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Assistenti all’autonomia e alla comunicazione: quali strade per l’internalizzazione?

(6 Novembre 2020)

da superando.it

Immagine ripresa dal sito superando.it

Spesso ci siamo occupati di quelle lavoratrici e di quei lavoratori che, nelle scuole di ogni ordine e grado, si occupano degli alunni disabili. Contribuendo non solo alla loro inclusione nella classe e nella comunità scolastica, ma anche al conseguimento di quell’autonomia che risulta indispensabile per prospettare un futuro. Si tratta di una funzione diversa da quella svolta dagli insegnanti di sostegno, più concentrati sul pur indispensabile terreno della didattica. Prima di tutto, perché garantire l’inclusione vuol dire lavorare sull’intera classe, educando gli studenti al confronto con la diversità e la ricchezza ch’essa porta con sé. In secondo luogo, perché aiutare gli alunni disabili a pensare in termini progettuali significa muoversi sul terreno che gli psicologi dell’età evolutiva definiscono metacognitivo. Ossia attinente alla possibilità di auto-osservare le proprie attività intellettive, per potenziare i processi di apprendimento, attraverso l’individuazione dei terreni in cui si hanno più difficoltà. Come si può intuire, parliamo di un lavoro complesso e, per molti versi, indispensabile. Che di fatto crea il terreno affinché l’impegno dell’insegnante di sostegno sulla didattica porti con sé frutti positivi. Come si sa, negli ultimi lustri il modo di concepire la presenza degli alunni disabili nella scuola è notevolmente mutato, perché il sopraccitato concetto di inclusione ha assunto connotazioni via via sempre più precise. Tanto che si è arrivati alla definizione del PEI (Piano Educativo Individualizzato), redatto per qualsiasi alunno con disabilità certificata. Esso coincide con la definizione di obiettivi educativi, didattici e di apprendimento e può essere rimodulato a seconda delle necessità, ad esempio sulla base dell’analisi di come è andato un anno scolastico. Ora, questo piano non sarebbe attuabile senza l’apporto delle lavoratrici e dei lavoratori di cui stiamo parlando. A proposito, come si chiamano? In realtà, a seconda dell’area del nostro paese a cui ci si riferisce, possono assumere denominazioni diverse: Educatori Scolastici, Assistenti Specialisti... A Roma la denominazione tradizionale, nota a chi ci legge, è AEC (Assistenti Educativi Culturali) cui si è affiancato di recente l’acronimo OEPA (Operatori Educativi per l’Autonomia e l’Educazione). Ma c’è chi preferisce una formula diversa, assai efficace nella sua sinteticità: Assistenti all’autonomia e alla comunicazione. Una definizione prediletta, tra gli altri, da Paola Di Michele, che lavora da vari anni in questo settore e che ne ha approfondito le problematiche in diversi articoli, che per noi sono diventati fonte d’ispirazione. Quale che sia la denominazione adottata, va detto che queste figure così necessarie ricevono un trattamento incongruo. Sono, cioè, lavoratrici e lavoratori dipendenti da cooperative private, che vivono una condizione disagiata, ad esempio non percependo lo stipendio non solo nei periodi di chiusura della scuola (Natale, Pasqua, Estate) ma anche quando i bambini loro affidati sono assenti per malattia o per un’infinità di altri motivi. Peraltro, nella Capitale, ricevono mediamente meno di 7 euro dei 20 euro che i Municipi destinano alle Cooperative per un’ora di servizio. Ma non c’è solo il disagio economico, gli assistenti sono frustrati anche perché viene loro impedito di adempiere pienamente ai propri compiti. Teoricamente, per aiutare il bambino disabile nel senso complessivo che abbiamo prima menzionato, occorre avere con lo stesso un rapporto continuativo. Ma questo spesso non si dà: per vari motivi (tra i quali il fatto che il servizio viene assegnato alle cooperative mediante bandi periodici) gli assistenti, nel corso del tempo, sono sballottati da una scuola all’altra e dunque impossibilitati a seguire gli alunni per un intero ciclo scolastico. Insomma, nella pratica si smentisce la filosofia in teoria abbracciata dalle istituzioni e ribadita da una normativa assai articolata. A partire dalla l. 104/1992 (Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), infatti, si sono fatti grandi passi in avanti nel modo di concepire la presenza dei disabili nelle scuole. Ma a momenti sembra quasi che non si creda pienamente alla possibilità di dar vita a un’istruzione accessibile a tutte e tutti. Da questo dissidio tra concetti avanzati e pratiche istituzionali arretrate, nascono forti penalizzazioni per gli alunni e chi, spesso con grande dedizione, lavora con loro. Come si può superare questa situazione, per molti aspetti inaccettabile? Da più parti, negli