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L’epidemia condanna il capitalismo e ne annuncia la fine

Primi contributi giunti da tutto il partito

(9 Maggio 2020)

Da "Il Partito Comunista" n. 401 - maggio 2020

il partito comunista

Confindustria in guerra, a spese e contro gli operai

Alla fine ci sono arrivati. Dopo migliaia di morti provocati dalla pandemia il governo del borghese Stato italiano ha dovuto ammettere – e solo in linea di principio – l’impossibilità di perseguire, almeno nell’immediato, quello che, in ogni tempo, è il suo scopo: assicurare la valorizzazione del capitale attraverso l’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato.

L’alto tributo di vite perdute per la rapida diffusione del virus rende sempre più difficile giustificare il fatto che milioni di lavoratori debbano continuare ad andare al lavoro a rischio della vita per produrre merci del tutto inutili alla sopravvivenza e alla difesa sanitaria degli esseri umani. Così nella tarda serata di sabato 21 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha dovuto annunciare il blocco delle attività produttive non essenziali.

Il decreto però non consente solo le attività della filiera agro-alimentare e sanitaria come, in astratto, sarebbe stato ragionevole, ma si dilunga in un’articolata classificazione merceologica così ambigua, frastagliata e incompleta che di fatto consente un buon margine di decisione alle imprese, che faranno come loro conviene: quelle in sovrapproduzione o che non riescono a rifornirsi delle materie prime, metteranno “in libertà” gli operai, molte delle altre tireranno avanti... La produzione di armi, per esempio, non ha subito alcuna limitazione.

Ma, in sostanza, il governo ha dovuto adottare alcune misure in linea con quello che chiedevano i più combattivi fra i sindacati antagonisti, che hanno proclamato scioperi per fermare le produzioni non indispensabili.

La classe proletaria, in gran parte ancora inconsapevolmente, ha dimostrato di essere portatrice di un modo di produzione, il comunismo, che solo può difendere e salvare la vita degli uomini. Già si contrappone così a tutta la società capitalista e al suo Stato, che sono, oltre che in fallimento secondo i moduli delle loro leggi economiche, in piena decomposizione materiale e morale e che non si possono più presentare come interessati al perseguimento del “bene comune”.

Sono note le forti pressioni che ha subito il governo, al momento della introduzione della “zona rossa” a Bergamo e a Brescia, da parte della Confindustria per ritardare le limitazioni ai movimenti dei lavoratori affinché non vi fosse intralcio alcuno al proseguire delle attività produttive. Gli industriali hanno anteposto alla protezione e alla difesa della vita dei lavoratori la loro preoccupazione di non cedere terreno alla concorrenza dei capitalisti di altri paesi e di evitare l’interruzione delle loro esportazioni di manufatti. Muoiano pure i lavoratori, diffondano il morbo mortale fra la popolazione, purché viva il profitto.

Hanno temporaneamente abbandonato questa pretesa solo quando la produzione si è arrestata negli altri paesi le cui filiere produttive sono integrate con quelle italiane.

Anche altrove la produzione si è fermata sulla spinta delle lotte operaie: come nello stabilimento FCA di Windsor nel lontano Stato canadese dell’Ontario dove gli operai hanno smesso di produrre automobili come i loro fratelli di classe di Melfi.

Significativa l’intervista rilasciata dal presidente della Confindustria al quotidiano “La Stampa” il 21 marzo. Alla domanda se si sarebbe atteso la virulenza con cui la pandemia ha flagellato il Bergamasco, il capo degli industriali ha risposto: «Dicono che le aziende non hanno chiuso anche grazie alla nostra pressione. Non ci aspettavamo un’epidemia del genere. Ma noi non siamo virologi, non è il nostro mestiere. Abbiamo sottovalutato la situazione? Può darsi. I problemi ora mi paiono altri». Chiarissimo: “loro non sono virologi”, sono borghesi, e il “loro mestiere” è far profitti, senza o con il virus; solo questo è “il loro problema”!

