed a nessuno dei due serve nell'immediato di proseguire l'escalation militare. In particolare la scadenza del 15 Gennaio per l'accordo sui dazi con la Cina era già fissata da tempo, e non vi si poteva di certo arrivare, da parte USA, con una guerra aperta in atto! Mercoledì 15 si è potuta così svolgere a Washington la cerimonia del programmato incontro tra il Presidente D. Trump ed il Vicepresidente cinese Liu He, sancendo la “Fase 1 dell'accordo commerciale”, cui a breve dovrebbero seguire colloqui per l'avvio di una “Fase 2”.
Si tratta di un accordo insolitamente particolareggiato per gli USA, abituati a lasciare molto più spazio all'iniziativa privata sui mercati, e forse anche questo fatto lavora, in ultima analisi, a favore della Cina, anche se si è impegnata ad importazioni massicce e, perciò, impegnative. Il testo consta di 86 pagine, ma non è stato reso noto. Oltre alla collaborazione decisa in relazione ad eventuali prossime svalutazioni monetarie e ad altri impegni generici, appare certo, comunque, che il primo effetto sarà una riduzione, stimata al 8,5%, del surplus commerciale della Cina sugli USA.
Per quanto riguarda le importazioni cinesi dagli USA, esse ammonteranno a circa 200 miliardi in due anni, comprendendo 80 mld di prodotti manifatturieri (autovetture, apparecchi elettromedicali, aerei e semiconduttori), 50 mld nel settore energetico (petrolio greggio, lng, gpl e materie prime petrolifere), 32 mld nel settore agroalimentare (carni suine ed avicole, soia, grano, mais, riso e frutta soprattutto), cui Trump tiene per motivi elettorali, e 40 mld nei servizi, finanziari in primo luogo.
Per quanto riguarda, invece, le importazioni americane dalla Cina, le agevolazioni riguarderebbero soprattutto i dazi. Non vi saranno quelli nuovi, ma già previsti, su 162 mld di prodotti, e saranno dimezzati quelli del 15% in atto su altri 120 mld, mentre per ora quelli del 25% su altri 250 mld di dollari resterebbero invariati. Restano, comunque, fuori dal “patto epocale”, come lo ha definito Trump, la questione Huawei sulle reti 5G e la questione dei sussidi di Stato alle industrie cinesi, che dovrebbero essere affrontate nella “Fase 2”.
Con questo Accordo, Trump ha ottenuto qualche maggiore apertura sull'immenso mercato cinese ed il plauso di Wall Street. Spera per sé che la popolarità procuratagli da esso, insieme ad un prossimo incontro annunciato con Xi Jinping in Cina, riesca ad oscurare i nefasti effetti della avviata procedura di impeachment. In ogni caso, prima delle elezioni USA del prossimo novembre non dovrebbe concretizzarsi la “Fase 2”, mentre trimestralmente verranno “monitorati” i provvedimenti approvati, con la possibilità prevista per gli USA di reintrodurre dazi in caso di inadempienze cinesi. E fra 6 mesi ci sarà anche il punto sulla situazione della bilancia commerciale.
Dal canto suo, la Cina ha potuto permettersi questo accordo, dato che, nonostante i dazi USA, o forse proprio per essi, è riuscita nel 2019 a migliorare la propria bilancia commerciale, grazie ad una riduzione delle importazioni del 2,8%, con l'ampliamento del mercato interno, e, soprattutto, grazie ad un aumento delle esportazioni verso UE, ASEAN ed America latina, in particolare verso i Paesi della “Nuova Via della Seta” (la B.R.I.), piuttosto che verso gli USA. In particolare la Cina è divenuto il primo partner commerciale di ben 25 Paesi coinvolti nella B.R.I.
Oltre ai contraccolpi che deriveranno alle economie della UE dal nuovo accordo tra USA e Cina, visto anche che prodotti agroalimentari USA andranno a sostituire quelli UE in Cina, gli USA, mentre firmavano con la Cina, decidevano anche di dare corso alla autorizzazione, già ottenuta dal WTO, per nuovi dazi ai Paesi UE entro questo mese. I Paesi europei nel mirino americano sono, oltre alla Germania, concorrenziale per le automobili, Francia, Italia ed Austria, che hanno approvato di recente una “digital tax”, che andrebbe a colpire le multinazionali del web “made in USA”, semplicemente tassandone gli introiti.
Contemporaneamente ad una “tre giorni” del Commissario UE, P. Hogan, a Washington sulla questione dazi, iniziata Martedì 14, Francia, Germania e Gran Bretagna, che pure avevano preso le distanze dal raid USA, hanno minacciato di uscire anch'esse dal Trattato JPCOA del 2015 sul nucleare con l'Iran, viste anche le dichiarazioni del Governo iraniano seguite all'uccisione di Soleimani, che ne rivendicavano un uso anche a scopo bellico.