ultimi anni, s’è levato un grido: internalizzazione! Il che vuol dire che il servizio deve essere tolto alle cooperative private e rilevato totalmente dal Pubblico. Già, ma in che modo? Soprattutto, quale articolazione del Pubblico lo deve gestire direttamente, trasformando gli assistenti in propri dipendenti? La l. 104/1992, nel dare una prima definizione di questo servizio, rinviava alla responsabilità degli Enti locali e, infatti, a Roma ad esserne investito, senza gestirlo, è il Comune con i suoi Municipi. Però, a ben vedere, la l. 104 definiva ancora questo servizio in termini assistenza primaria, mentre nel tempo esso ha assunto implicazioni sempre più complesse. Gli assistenti sono di fatto diventati vere e proprie colonne portanti delle scuole, sebbene queste talvolta non li riconoscano come tali, considerandoli quelli che impegnano i bambini “difficili” in una qualsiasi attività che non disturbi il resto della classe. Partendo da ciò, non si dovrebbe escludere un’ipotesi che spesso è balenata nel dibattito romano e nazionale: l’assunzione diretta da parte del Ministero dell'Istruzione. E non solo per come sono andate le cose all’Assemblea Capitolina lo scorso 22 ottobre, quando una proposta di Delibera Popolare relativa all’internalizzazione da parte del Comune (presentata dal Comitato Romano AEC) non è passata, in virtù dell’indifferenza di importanti forze politiche (leggi Pd e Movimento 5 Stelle) alle sorti di chi vive la precarietà. Ma per il carattere che ha assunto questo lavoro e in considerazione di quello che, sotto traccia, si sta muovendo da tempo. Pensiamo in particolare a un articolo che abbiamo letto tempo fa sul sito superando.it, intitolato L’anno “horribilis” dell’assistenza scolastica: quali le prospettive? e scritto dalla già citata Paola Di Michele. Qui si riferisce che, in un Convegno svoltosi nel novembre 2019 a Rimini, intitolato Qualità dell’inclusione scolastica e organizzato dalla Fondazione Erickson, l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha espresso “la propria disponibilità a trasferire la gestione del servizio di assistenza all’autonomia e alla comunicazione all’interno del ‘sistema formativo pubblico’, spostando eventualmente i fondi attualmente destinati agli Enti Locali”. In sostanza, l’ANCI conviene sul fatto che il servizio venga gestito da una sede unica, peraltro la più appropriata visto che gli assistenti sono nei fatti lavoratori della scuola. Ovviamente, questo passaggio porterebbe con sé profonde trasformazioni. Intanto, gli assistenti sarebbero sottratti al destino di eterni precari che svolgono un lavoro a prestazione. Poi si tratterebbe di superare le differenze di trattamento tra persone che svolgono lo stesso lavoro in diverse parti della penisola. A Roma, per dire, gli assistenti sono inquadrati nel livello contrattuale C1, mentre altrove si attestano su piani stipendiali più alti (prevale il D1). Questa uniformazione non potrà certo avvenire al ribasso, data che il nuovo modo di intendere la disabilità nelle scuole ha fatto assumere al lavoro in questione un rilievo sempre maggiore. Ma il punto chiave rimane ancora un altro: come si riporta nell’articolo, alcuni provvedimenti normativi (i Decreti legislativi 66/2017 e 96/2019) hanno puntualizzato che è necessario arrivare a “una progressiva uniformità su tutto il territorio nazionale della definizione dei profili professionali del personale destinato all’assistenza per l’autonomia e la comunicazione”. Si tratta quindi di delineare un profilo unico dell’assistente, che certo tenga “conto delle tipologie di disabilità prevalenti di alunni e alunne (disabilità uditive, visive, miste, disturbi dello spettro autistico, disturbi comportamentali, disabilità psicofisiche) e delle relative specializzazioni”. E’ evidente che da un servizio a gestione unica sul territorio nazionale risulterà più facile giungere al suddetto profilo. Certo, per quanto sia logica questa soluzione, essa può non risultare d’immediata e facile attuazione. Ciò, per vari fattori: la tradizionale inerzia delle nostre istituzioni e anche il fatto che, per approdare a un simile risultato, sarebbe necessaria una pressione dal basso omogenea in ogni parte della penisola. Purtroppo, la frammentazione che vive figura lavorativa in questione, può creare qualche difficoltà su questo fronte. Ma, nella comprensione di quale svolta possa comportare questo passaggio gli assistenti, già organizzati in varie forme nei diversi territori, potrebbero fare uno sforzo di coordinamento in più. Rammentando con decisione a chi di dovere che anche loro sono lavoratori della scuola, per giunta insostituibili.

Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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