Continua il nostro padrone: «La Lombardia è il cuore pulsante dell’economia italiana. Se finora le aziende sono rimaste aperte è stato per evitare di rimanere tagliate fuori da filiere importantissime della manifattura mondiale. Ora siamo entrati in una fase nuova: l’emergenza è continentale». Confessione aperta e completa: noi borghesia italiana siamo in guerra contro le aziende di mezza Europa; le nostre truppe e carne da macello sono gli operai; finché i nostri concorrenti non disarmeranno noi non chiuderemo le fabbriche.

Il capo di Confindustria ha anche inviato una lettera a Conte per chiedere di “mitigare” il blocco delle produzioni e assicurare le attività non essenziali ma “funzionali alla continuità di quelle essenziali”, oltre che “per ragioni tecniche”. Tecnicamente, per la tecnica del capitale, tutto è “essenziale”! Si richiedeva inoltre la semplificazione dei permessi per continuare a produrre: è il padrone a decidere se come e quando un operaio deve rischiare la vita.

Come in guerra le leggi del capitale restano in funzione, anche quando i governi adottano misure di “comunismo di guerra”, che possono anche entrare in conflitto con gli interessi immediati di singoli borghesi, ma al fine di salvare a più lungo termine il processo di accumulazione capitalistica, e con esso la società divisa in classi.


Basta una assicurazione!

Nel contesto dello stato di emergenza alcuni gruppi assicurativi hanno subito cominciato a proporre delle polizze per coprire il “rischio biologico” da contagio. Il Gruppo Generali sta offrendo ai privati la copertura della diaria giornaliera per i ricoveri, e ai capitalisti una indennità in caso di interruzione dell’attività produttiva. Nei confronti dei lavoratori, invece, in caso di contagio sono previsti consulti medici e altre spese, un indennizzo in caso di invalidità permanente e, nel caso dovessero sorgere le eventualità più “imprevedibili”, quali “le malattie infettive e la polmonite”, sono previsti dei premi di importo superiore.

Il Gruppo Generali non è certo mosso da altruismo, tanto che ha tenuto a precisare che «la copertura non è prestata per categorie di medici, personale infermieristico, professioni sanitarie e protezione civile». Insomma ai lavoratori in prima linea resta solo la copertura dell’INAIL, che ha equiparato il contagio a un infortunio sul lavoro.

Questi gruppi assicurativi hanno sottoscritto di gran contratti con i Fondi di assistenza integrativi, tanto voluti e sostenuti dai sindacati di regime. Questi servizi di welfare, quindi, differiscono a seconda dell’azienda e del CCNL di riferimento. Prendiamo il servizio stipulato con il fondo Metasalute (CCNL metalmeccanico) dove la generosità delle società assicuratrici e le premure dei sindacati di regime e padronali è veramente touchant: 30 € al giorno in caso di ricovero (per un massimo di 30 giorni), 500 € in caso di dimissioni da un reparto di terapia sub-intensiva e ben 1.000 € in caso di dimissioni da un reparto di terapia intensiva, sia da vivi sia da morti. Tanto vale la vita di un metalmeccanico!

Si tratta di una riproposizione di un vecchio tema caro al sindacalismo di regime: la “monetizzazione della nocività”. Appurata l’impossibilità di ridurre il rischio di contagio senza provocare fermi o rallentamenti produttivi, il padrone offre agli operai una contropartita economica. Negli anni Sessanta e Settanta in molte fabbriche i capitalisti, anziché spendere per rendere meno insicuro il lavoro, offrivano incentivi economici ai dipendenti. I lavoratori si mobilitarono allora per rifiutare gli incentivi ed imporre ai padroni il miglioramento degli ambienti e la riduzione dei rischi.

Un vero sindacato di classe si dovrebbe opporre fermamente alla alternativa o sicurezza o più salario e rivendicare l’una e l’altro. Oggi contro queste sporche manovre, volte a far rimanere o tornare al lavoro, si deve imporre la rivendicazione del salario di quarantena. La vita dei lavoratori non si baratta, né con una gratifica né con qualsivoglia premio assicurativo!