Qualche giorno prima, dopo grosse manifestazioni di massa a Teheran in occasione dell'eccidio, rivoltesi poi contro la dittatura della “Repubblica Islamica”, il regime aveva temporaneamente incarcerato l'ambasciatore britannico con l'accusa di avervi partecipato; voleva dare ad intendere che l'agitazione stessa fosse derivata da un sabotaggio occidentale. Lo stesso Trump lodava poi i manifestanti, che, invece, in gran parte, si erano rivolti nei giorni precedenti anche contro gli USA...
Il forte e costante impegno degli USA contro l'Iran non dipende certo dal fatto in sé che si tratti di una “repubblica islamica”. Nella Storia non hanno mai esitato ad utilizzare l'islamismo a vantaggio dei propri interessi; basti qui ricordare il sostegno dato a suo tempo ai talebani in funzione anti-URSS, oppure allo stesso Bin Laden, definito poi come “nemico numero 1”... E non si tratta certo nemmeno di “difendere la democrazia”, dato che il loro storico sostegno a dittatori, ad esempio a quelli latinoamericani, è più che notorio...
Il vero problema degli USA con l'Iran è che la “Repubblica islamica” ha avuto “l'ardire” di trasformare già dal 2011 la Borsa aperta tre anni prima nell'Isola di Kish nella prima Borsa degli idrocarburi (petrolio e gas) che non si basava più sul dollaro come unità di scambio. Sono, infatti, diverse le monete con cui vi avvengono le transazioni, ed il dollaro non è certo la divisa prevalente! Vi sono anche yen, rial, rublo ed euro, con tutto quello che ciò sta comportando per il declino del dominio dei vecchi “petrodollari”... E proprio a Marzo '18, infatti, mentre gli USA avviavano la guerra dei dazi, la Cina aveva introdotto, con lo “Shanghai International Energy Exchange” il “petro-yuan” per l'accesso del petrolio al mercato cinese. E la Cina è oggi il primo importatore di oro nero del mondo...
In Agosto '19 anche la principale compagnia russa, la Rosneft, ha avvisato tutti i propri partner commerciali che da allora in poi i contratti petroliferi con essa non sarebbero più stati in dollari, ma in euro, lasciando solo ad USA e OPEC i “petrodollari”. Questo, dopo che la stessa Arabia Saudita l'anno scorso aveva minacciato gli USA di cominciare a sostituire anch'essa il dollaro con altre valute, viste le tentazioni USA di sottoporre ad antitrust anche la stessa OPEC, con la promulgazione del “NOPEC Bill”, la legge americana di Marzo '19 che rende indagabile anche l'OPEC. Un altro storico monopolio USA, quello dei petrodollari, in forte crisi.
Nel frattempo in Libia, nonostante l'intervento militare turco a sostegno di F. Al Serraj, il leader riconosciuto dall'ONU, l'offensiva del Generale K. Haftar, sostenuto da Francia e Russia, ha raggiunto i dintorni di Tripoli. Le sopravvenute complicazioni dello scenario hanno indotto, così, le potenze imperialiste ad aderire alla iniziativa tedesca della Conferenza di Berlino del 19 Gennaio, utile almeno per prolungare la tregua, avviata formalmente Domenica 12. In occasione del Vertice, Haftar ha “messo sul piatto” il suo “carico”: il blocco dell'uscita del petrolio dai terminal e dai porti libici. Ad impensierire i contendenti c'è poi il Memorandum di Intesa, firmato il 27 Novembre scorso da Al Serraj ed Erdogan, per le trivellazioni nel Mediterraneo, a fronte del concreto impegno turco di sostegno militare a Tripoli; la UE si è, ovviamente, “raffreddata” verso Al Serraj e l'Italia, che vede fortemente minacciata la sua ENI, ed aveva chiesto perfino l'intervento dei “caschi blu”.
La complessità della situazione geopolitica internazionale dei Paesi imperialisti e delle stesse potenze di area, come l'Iran, non può oscurare le strette connessioni fra le diverse economie capitalistiche, ma anzi ne è la conseguenza. Tutto quello che si muove sul piano politico dipende dallo scontro intercapitalistico, ed è il criterio della concorrenza la vera molla delle azioni degli Stati, a tutela dei rispettivi interessi economici, gli interessi delle rispettive elites borghesi, a scapito delle condizioni dei proletari che vivono nei rispettivi Paesi.
Nelle manifestazioni che si stanno susseguendo in Iraq, ma anche in Libano, in Algeria (oltre che in Sudan), e nello stesso Iran, peraltro spesso represse nel sangue, sta emergendo con il disagio sociale una matrice di classe, che gli imperialismi, le potenze di area e gli stessi Stati nazionali, non potendo tollerarla in quanto tale, stanno cercando di volgere contro il rispettivo avversario nello scontro intercapitalistico in atto oggi in Medio Oriente.
L'unica parte da prendere per i proletari che vivono in Italia ed in Europa è quella della solidarietà attiva a questi proletari in lotta, rifiutando ogni tentazione di appoggi spuri a singoli Stati, anche se presuntivamente “antimperialisti”. E la migliore solidarietà è l'opposizione di classe al capitalismo di casa propria, che si tratti di un Paese già direttamente imperialista oppure di un capitalismo dipendente (ovviamente da qualche imperialismo). E' urgente muoversi su questo piano!...

Alternativa di Classe

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