Il virus negli Usa

Anche negli Stati Uniti il capitale, senza volto e senza umanità, e privo di compassione per i malati, fa lavorare i proletari a rischio della loro vita. Per la maggior parte di questi infatti il rischio di perdere il lavoro e la paga è troppo grande per rifiutarsi di andare al lavoro.

Il governo solo cerca di alleviare il peso della pandemia. Poiché la legge sulle assenze per malattia approvata dal Partito Democratico copre solo un lavoratore su cinque, oggi è in corso di erogazione un reddito di base universale di 1.000 dollari a persona. Tuttavia è solo un altro effimero modo in cui il sistema capitalista cerca di adattarsi all’ennesima crisi. Un altro strumento ha introdotto a compenso dei ridotti salari una carta di credito da usare per la spesa, intrappolando le vittime del capitalismo in un’accumulazione di debiti che non finirà mai.

Dal 20 marzo in tre settimane il mercato azionario ha perso il 35% del suo valore. A confronto la Grande Depressione si innescò per un calo del 24,8%. Come allora lo Stato cercherà di salvare le aziende in fallimento, che hanno incautamente gonfiato le proprie azioni con capitale fittizio. Ma sono già 20 milioni i lavoratori licenziati, i versamenti per la pensione saranno annullati e, dopo aver passato tutta la vita a cercare di tirare avanti perderanno tutto. Chi si ammalerà non potrà permettersi le rate dell’assicurazione sanitaria privata, e non potrà nemmeno vedere un medico.

Questa la protezione dal morbo che offre il più potente Stato capitalista al mondo!


Le rivolte nelle carceri

Tra il 7 e il 9 marzo, mentre il coronavirus si diffondeva in Italia, in circa cinquanta penitenziari della penisola sono esplose violente proteste. Le limitazioni ai colloqui, la sospensione dei permessi e del regime di semilibertà, sommate alle preoccupazioni dei detenuti per un possibile contagio hanno fatto traboccare il vaso.

Mentre scriviamo due detenuti e due agenti penitenziari sono morti a causa del virus e i casi positivi sono centinaia. I timori dei reclusi riguardo l’espandersi del contagio sono quindi fondati, considerando inoltre che nessun tampone è stato effettuato oltre i cancelli di molti istituti.

Le proteste essenzialmente chiedevano: ripristino dei colloqui, arresti domiciliari per i reclusi con pene di lieve entità, immediate azioni contro il sovraffollamento e migliori condizioni igienico-sanitarie. Le proteste infatti si sono svolte in un evidente sovraffollamento, con celle anti-igieniche che ospitano fino a 10 detenuti.

Le borghesie democratiche e gli Stati hanno sulla questione una storia da silenzi e menzogne, non sorprende quindi come abbiano reagito anche in questa triste vicenda. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, liberale e garantista pentastellato, dopo le proteste e ben 13 morti, informando il Parlamento, ha dichiarato che «lo Stato non indietreggia di un centimetro di fronte all’illegalità» e chiede ai detenuti «il rispetto delle regole». Fa indignare come lo Stato chieda ai detenuti di rispettare le regole dimenticando come più volte sia stato condannato per “trattamenti inumani nelle carceri” perfino dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, irrilevante organismo internazionale creato dalla stessa classe dominante. Tutti gli altri partiti in Senato non hanno chiesto la verità su queste morti, ma maggiore repressione.

Una cappa di silenzio ha coperto nei giorni la vicenda. Le veline del governo hanno avallato l’ipotesi che tutti i detenuti, tranne uno, sarebbero morti da intossicazione da metadone o psicofarmaci, rubati dagli ambulatori durante i disordini. Le immagini mostrano invece un massiccio utilizzo di lacrimogeni, che in quegli ambienti chiusi possono avere effetti gravi.

La prima protesta è avvenuta nel penitenziario di Salerno, il giorno seguente ad Alessandria, Bari, Genova Marassi, Frosinone, Foggia, Modena, Napoli Poggioreale, Pavia, Padova, Palermo Pagliarelli, Rieti, Vercelli. I detenuti hanno inscenato proteste di diversa intensità, sbattendo le stoviglie sulle inferriate, bruciando materassi e lenzuola, occupando per ore alcuni settori, ma anche vere e proprie rivolte con scontri con le forze dell’ordine arrivate a sostegno della polizia penitenziaria.

La situazione più grave a Modena nella casa circondariale Sant’Anna dove sono morti 9 detenuti, 5 nel penitenziario e 4 il giorno seguente, durante il trasferimento ad altre carceri. La direttrice ha assicurato che prima della partenza i detenuti erano stati visitati. Uno dei detenuti morti durante il trasferimento doveva esser scarcerato in agosto, due erano in attesa del primo grado di giudizio, il quarto aveva una pena che poteva essere scontata con una misura alternativa, ma non avendo un domicilio certificato non aveva potuto usufruirne.

A Rieti si contano 3 vittime ed altri 8 ricoverati in ospedale; 2 morti nella Casa Circondariale di Bologna la “Dozza”. A Foggia, nei disordini sono evasi in 77: alcuni tutt’ora latitanti.

Ma in tutti i paesi le eccezionali misure per la pandemia hanno ulteriormente limitato i “diritti” dei detenuti e peggiorato la loro drammatica condizione. Si sono rotti i fragili argini alle rivolte, e alla repressione.

In Iran almeno 36 sono i morti e centinaia i feriti in violenti scontri in diverse carceri. Nella regione curda decine di detenuti sono evasi dal penitenziario di Saqqez, aggiungendosi ai 23 evasi da quello di Khorramabad nella parte occidentale del paese. Sommosse si sono registrate anche nel carcere di Aligoudarz. Il governo ha trasferito ai domiciliari a 85.000 mila detenuti, per poi concedere un’amnistia a circa 10.000.

Nella sola America Latina 43 sono i carcerati uccisi mentre tentavano la fuga o protestavano. 23 nel carcere La Modelo a Bogotà. Sempre in Colombia, è scoppiata una rivolta nel carcere a San Juan de Pasto, repressa durante. Ribellioni a Santo Domingo nel carcere di La Victoria, in Venezuela, dove 12 sono stati uccisi, in Argentina ci sono stati 5 morti e decine di feriti, rivolta in Perù nel carcere di Trujillo, in Brasile oltre un migliaio di reclusi sono evasi da quattro carceri di San Paolo.

Proteste anche in Nigeria, nel carcere di Kaduna dove sono morti 4 detenuti. In Grecia il 10 aprile nel carcere di Eleonas a Tebe dopo che è morta una donna di 35 anni con i sintomi del coronavirus la ribellione è esplosa. Scenari simili nel carcere di Korydallos. In Libano diversi tentativi di fuga dalla prigione di Qoubbeh a Tripoli e proteste nel carcere di Zahle. In Siberia scontri ed un incendio nella colonia penale numero 15 di Angarsk: due i morti. Mentre vi scriviamo le proteste e i tentativi di fuga proseguono.

I comunisti, che riconoscono le sofferenze dei molti proletari detenuti, ribadiscono che l’unica soluzione possibile è quella di distruggere e superare storicamente il modo di produzione che ha generato e ha bisogno delle galere. Il carcere cesserà di esistere quando, attraverso un processo rivoluzionario, si libererà la società dalla divisione in classi, dal mercato e dal profitto.


Pandemia e medicina

Questo dell’attuale pandemia è un momento che richiederebbe un generale sforzo solidale di tutte le conoscenze mediche nella ricerca su questa patologia e su come aggredirla. Nel capitalismo questo non è possibile, perché ogni attività umana è volta a scopo di lucro, in un’anarchica e spietata concorrenza, praticamente, di tutti e tutto contro tutto e tutti.

Molto si sta scrivendo nel corso di questa crisi Covid-19 sulla necessità di più efficienti infrastrutture sanitarie pubbliche. Ove queste di fatto non esistono, come negli Stati Uniti e nella maggior parte del mondo, la pandemia ha amplificato le richieste socialdemocratiche di un’assistenza generale gestita dalla Stato.

Ma le modalità della ricerca medica e farmaceutica sono spesso ignorate. La infezione attuale dimostra che anche una ipotetica efficiente assistenza sanitaria statale non è sufficiente a proteggere la salute umana: tutte le componenti della scienza medica – ricerca, sperimentazione, industria farmaceutica, infrastrutture ospedaliere, istruzione teorica e pratica clinica – dovrebbero interagire ben connesse e secondo una strategia unica e centralizzata, oltre che interessata solo ai suoi superiori fini.

Come per la ricerca di efficaci farmaci antivirali, anche quella di un vaccino dimostra il fallimento della medicina borghese. Attualmente nel mondo ci sono almeno 20 diverse società che ci lavorano, oltre a diverse istituzioni accademiche, anch’esse in concorrenza fra loro per gli indispensabili finanziamenti. Ognuna ha per motore il profitto, e deve tener nascosti i suoi metodi, le sue ricerche e i risultati per difenderne la “proprietà intellettuale”.

Insomma, incurante del crescere esponenziale delle infezioni e dei morti, il capitalismo in ogni paese continua a tenersi ben stretto al suo regime di proprietà, ai suoi feticci, né può fare diversamente.

Simile apparentemente insensato e crudele egoismo si ripete a tutti i livelli, fino a quello degli Stati che non solo non si aiutano nel contrasto della diffusione del virus ma senz’altro lo utilizzano nella loro incessante guerra industriale e commerciale, per difendere la sopravvivenza del proprio capitalismo nazionale sulla sconfitta degli altri.

Questo è l’inevitabile prodotto dell’anarchica produzione di merci del capitale.

Il coronavirus torna a dimostrare la necessità e l’urgenza del comunismo, quando una umanità libera dall’arbitrio tiranno del mercato e del lavoro salariato potrà disporre del controllo di tutte le ancorché diverse scuole di studio e di ricerca e dei successivi livelli di intervento propri dell’arte medica. Solo allora le scoperte della scienza diverranno davvero possesso comune dell’umanità, e applicate nella pratica secondo un progetto vasto, previdente ed organico rivolto indistintamente a tutti gli uomini.


La mascherine autarchiche

Che l’orgoglio patrio dovesse indietreggiare di fronte alla penuria di mascherine chirurgiche è soltanto un altro dei paradossi che denudano la irrazionale e imprevidente divisione del lavoro nel mondo del capitale. La seconda potenza manifatturiera d’Europa da numerosi anni non produce mascherine chirurgiche per il semplice motivo che non sono una produzione che dà profitto e conviene acquistarle all’estero.

Questo non avrebbe però impedito, ad una società non fondata sul profitto immediato, di predisporne scorte, adeguate a quella emergenza sanitaria che si sapeva sarebbe sopraggiunta. Ma i responsabili della politica nazionale non lo sapevano: «chi poteva prevedere la diffusione di un virus così contagioso e nefasto?».

Così, dopo un mese e mezzo di contagio, non ne è stato ancora trovato rimedio. Solo nella terza decade di marzo, quando la clausura era già iniziata da un paio di settimane, è intervenuto nientemeno che Sua Eccellenza il “Commissario straordinario di governo per l’emergenza Covid-19”, orgoglioso di annunciare che la potente industria nazionale «si appresta ad adottare un piano per intraprenderne» (festina lente!) la produzione mediante la riconversione di alcune imprese. La Lamborghini, dicono, passa dalle automobili di lusso alla produzione di 5.000 mascherine alla settimana (un lavoro cui bastano tre operai!).

Ma la produzione e il commercio di mascherine diventa, nel pieno della tempesta, quel grande affare che in tempi di bonaccia “nessuno avrebbe potuto immaginare”.

Inutile dire che ancora a metà aprile in molte regioni non è facile reperire le mascherine o di foggia adeguata.


Fake news virali

Un vecchio adagio dice che la prima vittima della guerra è la verità. Eppure nemmeno nei periodi di “pace” borghese la verità gode di buona salute. Infatti già oggi, nel pieno del contagio, la macchina mediatica nelle mani della classe dominante non concede tregua nella sovrapproduzione di menzogne e lo scopo dichiarato di informare l’opinione pubblica si rivela quello di ingannare e confondere una platea mantenuta credula e sprovveduta.

In questi giorni in cui la quarantena mondiale imposta dalla diffusione del virus ha accelerato la crisi economica generale del modo di produzione capitalistico, la produzione in massa di fake news prolifera, in quantità davvero inversamente proporzionale a quella del settore manifatturiero.

La torta della produzione globale di plusvalore si restringe e allora ecco che la lotta per impadronirsi di quote di mercato e di fette di rendita diventa accanita. Proliferano così gli sciovinismi. Tanto le “opposizioni” della destra “sovranista” quanto i “politicamente corretti” alla guida degli Stati aizzano alla diffidenza e al sospetto per gli “stranieri”, mentre i cosiddetti statisti del vecchio continente, i paladini dell’europeismo, la sinistra del capitale, non disdegnano atteggiamenti protezionisti con ministri di governi “progressisti” che invitano a comprare prodotti nazionali per sostenere la “nostra” traballante economia.

È in tale contesto che proliferano le teorie “complottiste” sulla genesi del coronavirus che ne scaricano la colpa sulla potenza orientale aliena che lo ha conosciuto per prima, oppure, alternativamente, sulla maggiore superpotenza, gli USA, trasformatasi poi anch’essa in terra di conquista del contagio.

Una popolazione credula, pasturata da decenni di abile sobillazione televisiva, oggi in preda al panico non sa più di chi fidarsi, si aggrappa facilmente a notizie anche deliranti né verificabili per scaricare il suo malessere su una qualsiasi raffigurazione di un nemico ragione di ogni male. La disponibilità oggi dei media sociali moltiplica milioni di volte non la verità ma la confusione. Sui social si propongono farmaci miracolosi che governi e medici non vorrebbero utilizzare per fini oscuri e loschi.

La martellante propaganda borghese fa di tutto per privare di senso critico le classi inferiori, per nascondere la realtà della loro oppressione sociale dietro a sentimenti nazionalistici e di razza al fine di deviare su falsi obiettivi il malcontento per il peggioramento delle loro condizioni di vita causato dal fallimento del capitalismo.

Non ci attendiamo che la classe operaia possa essere meglio e più correttamente informata da fonti meno corrotte di intellettuali o di scienziati, mainstream o alternativi, perché ogni tipo di cultura e di scienza borghesi possono rappresentarsi le realtà naturali e sociali solo distorte e capovolte ed esse stesse vivono ed agiscono nella ignoranza e nelle più viete superstizioni. La borghesia inganna e mente a se stessa, prima e anche peggio che al proletariato. Mercantilismo e scienza, individualismo e conoscenza sono incompatibili.

Solo il partito comunista può, nella nebbia che emana dall’annaspare dei borghesi e dalla loro disonesta propaganda, vedere e denunciare alla classe lavoratrice le loro maggiori menzogne ed indicare la via della sua redenzione, che nella massa sarà prima politica e di guerra rivoluzionaria, poi di scienza e sapienza.


Democrazia, salute e repressione anti-operaia

In tutti i paesi travolti dalla pandemia gli Stati, senza distinzione tra “democratici” e “autoritari”, stanno mettendo in atto delle misure per contenere la diffusione del virus: basandosi sull’isolamento delle persone, ne limitano i movimenti. Praticamente si calcola che metà della popolazione mondiale è chiusa nelle abitazioni, con distanziamento sociale, impediti gli assembramenti, con la proibizione di molte attività commerciali e ricreative.

Anche nell’Occidente “democratico” tali misure di limitazione della libertà di movimento hanno trovato l’approvazione di politici, giornalisti ed esperti vari, tutti schierati, nei salotti televisivi, nella guerra al coronavirus. Ne segue la caccia all’untore, individuato nel cittadino che viola la quarantena.

Tali limiti alle libertà personali sono dai più accettati in nome della difesa della salute. Ma lo stato d’emergenza di fatto imposto ovunque e l’uso che stanno facendo i governi di poteri eccezionali suscita timori sul pericolo che incombe sulle sacre fondamenta dei regimi politici d’Occidente: libertà individuale e politica, rappresentanza, democrazia... Oltre che dell’emergenza sanitaria e di quella economica e sociale, ci si preoccupa cioè per la “emergenza democratica”: la democrazia in quarantena, si dice, il Parlamento svuotato dei suoi poteri, un nuovo autoritarismo, l’uomo solo al comando, sospesa la privacy...

In particolare, tra i politicanti e i pennivendoli della democratica Europa sembrano destare scandalo le recenti misure adottate in Ungheria dove, con il pretesto dell’emergenza sanitaria, il parlamento ha concesso pieni poteri al governo per, e fin quando lo riterrà necessario, emettere decreti senza approvazione parlamentare, chiudere il parlamento, rinviare le elezioni, mettere in carcere chi diffonde informazioni che ritiene false o distorte sul virus o sulle decisioni del governo. E si grida al golpe, alla dittatura, alla deriva autoritaria.

Si teme inoltre la diffusione dell’autoritarismo in paesi lontani, nel sud-est asiatico, nelle Filippine, dove il governo ha autorizzato la polizia a sparare su chi viola la quarantena. Per non parlare delle misure che, si dice, siano state adottate in Cina, dove l’isolamento sarebbe stato accompagnato da un ampio utilizzo di moderne implacabili tecnologie da film di fantascienza per il riconoscimento e il controllo dei cittadini.

Il modo in cui la Cina sta facendo fronte all’emergenza sdoppia l’anima dei nostri democratici, da un lato ammirati per l’efficacia delle misure che sarebbero state colà adottate, tanto da farne un modello da imitare, dall’altra, imbarazzati, debbono pur ammonire la differenza del nostro ordine istituzionale, democratico e multi-partito, rispetto a quello, “comunista”, di Pechino.

In realtà qua la “democrazia”, là il “comunismo” sono ormai solo una parola, una fola, una sbiadita decorazione. Niente che riguardi la concreta conduzione dello Stato, e una concreta differenza nel dominio politico di classe fra qua e là.

Ma nemmeno riguarda, nello specifico e contingente, la conduzione della emergenza sanitaria, che in tutti i paesi, sotto qualunque regime esteriore – e, in verità, in qualunque tipo di società della storia passata e futura – inevitabilmente, deve imporre, autoritariamente, delle precise norme di comportamento.

Il male del regime del capitale, “democratico” o “comunista”, è che non lo fa, non lo può fare davvero, non riuscendo a disciplinare i singoli borghesi e le loro autonome aziende, grandi e piccole, che fanno quello che vogliono. E il loro Stato è costretto impotente ad assecondarle in questa anarchia e indisciplina, che in particolare nella epidemia si rivelano funeste.

È però sul piano della lotta fra le classi che le attuali misure adottate nella lotta al coronavirus sono un esempio ed anticipazione delle restrizioni e repressioni che sono da sempre pronte in serbo e si paleseranno con l’avanzare della crisi economica e sociale che si prospetta all’orizzonte.

Ma il pericolo peggiore che incombe sul proletariato non è quello delle misure di repressione degli Stati borghesi, da sempre apparati militari in mano alla classe borghese per tenere sottomesso il suo antagonista storico e perpetuare il suo potere, bensì il tentativo dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime di incanalare la sua rivolta verso la difesa della democrazia, delle libertà costituzionali, obiettivi del tutto compatibili con l’esistenza del modo di produzione capitalistico. La borghesia può indossare alternativamente la maschera democratica o quella fascista per nascondere la sostanza della sua dittatura. La classe operaia alla dittatura borghese può opporre solo la sua dittatura, non la richiesta di maggiore democrazia.

Anche in questo periodo eccezionale del contagio globale c’è la completa unanimità della classe dominante nel tenere sottomesso il proletariato. È funzionale a tale obiettivo la retorica, simile a quella di guerra, che in queste settimane viene utilizzata dai governi e trova smisurata diffusione nei media. Una martellante propaganda che cerca di imporre la solidarietà nazionale. La borghesia usa anche la situazione di emergenza sanitaria per irretire il suo vero nemico, il proletariato, in previsione di una crisi economica, che la pandemia certamente aggraverà, ma che è antecedente ad essa e trova la sua origine nella fase senile del capitale.

Lo provano le stesse misure adottate dai vari governi: la retorica del “io resto a casa” non vale per i proletari ai quali viene imposto di lavorare. Chiara dichiarazione che il virus può circolare nelle famiglie dei proletari, che devono continuare a produrre per i profitti dei padroni.

Oggi i governi invocano la solidarietà dei proletari nella guerra al virus, domani la chiederanno, e cercheranno di imporla con ogni mezzo, contro lo “straniero” nella guerra tra gli Stati.

Il proletariato quindi fin da oggi deve rigettare ogni appello alla solidarietà nazionale, alla Unione Sacra, ed affermare risolutamente che sì siamo in guerra: ma classe contro classe.


Una lezione di Politica

Il nuovo presidente della Confindustria, che smania per togliere ogni impiccio alla riproduzione del capitale facendo ripartire tutte le fabbriche e il giro demente del consumismo, ha accusato la politica di dar troppo retta alla scienza: è tempo che smetta di seguire il parere dei medici e che si assuma le sue responsabilità.

Siamo perfettamente d’accordo: la politica si informa alla scienza, ma il suo ampio orizzonte è quello generale e storico della classe che rappresenta, nello spazio e nel tempo.

La scienza oggi dice: se riaprite ora fabbriche e negozi questo nel mondo costerà un numero enorme di vite umane.

La politica della Confindustria, e delle borghesie di tutti i paesi dice: che muoiano, è il prezzo che l’umanità deve pagare per la salvezza dei nostri profitti.

La politica della classe operaia dice: noi proletari oggi, anche se ci presentassero dei medici ossequienti, e certo li troveranno, che ci dimostrino che nessun pericolo ci minaccia, ugualmente lotteremo con ogni mezzo per difendere la nostra vita, del tutto indifferenti alla riduzione dei vostri profitti e alle parole della vostra scienza mercificata e della vostra politica.

Tanto meno i proletari comunisti si conformeranno ai consigli di una qualche ragione medica quando domani rischieranno generosamente la vita nella guerra rivoluzionaria di classe per tirar giù la borghesia dal potere statale e liberare il mondo dal sempre e sempre più mortifero dominio del capitale.


Conclusione per gli operai

In questo periodo di profonda oscurità e incertezza la classe operaia non deve chiudersi in un individualismo meschino, ma unirsi e stringersi solidale. È necessario difendersi, tutti, non solo il gran numero di disoccupati che verranno, perché anche coloro che resteranno al lavoro vedranno peggiorare le loro condizioni. I lavoratori devono organizzarsi e reagire insieme.

Come il coronavirus non si è fermato ai confini fra gli Stati e non vi si sono fermate le sue conseguenze sulla classe operaia, anche la sua risposta di lotta contro il capitale dovrà essere coordinata a dimensione internazionale, come è nella tradizione luminosa della nostra classe.

I lavoratori devono intanto chiedere di non lavorare durante questa pandemia ricevendo ugualmente il salario per vivere.

Mentre ancora oggi la classe dominante si preoccupa solo dei propri interessi, nel suo modo arrogante, stupido e spericolato, la classe operaia deve saper apprendere la lezione da questa pestilenza e lavorare alla cura non solo di essa ma di quella che affligge tutta la società, per sradicare la sua malattia incurabile: il capitalismo.

La classe operaia, organizzata nel suo vero sindacato, diretta dal suo vero partito comunista, ritroverà tutto il suo slancio storico e rivoluzionario e libererà la nascita del comunismo internazionale, una società che finalmente potrà dare priorità ai bisogni umani, anche e in particolare contro le avversità della natura.

Partito Comunista Internazionale

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